Producilo da te! Le Corti di fronte alla stampa 3D tra proprietà intellettuale e questioni etiche.

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 31 agosto 2015

Da qualche anno si parla della stampa di oggetti tridimensionali come di una innovazione tecnologica in grado di rivoluzionare la produzione manifatturiera. Si tratta di una tecnologia dai costi sempre più accessibili che consente di produrre beni materiali elaborati attraverso il design digitale. Seppure le stampanti 3D disponibili per il grande pubblico siano ancora poco diffuse, esistono laboratori, chiamati “Fab-Lab” che permettono anche a chi non si può pagare il costo di una propria stampante 3D di condividere spazi e costi di un laboratorio di produzione. Le potenzialità di questa modalità produttiva sono molto ampie, sia per quel che concerne la personalizzazione del prodotto a seconda delle esigenze tanto da parte del produttore, quanto da parte del consumatore-committente, sia per l’abbattimento dei costi di produzione. Tuttavia si presentano anche diversi problemi giuridici, già in parte conosciuti ed analizzati durante lo svolgersi del percorso di digitalizzazione dei beni immateriali avvenuto con il modello di condivisione della conoscenza attraverso il file-sharing (a questo proposito si ricordano i numerosissimi contenzioni in materia di condivisione di file musicali, film, immagini, libri) e si riprensentano in questo ambito per il rischio di contraffazione e violazione di licenze e brevetti. A questo proposito si segnala una recente vicenda in materia di violazione di brevetti svoltasi di fronte alla Souther District della Corte federale di New York e conclusasi con il rigetto dell’istanza attorea. La vertenza vedeva contrapposti da un lato un produttore di stampanti 3D che utilizzava una particolare tecnica stereolitografica che fabbrica modelli tridimensionali in resina con l’uso di raggi UV e dall’altro i convenuti che producono analoghe stampanti, finanziati da una piattaforma di raccolta fondi, nonché attraverso la vendita delle stampanti contestate. Secondo gli attori la violazione dei loro brevetti è volontaria e conclamata non solo con la produzione, ma anche con la vendita delle suddette stampanti. La Corte distrettuale di New York ha parzialmente accolto le domande dei ricorrenti affermando che gli attori hanno compiutamente adempiuto all’onere della prova a loro carico in relazione alla consapevolezza e volontà della supposta violazione brevettuale dei convenuti.Tuttavia in seguito le parti hanno raggiunto un accordo, secondo cui parte convenuta si sarebbe impegnata a versare l’8% sull’ammontare delle vendite e la causa è stata stralciata dal ruolo.

Analoga istanza di violazione di brevetti su stampanti 3D, promossa da una industria del settore nei confronti di una start up, è stata rigettata dallo U.S. Patent Trial and Appeal Board degli Stati Uniti, il quale ha affermato che parte ricorrente non ha adeguatamente dimostrato la presunta violazione brevettuale da parte della start up.

La stampa 3D presenta altresì problemi di natura etica, in relazione ad esempio, alla produzione “in proprio” di organi, tessuti per trapianti, cellule e anche farmaci. Su questi punti la discussione dottrinale ed etica è aperta, mentre sotto il profilo giurisprudenziale non sono state rinvenute decisioni pubblicate. Tuttavia il dibattito è accesissimo negli Stati Uniti per quel che concerne la possibilità di prodursi in proprio armi di vario calibro o dimensioni. La circostanza, infatti, è già piuttosto nota, ed è salita alle cronache nel 2013 quando, dopo aver prodotto da sé la propria arma, Cody Wilson, ha pubblicato online il manuale con le istruzioni per fabbricarla con una stampante 3D. In conseguenza della velocità della diffusione di questo opuscolo e della pericolosità dei suoi contenuti, la divulgazione del medesimo è stata interdetta attraverso l’oscuramento del sito che lo ospitava poiché tale divulgazione sarebbe in contrasto con il Trattato sul traffico internazionale di armi. Da un punto di vista tecnico, tuttavia, va osservato che essendo prodotte con materiali plastici elaborati con stampanti 3D le armi in questione aumenterebbero la loro pericolosità poiché non sarebbe possibile accertarne il possesso attraverso i consueti metal detector. Nel maggio 2015, Wilson ha presentato una istanza contro il Dipartimento di Stato americano presso la Corte Federale di Austin, Texas, affermando che la censura subita sarebbe lesiva di diversi diritti garantitigli dal Bill of Rights: in particolare, 1. la libertà di manifestazione del pensiero, protetta dal First Amendment della Costituzione Americana, sulla base del fatto che il suo opuscolo conteneva soltanto codici software e pertanto non costituiva né un pericolo immediato, né la violazione della normativa internazionale sulle armi; 2. la libertà di possedere un’arma per autodifesa, garantita dal Secondo Emendamento; 3. la comminazione di una condanna solo a seguito dell’espletamento di un processo equo, come stabilito dal Quinto Emendmento.

La questione è di grande interesse, non soltanto per riguarda la regolamentazione della diffusione dei prodotti fabbricabili con stampanti 3D ma soprattutto perché risulterebbe essere la prima volta che il Primo Emendamento della Costituzione Americana, un vero caposaldo della giurisprudenza in materia costituzionale statunitense, viene utilizzato per avvalorare il sempre più discusso Secondo Emendamento sul diritto di possedere armi.