Sottrazione internazionale di minore: ammissibile un percorso di mediazione familiare

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 7 maggio 2015

Il caso

La vicenda che ha dato origine al provvedimento in esame riguarda una coppia di coniugi dalla doppia cittadinanza italiana e statunitense, sposatisi civilmente nel 2005 negli Stati Uniti, Paese nel quale i coniugi trascorrevano prevalemente la loro vita familiare e dove sono nati entrambi i figli nel 2009 e 2012. Tuttavia la famiglia manteneva contatti costanti con l’Italia dove i coniugi, iscritti all’AIRE, avevano altresì un immobile di riferimento. Tuttavia, nel novembre 2014 il padre adiva l’Autorità centrale statunitense al fine di richiedere il rimpatrio dei figli ai sensi della Convenzione dell’Aja (ratificata tanto dagli USA quanto dall’Italia) in quanto i minori non erano rientrati negli Stati Uniti ma si trovavano in Italia con la madre. Le autorità americane trasmettevano il fascicolo alle competenti autorità italiane e nel febbraio 2015 il padre depositava in cancelleria un ricorso ai sensi dell’art. 7 legge 64 del 15 gennaio 1994 con il quale chiedeva al Tribunale di pronunciarsi, ai sensi dell’art. 12 della citata Convenzione dell’Aja, ordinando l’immediato rimpatrio dei minori. La moglie si costituiva in udienza contestando la sottrazione internazionale dei minori e chiedeva di rigettare l’istanza. Durante l’udienza emergevano ulteriori elementi: ovvero che la moglie si è trattenuta in Italia oltre il previsto con i figli per sopraggiunti problemi familiari, mentre il marito era dovuto rientrare negli States per motivi di lavoro, che la moglie, pur amando ancora il marito, detestava la città di residenza della famiglia negli Stati Uniti, mentre il marito aveva fatto istanza di divorzio, per questo la moglie sospettava il coniuge di infedeltà, ciò nonostante entrambi però erano aperti alla possibilità di una mediazione familiare, anche se prima di iniziare siffatta procedura ciascuno aveva espresso le proprie condizioni per addivenire a un compromesso.

La tutela del best interest del minore

Di fronte alla contrapposizione tra i genitori in merito alla sussistenza della sottrazione internazionale di minori e quindi al disaccordo su dove debbano vivere i figli, il Tribunale dei minorenni enuclea la relazione che esiste tra questa controversia e i principi di tutela del preminente interesse del minore e del suo diritto alla bigenitorialità, introdotta dalla legge 54/2006 in materia di affido condiviso, alla luce del principio di legalità.

In cosa consiste la tutela del miglior interesse del minore? Si tratta di un principio elaborato dalla Convenzione ONU sui diritti del fanciullo ratificata a New York nel 1989 e ratificata in Italia dalla L. 176/1991.

Alla luce di tali principi, il Tribunale per i Minorenni afferma che “(L)a costruzione dei diritti dell’infanzia, infatti, passa necessariamente attraverso il cambiamento dell’adulto e attraverso la sua volontˆà di riconoscere l’identitàˆ di un minore, anche al fine di rispondere ai suoi bisogni primari di protezione ed educazione”. Tale prospettiva vede il minore quale “soggetto titolare di diritti e non più, come in passato, semplice oggetto di protezione (se non addirittura di disposizione) da parte degli adulti”.

Pertanto, alla luce della necessità verificare quale sia concretamente il miglior interesse del minore in questo caso, ovvero la decisione su dove i figli debbano vivere, cioè se tornare negli Stati Uniti con il padre o rimanere in Italia con la madre, il Tribunale per i Minorenni indica ai genitori di ricorrere alla mediazione familiare. In tale procedura è rilevante tanto il quadro normativo quanto la situazione famigliare concreta, cioè la condizione personale dei coniugi, lo stato dei minori e l’evoluzione della situazione ricomprendente tutti e quattro i membri della famiglia. Al fine di addivenire ad una prognosi della controversia tra i genitori per garantire “il miglior sviluppo dei figli”, il giudicante evidenzia che è necessario operare senza “misure stereotipate o automatiche”.

La mediazione familiare

Nel nostro ordinamento giuridico, con l’introduzione dell’art. 155 sexies c.c. ex lege 8 febbraio 2006, n. 54 (ora art. 337 octies c.c., dopo il completamento della riforma della filiazione degli anni 2012 e 2013), recante le disposizioni in materia di separazione dei coniugi ed affidamento condiviso dei figli, è stato introdotto lo strumento della mediazione familiare quale tecnica utilizzabile dal giudice, qualora la ritenesse opportuna, nel corso del procedimento per il componimento pattizio dei conflitti familiari tramite esperti.

La norma prevede che l’accordo sia cercato sin dall’apertura del procedimento, analogamente all’espletamento del tentativo di conciliazione. Tuttavia tale richiesta presenta logiche e obiettivi distinti,ovvero la richiesta di un terzo esperto interveniente nel giudizio, affinché provveda a trovare una intesa tra i coniugi sui contenuti dei rapporti residui che li legano, soprattutto nell’ottica della tutela della prole nata dall’unione.

Nel caso in esame, la scelta di intraprendere la soluzione di mediazione familiare è sorta nel momento in cui il giudicante si è reso conto che “(L)a decisione definirebbe la lite ma non chiuderebbe il conflitto. Tali immediate conclusioni del procedimento, pur senz’altro rispettose della normativa vigente, rischierebbero invece di violare uno dei principi immanenti del nostro ordinamento (…) che è quello del superiore interesse del minore”. Infatti, “la mediazione come strumento alternativo di risoluzione della controversia non rinuncia al conflitto, ma lo rivisita come risorsa; la mediazione non vuole offrire un risarcimento del danno, o un ristabilimento immediato dello status quo ante, ma lo scioglimento delle trame del conflitto in modo da restituire ai minori coinvolti un ristoro a lungo termine, liberati dalla tensione causata dal conflitto circa la loro collocazione nello spazio”.

Impatto della decisione in commento

Questo cambiamento di prospettiva ha un impatto molto significativo sulla ratio stessa della disciplina della sottrazione internazionale di minore. I genitori non devono più considerarsi come antagonisti nel ristabilimento della situazione precedente, considerata la rottura di un equilibrio, seppur precario, del loro conflitto, utilizzando gli strumenti giuridici del proprio Paese come “un’arma” contro l’altro, ma trovare un compromesso per valorizzare lo sviluppo educativo, fisico e psichico dei figli, e cioè del loro benessere. Nel caso in esame ciò risulta facilitato dal fatto che entrambi i genitori, pur essendo stabilitisi all’estero da anni, possiedono radici comuni e fanno riferimento agli ordinamenti delle cittadinanze, italiana e statunitense, di entrambi. Ci si potrebbe chiedere se una soluzione analoga possa venire adottata quando i genitori appartengano a nazionalità diverse e risiedano in Stati differenti. Una risposta positiva potrebbe essere adottata qualora i sistemi giuridici di riferimento abbiano aderito alla Convenzione ONU di New York sulla protezione dei diritti del fanciullo, la quale rappresenta la chiave di volta del succitato mutamento di prospettiva nella disciplina del diritto minorile.

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