USA: la controversia su Google Books si risolve a favore della legittimità del fair use

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 24 novembre 2015

1. Che cosa è “Google Books”
Come è noto, si tratta di un servizio predisposto da Google che consiste nella digitalizzazione e scannerizzazione di libri disponibili nelle biblioteche pubbliche e universitari. Esso venne presentato al pubblico per la prima volta durante la Buchmesse di Francoforte nel 2004. Tra le prime biblioteche ad aderire all’iniziativa si ricordano quelle della University of Michigan, di Harvard (Harvard University Library), di Stanford (Green Library), di Oxford (Bodleian Library), la New York Public Library, mentre successivamente parteciparono altri enti, tra i quali si ricordano la Biblioteca Nazionale Austriaca, la Biblioteca Nazionale Bavarese, la Bibliothèque municipale de Lyon, la Keio University Mediacenter, la Ghent University Library, la Princeton University Library e così via (fonte Wikipedia). Attraverso la partecipazione delle istituzioni bibliotecarie di tutto il mondo, esso si era prefissato l’ambizioso intento di creare la più grande biblioteca digitale accessibile liberamente. Secondo la descrizione della versione inglese dell’enciclopedia Wikipedia, il servizio fornisce diversi livelli di accesso ai contenuti. Nello specifico: 1. Full view: cioè la visione completa dell’opera che può essere scaricata gratuitamente quando la medesima si trova nel pubblico dominio, ovvero l’editore ha acconsentito alla sua diffusione; 2. Preview: l’anteprima del libro a stampa del quale è possibile consultare un certo numero di pagine; 3. Snippet view: si tratta della disponibilità di uno stralcio di qualche riga dell’opera, nel caso in cui Google non sia riuscito a rintracciare ovvero identificare l’autore, l’editore, o il detentore dei diritti o questi non abbiano dato il loro consenso: 4. No Preview: nel caso in cui Google non abbia digitalizzato l’opera e questa sia rintracciabie solo attraverso l’identificazione del nome dell’autore, del titolo, dell’editore e del codice ISBN.

2.Che cosa è il “fair use”.
Ai sensi della rule 17 U.S.C. § 107 il fair use, espressione traducibile in italiano come “uso equo”, consente l’utilizzo da parte di terzi dell’opera protetta da copyright, anche senza l’autorizzazione del detentore dei relativi diritti, qualora vengano rispettate contemporaneamente quattro condizioni, ovvero: 1. l’oggetto e la natura dell’uso equo devono avere scopo didattico e non lucrativo, 2. la natura dell’opera protetta, 3. la proporzionalità della parte dell’opera utilizzata in rapporto al suo insieme, 4. la proporzionalità delle possibili conseguenze di siffatto uso sul mercato potenziale ovvero sul valore dell’opera protetta.

3. Il contenzioso giudiziario
Il contenzioso giudiziario è sorto nel settembre 2005, quando tre autori scoprono che i loro libri sono stati digitalizzati senza il loro consenso. A seguito di ciò promuovono una “putative class action” contro Google nell’interesse di coloro che avessero subito violazioni del copyright simili alla loro. Dopo diversi anni di negoziazione, nel 2011 viene raggiunto un accordo secondo il quale Google può scannerizzare le opere protette da copyright versando però le relative royalties agli autori. Tuttavia detto accordo non viene ratificato dalla corte distrettuale poiché non equo per gli altri ipotetici membri della classe rappresentata dai tre promotori. Successivamente l’azione di classe venne riproposta, ottenendo la certificazione nel 2012. Nel 2013, la United States District Court for the Southern District of New York (Justice Chin) ha accolto le argomentazioni di Google, affermando che l’utilizzo dei contenuti protetti fatto dal suo servizio consiste in “fair use” garantito dalla rule 17 U.S.C. § 107, poiché l’utilizzo di tali contenuti era appropriato e limitato, altresì impedendo la creazione di un mercato sommerso dei testi originali. Contro questa decisione i ricorrenti, rappresentati dalle associazioni degli autori e degli editori americani, hanno presentato ricorso.

