Uber, il lavoro dei driver ai tempi della sharing economy

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 18 gennaio 2016

Gli ultimi sviluppi giudiziari riguardanti “Uber” concernono lo status giuridico dei driver. Come è noto, secondo la nota enciclopedia collaborativa “Wikipedia”, Uber “fornisce un servizio di trasporto automobilistico privato attraverso un’applicazione software mobile (app) che mette in collegamento diretto passeggeri e autisti”. Sempre secondo Wikipedia tra i requisiti per diventare driver di Uber è richiesto: avere l’età minima di 21 anni, il possesso di un’auto a 4 porte assicurata e non più vecchia di 8 anni, 10 punti residui sulla patente, infine non avere condanne, né la patente sospesa da almeno 10 anni. Una volta reclutato, il conducente Uber riceve: uno smartphone sul quale è installata l’app, al fine di essere rintracciati dagli utenti, la revisione dell’auto allo scopo di accertarne le condizioni, l’assicurazione per la responsabilità civile verso terzi.

La questione oggetto del contenzioso in esame concerne se i guidatori Uber siano da considerare lavoratori dipendenti dell’azienda ovvero autonomi.

Negli Stati Uniti, in California, i driver di Uber hanno ottenuto la certificazione per il deposito di una class action al fine di ottenere il riconoscimento dello status di lavoratori dipendenti e l’attribuzione dei conseguenti benefici riconosciuti dal California Labor Code. Secondo la decisione dello scorso 9 dicembre della United States District Court Northern District of California fanno parte della classe tutti i driver che abbiano direttamente contrattato con Uber a nome proprio, e non attraverso intermediari, a partire dal 2009. La decisione nega l’applicabilità della clausola arbitrale per i guidatori entrati in servizio da giugno 2014, a differenza di quanto affermato in un order precedente. Tuttavia il guidatore deve aver tempestivamente esercitato l’opt-out dalla clausola compromissoria. Ciò nonostante, il vero requisito per aderire alla class action è di aver lavorato direttamente per Uber e non attraverso l’intermediazione di compagnie di noleggio o attraverso la costituzione di società. La certificazione di questa class riguarderebbe circa 160.000 guidatori dei servizi UberBlack, UberX, e UberSUV forniti dalla compagnia californiana. Nonostante la richiesta di estendere la certificazione della classe anche ad autisti residenti in altri Stati, la Corte ha limitato la competenza alla sola California, tuttavia è evidente che l’esito della class action avrà effetti oltre i confini del Golden State.

In una decisione relativa ad una controversia individuale tra una conducente e Uber la California Labor Commission ha stabilito che la driver è una dipendente della compagnia e non una contractor autonoma, ordinando a Uber di rimborsare alla guidatrice le spese sostenute per l’esercizio dell’attività. La California Labor Commission ha applicato il precedente Yellow Cab Cooperative v. Workers Compensation Appeals Board [(1991) 226 Cal. App. 3d. 1288] secondo cui nonostante alcuni elementi che caratterizzano il caso possano essere indicativi che i guidatori siano lavoratori autonomi, il fattore prevalente riguarda che guidatori non sono impegnati in occupazioni o affari differenti da quelli dei convenuti. Ne consegue che il loro lavoro è la base per l’attività dei convenuti stessi, nonostante l’assenza di controlli nel dettaglio del datore di lavoro nei confronti dell’impiegato, poiché in realtà l’attività di controllo esercitata dal datore di lavoro è pervasiva nel complesso delle attività del lavoratore. Analoghe decisioni individuali sono state ottenute da singoli guidatori Uber dalla California Unemployment Insurance Appeals Board, che ha concesso al richiedente benefici economici legati alla disoccupazione e dal parere consultivo del Bureau of Labor and Industries of the State of Oregon, il quale ha affermato che i driver Uber sono impiegati dell’azienda.

In Francia, il 7 dicembre scorso la Cour d’Appel di Parigi ha confermato la decisione del 16 ottobre 2014 con la quale il Tribunal de Grande Instance di Parigi condannava Uber sia per concorrenza sleale, sia per le condizioni lavorative e professionali cui sono sottoposti i guidatori. Sotto questo aspetto, i giudicante francesi hanno rilevato che i conducenti forniscono servizi di trasporto taxi sulla loro vettura senza particolare formazione professionale né licenza e che il contratto fornisce informazioni ambigue sulle caratteristiche assicurative, in particolare non sono chiare le condizioni assicurative necessarie per garantire il risarcimento di eventuali danni ai terzi trasportati.