Libertà come responsabilità

Si discute molto sull’eliminazione dell’obbligo di fedeltà dal ddl sulle unioni civili. Vi è chi ne parla di una grande conquista, per salvare “il matrimonio”, eccetera eccetera. Tutti discorsi profondamente legati alla tradizione cattolica (si ribadisce: alla “tradizione“, non certo alla “natura“).

Si, certo, è probabilmente una grande “conquista”, ma non nel senso che intendono i promotori di tale stralcio; anzi, nel senso esattamente opposto.

Si obbliga qualcuno a tenere un comportamento che altrimenti non adempirebbe in modo spontaneo.

Nel diritto civile, per esempio: il debitore sa molto bene che se non adempie alla sua obbligazione, può essere obbligato dall’ordinamento attraverso mezzi coercitivi.

Nel diritto di famiglia, non rispettare gli obblighi matrimoniali (coabitazione, assistenza, mantenimento e fedeltà, appunto) comporta significative conseguenze. Infatti, il coniuge inadempiente può venire sanzionato con l’addebito della separazione (molti anni fa si parlava addirittura di “colpa”) con precise sanzioni patrimoniali e successorie.

Sottolineo l’assonanza dei termini: debitore, addebito, inadempimento.

Lo stralcio del riferimento, a mio parere, può assumere una valenza diversa, una liberazione, l’occasione per scrollarsi di dosso antichi retaggi, un’opportunità di crescita anche culturale.

Io sto con te perché lo voglio liberamente, nessuno mi obbliga, neppure l’ordinamento giuridico.

Libertà (parola aborrita da certa dogmatica cattolica) come responsabilità (parola aborrita in generale).