4. La motivazione dei giudici d’appello
Innanzitutto i giudici della United States Court of Appeals for the Second Circuit (Justices Leval, Cabranes, Parker) affermano che lo scopo del copyright è di espandere la conoscenza pubblica e, dando agli autori diritti di esclusiva economica, si vorrebbe incentivarli a creare nuovi lavori che arricchiscano, intellettualmente e informativamente, il consumo della conoscenza da parte del pubblico. A questo proposito, mentre gli autori sono gli indubbi beneficiari del copyright, anche il pubblico gode dei benefici di questo sistema che consente l’accesso della conoscenza attraverso la garanzia di compensazione per gli autori.
Ribadito ciò, i giudici affermano due importanti principi: da un lato statuiscono che la digitalizzazione delle opere protette da copyright da parte di Google Books, la creazione di un apposito motore di ricerca (search engine) e la visualizzazione degli “snippets” sono usi appropriati alla luce del “fair use”, pertanto non integrano la violazione del copyright. Infatti, sottolinea la Corte d’appello, confermando il giudizio già formulato in primo grado, lo scopo della copia è “altamente trasformativo”, garantendo al pubblico l’accesso alla conoscenza, mentre l’esposizione libera del testo è limitata e non costituisce un mercato alternativo (e pertanto illegale) delle opere originali. Infine, la natura commerciale di Google non giustifica, in questo caso, la negazione del fair use. Dall’altro lato, si afferma che l’offerta di Google di copie digitalizzate delle opere messe a disposizione dalle biblioteche, con l’accordo di utilizzarli in modo coerente con le norme in materia, non costituisce violazione del copyright. Ulteriormente, Google non è responsabile di violazioni indirette del diritto d’autore.

5. Conclusioni comparative
Secondo la United States Court of Appeals for the Second Circuit Google Books può legittimamente avvalersi del fair use perché l’interesse pubblico alla diffusione della cultura è preminente rispetto agli interessi di privativa dei titolari dei diritti di proprietà intellettuale. Nonostante le dichiarate intenzioni dei soccombenti di impugnare di fronte alla Corte Suprema, tale decisione è stata salutata con favore dalla dottrina statunitense e internazionale. Tuttavia, va sottolineato che il “fair use” è un concetto non familiare all’ordinamento italiano. Ciò nonostante, nel nostro ordinamento si può rintracciare un istituto che lo richiama, seppure in modo non completamente sovrapponibile e con modalità alquanto restrittive. Ci si riferisce all’art. 70, comma 1 bis della Legge sul diritto d’autore, secondo cui: «1-bis. È consentita la libera pubblicazione attraverso la rete internet, a titolo gratuito, di immagini e musiche a bassa risoluzione o degradate, per uso didattico o scientifico e solo nel caso in cui tale utilizzo non sia a scopo di lucro. Con decreto del Ministro per i beni e le attività culturali, sentiti il Ministro della pubblica istruzione e il Ministro dell’università e della ricerca, previo parere delle Commissioni parlamentari competenti, sono definiti i limiti all’uso didattico o scientifico di cui al presente comma». Risulta evidente come i concetti stessi di “utilizzo a bassa risoluzione” ovvero di “degradazione” di immagini o musiche vanifichino lo scopo stesso dell’uso equo, facendo prevalere gli interessi dei detentori dei diritti di privativa rispetto a quelli della pubblica conoscenza, fruibile esclusivamente online, nonché escludendo i contenuti diversi da quelli figurativi o musicali. Ulteriormente, va ricordato che nel nostro ordinamento la protezione del diritto d’autore è garantita sulla base del controverso Regolamento AGCOM. In attesa che si pronunci la Corte costituzionale sulla sua conformità alla Costituzione, detto regolamento garantisce la tutela amministrativa ai citati interessi di privativa, infatti i detentori dei diritti d’autore possono ottenere l’inibizione dell’accesso in Italia dei contenuti di loro pertinenza visibili su Google Books.