Facebook, Twitter, YouTube: tutta la giurisprudenza su privacy, diffamazione e licenziamento

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 28 ottobre 2015

Introduzione: I social network

I social network hanno rivoluzionato la comunicazione e l’interazione delle persone. Siti come Facebook, Twitter, YouTube forniscono agli individui ampi spazi virtuali ove condividere grandi quantità di contenuti e informazioni personali. Nella nostra epoca la perdita di privacy e riservatezza sembrano un elemento acquisito e inevitabile, infatti le persone hanno trasferito la proiezione sociale delle loro vite sulle piattaforme sociali. Esse consistono in una rete di “amici”, reali o virtuali, con i quali interagire e comunicare attraverso post e commenti sul proprio profilo o su quelli altrui, anche con l’uso di applicazioni o collegamenti provenienti da terze parti. Questa costruzione consente la creazione di un palcoscenico virtuale immenso dove ciascun attore può decidere di recitare il ruolo del protagonista o del comprimario a seconda delle impostazioni attribuite al proprio profilo, in ogni caso con la necessaria consapevolezza delle possibile conseguenze giuridiche in merito ai materiali pubblicati.

1. Tutela dei dati personali, del diritto all’oblio e della privacy

Con la decisione Schrems contro Data Protection Commissioner, la Corte di giustizia dell’Unione Europea ha annullato la Dec. n. 2000/520/CE della Commissione implementativa del c.d. “regime di approdo sicuro” (Safe Harbour) relativa alla conservazione dei dati personali degli utenti europei di Facebook negli server di queste compagnie allocati negli Stati Uniti. Le preoccupazioni del ricorrente, e condivise dalla Corte, riguardano il trattamento non conforme alla tutela della riservatezza dei sudddetti dati da parte della NSA (National Security Agency) americana attraverso il programma di intercettazioni di massa “PRISM”, svelato dalle dichiarazioni di Edward Snowden, il contractor CIA che fece scoppiare lo scandalo nel 2013. Secondo tale sentenza il citato Safe Harbour viola sia la Direttiva 95/46/CE, sia gli artt. 7 e 8 della Carte dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. Ulteriormente, la Corte osserva che sia compito delle autorità nazionali di tutela dei dati personali contrastare contro tali trattamenti illeciti, in virtù di ampi poteri loro conferiti dall’art. 28 della Direttiva 95/46/CE (Corte di giustizia dell’Unione Europea, 6 ottobre 2015, C-362/14)

Nel caso Google v. Agencia Espanola de proteccion de datos la Corte di giustizia ha deciso che il gestore di un motore di ricerca è obbligato a rimuovere dall’elenco di risultati di una ricerca effettuata a partire dal nome di una persona, i link a pagine web pubblicate da terzi e contenenti informazioni relative a questa persona, anche nel caso in cui tale nome o tali informazioni non vengano previamente o simultaneamente cancellati dai siti sorgente, e ciò anche quando la loro pubblicazione su tali pagine web sia di per sé lecita, secondo gli artt. 12, lett. b), e 14, comma 1°, lett. a), direttiva n. 95/46/CE (Corte giustizia Unione Europea, 13-05-2014, n. 131/12). Ulteriormente, l’articolo 2, lettere b) e d), della direttiva n. 95/46/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 24 ottobre 1995, relativa alla tutela delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali, nonchè alla libera circolazione di tali dati, deve essere interpretato nel senso che, da un lato, l’attività di un motore di ricerca consistente nel trovare informazioni pubblicate o inserite da terzi su Internet, nell’indicizzarle in modo automatico, nel memorizzarle temporaneamente e, infine, nel metterle a disposizione degli utenti di Internet secondo un determinato ordine di preferenza, deve essere qualificata come “trattamento di dati personali”, ai sensi del citato articolo 2, lettera b), qualora tali informazioni contengano dati personali, e che, dall’altro lato, il gestore di detto motore di ricerca deve essere considerato come il “responsabile” del trattamento summenzionato, ai sensi dell’articolo 2, lettera d) (Corte giustizia Unione Europea, 13 maggio 2014, n. 131/12).

