Facebook: gli aggiornamenti giurisprudenziali comparati

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 16 marzo 2016

Recentemente Facebook è stato al centro di contenziosi giudiziari sulla tutela dei suoi utenti per quel che concerne l’utilizzo della piattaforma, delle condizioni contrattuali e della giurisdizione applicabile su di essa.

In Germania, il Bundesgerichtshof ha deciso una controversia che vedeva le associazioni dei consumatori dolersi della funzione “Trova Amici” (in tedesco “Freunde finden“) di Facebook. Attraverso di essa viene richiesto all’utente di cercare i propri amici al fine di inserirli automaticamente e senza il consenso degli interessati nel novero dei contatti sul proprio profilo Facebook. Tale operazione si svolgeva importando gli indirizzi di posta elettronica di persone ancora non iscritte nel database del social network con l’invio di un invito email precedentemente predisposto per sollecitare i destinatari a completare la registrazione. Secondo i ricorrenti tale pratica è contraria ai §§ 5 e 7 UWG (Gesetz gegen den unlauteren Wettbewerb, relativa al contrasto delle concorrenza sleale). Tanto in primo grado quanto in appello i consumatori hanno visto accogliere le loro doglianze, tuttavia Facebook ha impugnato di fronte al giudice di legittimità. Il BGH ha rigettato tale impugnazione confermando la ricostruzione dei giudici di merito, ovvero che l’inoltro di tali email costituisce una forma di comunicazione privata non sollecitata; infatti l’illegalità dell’attività di promozione di Facebook risiede nell’assenza del previo consenso del destinatario. Inoltre, la funzione “Freunde finden” ingannerebbe gli utenti già iscritti attraverso la divulgazione delle email dei loro contatti.

In Francia, Facebook è al centro di un contenzioso di fronte ai giudici nazionali interessante per due punti: da un lato se le condizioni contrattuali di accesso e fruizione del servizio sono sottoponibili alla giurisdizione, e quindi alla legge, francese; dall’altro per quel che concerne il dibattito sulla censura dei nudi femminili; nello specifico se il famosissimo (e ancora controverso) “Origine du Monde” di Gustave Courbet possa o meno essere pubblicato sul social network. La vicenda ha inizio quando un professore di storia dell’arte posta sul gruppo della sua classe il suddetto dipinto, il quale è stato successivamente oscurato da Facebook in ottemperanza delle condizioni contrattuali sulla cancellazione di immagini pornografiche. Il docente ha protestato scrivendo al social network e chiedendo la riattivazione del suo account. Insoddisfatto, si è rivolto al Tribunal de Grande Instance di Parigi denunciando la subita censura e la conseguente violazione della sua libertà di espressione, nonché richiedendo nuovamente la riattivazione dell’account. Facebook si è costituito affermando che la giustizia francese non ha giurisdizione per decidere della causa perché le condizioni generali di contratto di adesione al suo social network contengono una clausola attributiva della competenza alle corti di Santa Clara, California (USA). Il Tribunal de Grande Instance di Parigi, con una decisione confermata dalla Corte d’appello parigina, ha dichiarato tale clausola nulla e non apposta perché abusiva ai sensi della disciplina di protezione del consumatore, essendo l’utente Facebook riconducibile a quella categoria giuridica. Altresì è da rigettarsi l’argomentazione sulla gratuità del servizio, in considerazione del fatto che la società californiana gode dei profitti attraverso le inserzioni pubblicitarie. Nel confermare siffatta decisione, la Cour d’Appel di Parigi ha sottolineato che “la clausola di competenza a favore della giurisdizione californiana contenuta nelle clausole contrattuali ha l’effetto di creare a discapito degli utenti non professionali o dei consumatori, un disequilibrio significativo tra i diritti e le obbligazioni delle parti del contratto, che ha quale effetto di creare un serio ostacolo per l’utilizzatore francese all’esercizio delle sue azioni giudiziarie”. Risolta la questione preliminare sulla giurisdizione, ora i giudici francesi si occuperanno del merito, ovvero se l’oscuramento del profilo del docente di storia dell’arte consista o meno in una violazione della libertà di manifestazione del pensiero attraverso l’attività censoria.

Per quel che concerne la pubblicazione di commenti controversi su Facebook che possano inficiare la reputazione dell’ente datore di lavoro, tanto in Italia (decisione emanata dal Tribunale di Avellino) quanto in Francia (decisione emanata dalla Cour administrative d’appel de Nantes) si è reputato giustificato il licenziamento per giusta causa dell’autore del commento ritenuto diffamatorio, nonostante le scuse presentate dall’ex dipendente, almeno nel caso francese. La decisione del giudice irpino è di ulteriore interesse perché applica al caso il c.d. “Rito Fornero”.

In Brasile, si è svolta una vicenda relativa alla tutela della riservatezza analoga a quella che sta vedendo sfidarsi su fronti contrapposti Apple e l’agenzia federale FBI. Infatti, il responsabile per l’area sudamericana di Facebook è stato imprigionato per un giorno per non aver voluto consentire l’accesso alle comunicazioni Whatsapp (piattaforma di messaggistica istantanea appartenente a Facebook) di un gruppo di soggetti coinvolti in una indagine per spaccio di droga. Il Tribunal de Justiça de Sergipe (TJSE) ha concesso l’habeas corpus poiché la misura della carcerazione preventiva risultava essere eccessiva e sproporzionata rispetto al fatto che la persona arrestata non era parte del procedimento giudiziario, né indagato nell’indagine della polizia. Infatti non esistevano prove concrete che l’arrestato abbia agito con l’intenzione di ostacolare le indagini o favorire l’attività illegale in questione.

Advertisements