Bullismo e violenza nei luoghi di apprendimento: le risposte delle Corti

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 3 novembre 2015

Negli Stati Uniti, la California Court of Appeal ha deciso un caso di violenza avvenuta in un’aula universitaria, nello specifico un laboratorio di chimicha dell’Università della California, sede di Los Angeles (UCLA). Si tratta dell’azione di negligence presentata da una ex studentessa nei confronti dell’UCLA per non averla protetta dagli atti violenti posti in essere da un compagno di corso sofferente di schizofrenia. Secondo la ricorrente, l’Università e i suoi dipendenti avevano violato il dovere di diligenza nello svolgimento delle loro mansioni poiché non avevano adottato misure ragionevoli per la sua protezione contro il prevedibile comportamento violento dello studente assalitore. I giudici della Corte d’appello californiana hanno invece sostenuto che l’Università non ha alcun obbligo di protezione dei suoi studenti adulti nei confronti delle azioni criminali degli altri studenti, soprattutto, come nel caso in esame, se questi soffrono di patologie mentali indipendentemente dal fatto che tali condotte possano essere o meno prevedibili. Tuttavia, questa decisione contiene una interessante dissenting opinion dove si sottolinea che la UCLA ha fatto della sicurezza del campus e dei luoghi di lezione un cavallo di battaglia promozionale per attrarre più studenti, pertanto, secondo detta opinione dissenziente, l’obbligo in discussione scaturirebbe da siffatta promessa manifestata nella campagna per le iscrizioni.

In Canada, presso il British Columbia Human Rights Tribunal è pendente una controversia relativa alle vicende di una alunna, sofferente di significativi problemi di apprendimento, che frequentava una scuola specializzata nell’insegnamento a ragazzi con tali difficoltà. La ragazza ha lamentato di aver subito, mentre si trovava a scuola, di episodi di molestie verbali, fisiche e di bullismo relativamente al suo peso, alla sua sessualità e alla coppia omosessuale che l’ha adottata. Nella loro istanza di fronte all’adita Corte i genitori adottivi hanno dichiarato che il comportamento della scuola è stato del tutto carente nel rispondere alle loro doglianze, tacendo ovvero limitandosi a effettuare indagini superficiali, come domandare se qualcuno nella scuola avesse visto le condotte incriminate. La difesa dell’ente scolastico ha affermato che le dichiarazioni dell’alunna fossero false ovvero contraddittorie, comunque negandole in toto. La scuola ha presentato un’istanza preliminare di rigetto della causa in questione poiché insussistente. In risposta i ricorrenti hanno depositato alcuni affidavit. La Corte ha rigettato l’istanza della scuola convenuta perché la ricostruzione dei fatti apportata dai convenuti appare al giudicante contraddittoria e merita di essere affrontata in udienza, tuttavia la Corte ha invitato le parti a rivolgersi al servizio di mediazione del medesimo Tribunale per comporre la vertenza. In caso di insuccesso, il giudicante sollecita l’organizzazione dell’udienza, nello specie l’accordo sugli argomenti da trattare, visto il grande numero di affidavit presentati, in modo tale da rendere più efficiente la cross-examination delle parti.

Nel Regno Unito, la England and Wales High Court (Queen’s Bench Division) ha deciso un caso relativo a due episodi di violenza sessuale risalenti alla fine degli anni Ottanta che il ricorrente, all’epoca un giovane calciatore sotto contratto per la squadra giovanile di un club di seconda divisione, avrebbe subito da parte di un giocatore della prima squadra. Il ricorrente ha citato in giudizio sia la società calcistica sia detto giocatore. Lo svolgimento della causa aveva nello specifico ad oggetto le seguenti questioni: 1. se il ricorrente fosse stato fisicamente aggredito e violentato dal secondo convenuto in uno o in entrambi gli episodi contestati; 2. se il club, in qualità di datore di lavoro del secondo convenuto, fosse responsabile civilmente per vicarious liability e 3. se l’attore abbia sofferto una lesione personale o un danno patrimoniale in conseguenza delle asserite offese subite. Atteso che l’onere della prova in merito alla sussistenza dei fatti allegati e alla loro attribuzione risiede in capo al ricorrente, il giudicante osserva che ai fini della corretta definizione della fattispecie in esame negli Anni Ottanta, durante i quali i fatti in discussione sarebbero avvenuti, la qualificazione di tali condotte è profondamente mutata rispetto ad oggi. Pertanto, sarebbe più corretto riferirsi a tali avvenimenti come “aggressioni fisiche intime” e non “sessuali”, poiché non si trattava di aggressioni “sessualmente” motivate. All’esito dell’analisi delle prove presentate e, soprattutto, dei controinterrogatori dei testimoni, il giudicante afferma che il ricorrente non sia riuscito a dimostrare che gli episodi in contestazione siano stati un vero e proprio assalto fisico doloso, piuttosto che uno scherzo cameratesco (come invece sostenuto dalle difese convenute). Tuttavia, le considerazioni finali del giudice appaiono interessanti per valutare la causa nel suo insieme, seppure senza influenza diretta sulla decisione, visto il mancato raggiungimento della prova. Infatti afferma il giudice che “(I)l processo civile non ricerca la verità assoluta, anche quando la ricerca dei fatti è possibile, ma sono molto cosciente che la piena verità non è stata raggiunta in questo processo. Sento la sconfortevole sensazione che né l’attore né il secondo convenuto hanno fornito una ricostruzione accurata dei fatti e che entrambi si sono risparmiati con la verità. Esiste una differenza legale e morale tra mentire in una risposta di fronte ad una accusa diretta o restare in silenzio quando non è stata fatta l’accusa corretta. (…) I sospetti e le speculazioni non sono sostituti delle prove e non costituiscono base per l’accertamento del fatto”.

Advertisements