Discriminazione e discorsi d’odio: gli sviluppi più recenti nella giurisprudenza comparata

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 4 marzo 2016

Nel Regno Unito, in materia di discorsi di istigazione all’odio religioso, la Belfast County Court ha affrontato un caso di un pastore evangelico che, durante un sermone tenutosi presso la sua chiesa nel 2014, si è riferito con termini negativi verso il credo islamico. In particolare, l’oratore ha enfatizzato la persecuzione di cristiani da parte di fanatici, concludendo che “Questi religiosi sono i fanatici del dio chiamato Allah”. Siccome il sermone è stato trasmesso via Internet, il pastore è stato denunciato ai sensi dell’art. 127 del “Communication Act 2003” per aver diffuso un messaggio “gravemente offensivo”, in relazione al contesto di predicazione. La questione concerneva se le controverse opinioni del predicatore fossero tutelate ai sensi degli articoli 9 (Libertà di pensiero, di coscienza e di religione) e articolo 10 (Libertà di espressione) CEDU. La discussione della causa si è concentrata sui riferimenti al noto e controverso discorso sui “Fiumi di sangue” di Enoch Powell. La ratio della norma invocata protegge il pubblico dalla ricezione di messaggi non sollecitati, contrari agli standard minimi di convivenza sociale, trasmessi attraverso strumenti pubblici di diffusione e trasmissione elettronica, mentre non è stata dimostrata la gravità delle espressioni utilizzate dal convenuto, pertanto la Corte nordirlandese l’ha assolto.

Anche in Nuova Zelanda, durante un famoso talk show, in un dibattito sull’impatto culturale delle religioni altrui, il conduttore ha fatto riferimento ai credenti di religione mussulmana come tagliatori di teste. Il ricorrente si è rivolto all’autorità neozelandese competente in materia, la Broadcasting Standard Authority, per denunciare quale altamente offensivo per i credenti mussulmani l’essere equiparati a terroristi, nonché per la diffusione di sentimenti anti-islamici. Secondo l’autorità competente, invece, tali espressioni erano relativamente brevi e non ripetute, pertanto non raggiungevano la soglia necessaria per integrare la fattispecie di hate speech o di incoraggiare la discriminazione o la denigrazione.

In Canada, si segnalano due casi giurisprudenziali che riguardano, specie nelle motivazioni decisionali, il rapporto tra discorso d’odio e discriminazione. Ad esempio, il B.C. Human Rights Tribunal ha stabilito che la Veterinary Medical Association del British Columbia sia responsabile per la discriminazione verso alcuni professionisti veterinari originari dell’India o del Punjab e che si siano colà laureati ovvero abbiano iniziato l’attività professionale. Secondo l’autorità giudicante, l’associazione convenuta si è espressa in modo negativo tale da minare la credibilità e l’autorevolezza etica dei colleghi stranieri in relazione alle loro pratiche veterinarie. Facendo riferimento a precedenti della Corte Suprema del Canada nel caso Saskatchewan (Human Rights Commission) v. Whatcott, 2013 SCC 11 (CanLII), il giudicante ha affermato che il divieto di espressioni d’odio debba essere applicato oggettivamente. La questione è se una persona ragionevole, consapevole del contesto e delle circostanze l’espressione, si veda coinvolta nelle espressioni d’odio e da ciò si senta offesa. In secondo luogo, i termini d’odio o di disprezzo sono limitati a manifestazioni estreme delle emanazioni inerenti alla diffamazione. In terzo luogo, la valutazione riguarda gli effetti dell’espressione odiosa relativamente al gruppo preso di mira, e non concerne la semplice ripugnanza espressiva. Infine, l’organo giudicante osserva che l’intenzione dell’autore sia irrilevante. Anche la Supreme Court of Nova Scotia ha utilizzato i parametri stabiliti nel precedente Saskatchewan (Human Rights Commission) v. Whatcott per annullare il Cyber-Safety Act (CSA) poiché in contrasto con le section 2 (libertà di pensiero, credo, opinione ed espressione) e 7 (diritto alla vità, libertà e sicurezza della persona) della Carta canadese dei diritti umani. La fattispecie concreta riguardava i due fondatori di una società, in particolare gli attacchi personali di stampo passivo-aggressivo di uno dei due soci nei confronti dell’altro a seguito del peggioramento degli affari e conseguentemente dei loro rapporti. L’attore ha ottenuto un ordine di protezione ai sensi della CSA affinché venisse impedito al convenuto di comunicare con lui, nonché di rimuovere tutti i post sui social media che si riferissero a lui direttamente o indirettamente. Sulla base del fatto che la normativa del CSA riguarda “tutte le comunicazioni elettroniche trasmesse con l’uso di tecnologia” invece di riferirsi ragionevolemente a quelle soltanto che provochino “paura, intimidazione, umiliazione, stress o altro tipo di danno o di minaccia alla salute, al benessere emozionale, all’autostima altrui”, la disciplina del CSA è stata reputata contraria ai principi della Canadian Charter of Human Rights. Sul punto, la Corte rileva che i commenti in questione, seppure sgradevoli, non fossero violenti e quindi ricadessero sotto la protezione della libertà di espressione.