2. Diffamazione

Come ormai da tempo affermato dalla giurisprudenza di legittimità, per quel che concerne la configurabilità del reato di diffamazione non rileva che esso sia stato commesso attraverso una pubblicazione stampata su carta o “solo in rete”, in quanto “essendo evidente che non è certo la natura del mezzo che può render lecito il messaggio intrinsecamente contra jus. I confini del lecito e del vietato sono infatti identici in Internet e nel “resto del mondo” (Cass. pen. Sez. V, Sent., (ud. 11/06/2010) 29-07-2010, n. 30065).

Posto che un sito web, un blog, un forum, un social network (e quindi anche Facebook) sono considerati “mezzi di pubblicità”, in quanto consentono la diffusione di testi, immagini e video a una moltitudine di soggetti (potenzialmente erga omnes che nel caso di specie si stringe alla cerchia di amici), la diffamazione su internet rientra nella previsione del comma 3 dell’art. 595 c.p. per volontà del legislatore. Si vuole chiarire che se un messaggio offensivo postato su Facebook viene rimosso dall’autore prima che sia giunto a conoscenza di almeno due persone, allora il reato di diffamazione non sussiste (ma potrebbe essere contestato il tentativo di diffamazione, in quanto si realizza una condotta idonea, diretta in modo non equivoco a commettere il reato stesso). Nel caso in cui il messaggio venga cancellato dopo che è stato letto da almeno due persone, allora il reato comunque si è consumato (Trib. Firenze Sez. I, Sent., 18/06/2014). La giurisprudenza ormai stabilmente riconosce il risarcimento del danno derivante da ingiuria ovvero diffamazione pubblicato attraverso un social network. Il leading case in materia è fatto risalire a una decisione di merito secondo la quale in caso di messaggio dal contenuto ingiurioso, inviato tramite un social network da un utente al medesimo registrato e riferibile ad una persona non espressamente citata, ma identificabile con altro utente appartenente al gruppo dei suoi “amici” su quel network, le affermazioni lesive, ove non si possa configurare un “furto di identità”, devono ritenersi provenienti dal soggetto a cui nome era stata effettuata la registrazione, il quale è obbligato a risarcire il danno morale subìto dalla persona offesa (Trib. Monza, 03-03-2010). Sotto il profilo dei rimedi processual-civilistici, in merito all’utilizzo dell’astreinte per quel che concerne l’adempimento di un ordine di diffamazione di un commento diffamatorio su Facebook, la giurisprudenza di merito ha affermato che è possibile, con ricorso ai sensi degli articoli 614-bis e 700 c.p.c., ordinare l’immediata cessazione e rimozione di tutte le pubblicazioni a contenuto ingiurioso e diffamatorio effettuate in danno del ricorrente per mezzo della piattaforma Facebook o altri social network, fissando una somma di denaro dovuta dagli obbligati per ogni violazione o inosservanza dell’ordine nonché per ogni giorno di ritardo nella sua esecuzione (Tribunale Reggio Emilia, 15 aprile 2015).

Nella giurisprudenza sovranazionale si è recentemente affermato il principio secondo cui non è contraria all’art. 10 CEDU (che protegge la libertà di manifestazione del pensiero) la comminazione di una sanzione pecuniaria di 320 € a carico di un portale commerciale di news che consenta la libera pubblicazione di commenti e non proceda all’immediata rimozione di quelli con contenuti diffamatori o che incitino all’odio (Corte europea dei diritti dell’uomo, Grande Camera, 17 giugno 2015, Delfi contro Estonia, ricorso n. 64569/09). Tuttavia, i giudici strasburghesi sottolineano che i principi giuridici elaborati in questa decisione non concernono altri tipi di piattaforme Internet in grado di ospitare commenti di utenti terzi, come i forum di discussione o i siti web dove gli internauti possono manifestare liberamente le loro idee su qualsiasi cosa senza che la discussione sia moderata dagli interventi del responsabile del forum; ovvero i social network dove il fornitore della piattaforma non produce alcun contenuto, ma gestisce un sito o un blog relativo ad attività ludiche o inerenti al tempo libero.

3. Diritto all’immagine

I social network sono strumenti di proiezione sociale dell’immagine di sé che ciascun utente cerca di costruire secondo i propri gusti e attitudini in combinazione con la circostanza che attraverso l’uso di massa delle piattaforme di interazione sociale a venire rivelati non sono solo le notizie inerenti alla persona, ma l’intera sua connessione di rapporti e, attraverso questi, la ricostruzione della vita personale del soggetto. In questo contesto si colloca la protezione giuridica della lesione del diritto all’immagine su Facebook, come nel caso di una creazione di un falso profilo e pubblicazione di foto intime. A questo proposito, la giurisprudenza di legittimità ha sottolineato che “integra il reato di sostituzione di persona ex art. 494 cod. pen., la condotta di colui che crei ed utilizzi un “account” su un social network (nel caso di specie Facebook) al fine di commettere il reato di molestia e disturbo alle persone e per occultare la propria identità, inducendo altri in errore, avendo attribuito a sè, nel compimento della condotta di molestia, un nome falso (Cass. pen. Sez. V, Sent., (ud. 12/12/2013) 26-02-2014, n. 9391) “sostituendo illegittimamente la propria all’altrui persona, inducendo in errore i conoscenti della vittima, i quali, nella convinzione di rapportarsi con quest’ultima, hanno accettato la sua “amicizia” e, entrati nel sito, ne hanno visto gli illeciti contenuti. Come è noto, l’accesso al profilo privato di un soggetto Facebook si ha con la duplice condizione della “richiesta di amicizia” e dell’accettazione, tramite web. (Trib. Trento, 29 aprile 2014). Sul punto, la giurisprudenza di legittimità sottolinea che il reato di sostituzione di persona viene integrato anche quando l’uso abusivo dell’effige di persona del tutto inconsapevole, associata a un nickname di fantasia e a caratteristiche personali al fine di comunicare con altri iscritti e di condividere materiale in danno al terzo, di cui si è abusivamente utilizzata l’immagine in rete (Cass. pen. Sez. V, 23-04-2014, n. 25774 (rv. 259303). Ulteriormente, configura reato la pubblicazione di un video con contenuto osceno e con la conseguente lesione del diritto alla riservatezza dell’immagine. A questo proposito nulla rileva la difesa dell’imputato, secondo il quale l’inserimento del video su YouTube (con minaccia di divulgazione anche su Facebook) non comportava l’accesso di terzi a seguito dell’omissione dell’indicazione dei criteri di ricerca al momento della pubblicazione sul sito. Infatti, nel reato di illecito trattamento dei dati personali ex art. 167 D. Lgs 30 giugno 2003, n. 196 il “nocumento” per la persona offesa costituisce elemento essenziale del reato (Cass. Pen., Sez. III, 8 ottobre 2015, n. 40356).

4. Divulgazione di immagini pedopornografiche

Specificamente, qualora le immagini a sfondo sessuale divulgate via Facebook raffigurino una vittima minorenne, viene integrato il reato ex art 600ter co 3 c.p. (Uff. indagini preliminari Firenze, Sent., 10/02/2015). Il quid pluris necessario a integrare il reato in parola consiste nell’avere “l’imputato effettivamente inviato le foto pornografiche relative alla minore su una bacheca di un profilo facebook, con il pericolo di una concreta, non controllabile, ulteriore diffusione”. Infatti, “la ratio della norma incriminatrice è certamente quella di combattere il mercato della pedofilia”, il quale può attuarsi anche attraverso social networks come Facebook. E che poi l’autore avesse intenzione non di condividere con il mondo dei pedofili quel materiale, bensì di soddisfare i propri impulsi sessuali, non ha evidentemente alcun rilievo, poichè in effetti l’imputato si è avvalso della tutt’altro che rudimentale organizzazione Facebook, la quale è intrinsecamente finalizzata ad ogni diffusione; e tale natura di Facebook – che allo stato effettivamente non riesce ad arginare la circolazione di questo tipo di materiale – è talmente notoria che la sua utilizzazione rappresentata dal versarvi materiale pornografico integra, quanto meno come dolo eventuale, proprio una consapevole volontà di divulgazione (Cass. pen. Sez. III, Sent., (ud. 12/03/2015) 20-04-2015, n. 16340;. Cass. sez. 3^, 11 dicembre 2012-31 luglio 2013 n. 33157; Cass. sez. 3^, 25 ottobre 2012 n. 44914; Cass. sez. 3^, 10 novembre 2011 n. 44065; Cass. sez. 3^, 12 gennaio 2010 n. 11082; e cfr. altresì Cass. sez. F, 7 agosto 2014 n. 46305).

5. Onere della prova

In materia di separazione e divorzio, Facebook e gli altri social network sono entrati negli atti processuali delle parti perché utilizzati a sostegno di istanze di addebito. Sulla valutazione probatoria dei materiali scaricati dai social network per imputare all’altro coniuge la grave violazione dei doveri coniugali, la giurisprudenza di merito sembra essersi divisa sul punto in due correnti. Secondo un orientamento, non è sufficiente, a sostegno della propria richiesta di addebito, produrre la pagina del profilo facebook (priva di data) della controparte nella quale il separando marito si autodefinisce “playboy” (Trib. Monza Sez. IV, Sent., 06/02/2014). Il medesimo tribunale afferma che le dichiarazioni esternate su Facebook non rappresentano una prova specifica, poiché “su detta piattaforma sociale ciascuno si può definire in svariati modi anche solo al mero fine di vantarsi”(Trib. Monza, cit.). Questa posizione viene ribadita dal tribunale ambrosiano il quale sostiene che l’abitudine di chattare su facebook, anche con uomini, non configura una condotta posta in violazione del dovere di fedeltà coniugale (Trib. Milano Sez. IX, Sent., 16/10/2014). Altra giurisprudenza di merito osserva che le chat via social network seppure rappresentano una forma di intrattenimento, “in sé non censurabile”, consentirebbero al coniuge “di allacciare una relazione di natura pseudo-sentimentale”, anche se virtuale (Trib. Taranto Sez. I, Sent., 14/11/2014 ).

6. Diritto del lavoro

Nel rapporto tra lavoratore e datore di lavoro i social network possono interferire sulla rapporto di reciproca fiducia la cui rottura costituisce giusta causa di licenziamento, soprattutto quando da parte del dipendente vengono diffuse opinioni non appropriate su titolari o superiori. Ad esempio, i giudici ambrosiani hanno affermato che la pubblicazione di foto commentate su Facebook, scattate durante l’orario di lavoro, in circostanze di luogo e di tempo che provano l’allontanamento dal posto di lavoro e l’interruzione della prestazione, giustificano il licenziamento per giusta causa del dipendente (Trib. Milano Sez. lavoro, Ord., 01/08/2014). Osserva il giudicante che è “senz’altro vero che le foto non sono state pubblicate sul sito dell’azienda e che le didascalie non recano il nome della società, ma, inserite nella pagina pubblica del ricorrente, esse risultavano accessibili a chiunque e, senz’altro, a tutta la cerchia delle conoscenze più o meno strette del lavoratore: dunque, a tutti quei soggetti che, per essere familiari, colleghi o comunque conoscenti del dipendente, pertanto perfettamente in grado di sapere che l’espressione di discredito era riferita all’impresa datrice di lavoro, e pertanto la pubblicazione e la sua diffusione costituiscono una grave violazione dei doveri fondamentali del rapporto di lavoro (Trib. Milano Sez. lavoro, Ord., 01/08/2014). Tra queste vanno inclusi post denigratori non soltanto all’impresa datrice, ma anche le offese sessiste alle colleghe (Tribunale Ivrea, 28 gennaio 2015).

La giurisprudenza di legittimità ha specificato nell’ambito del rapporto lavoristico gli effetti della creazione di un “alias” o di un “fake” su Facebook da parte dell’impresa datrice di lavoro. Secondo un recentissimo orientamento della Cassazione, “la creazione di un falso profilo Facebook non costituisce, di per sé, violazione dei principi di buona fede e correttezza nell’esecuzione del rapporto lavorativo, poiché attiene a una mera modalità di accertamento dell’illecito commesso dal lavoratore, non invasiva né induttiva all’infrazione, funzionante come mera sollecitazione del lavoratore stesso (Cass. 27 maggio 2015, n. 10955).

7. Diritto Amministrativo

Il Consiglio di Stato ha dovuto specificare che un messaggio inviato da un Ministro mediante un “cinguettio” su Twitter non può considerarsi una manifestazione di volontà attizia, rispettosa del principio di tipicità degli atti amministrativi (Cons. Stato, Sez. VI, 12-02-2015, n. 7699).

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