Fake account e reputazione online: gli orientamenti più recenti delle Corti straniere

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 27 aprile 2016

In Germania è in corso un interessante contenzioso sull’ammissibilità dell’utilizzo di uno pseudonimo da parte degli utenti di Facebook. Un utente aveva creato un profilo Facebook utilizzando un nickname per tenere separata la vita professionale con quella privata. Tale profilo era stato bloccato dal social network per i dubbi sulla sua autenticità. Il titolare si è rivolto al garante tedesco della protezione dei dati personali lamentando la violazione del suo diritto alla riservatezza nonché al diritto di utilizzare un nom de plume. Seppure il garante gli abbia dato ragione, la decisione è stata sospesa dall’Verwaltungsgericht Hamburg, il quale ha affermato che se da un lato, ai sensi della Telekommunikationsgesetz,Facebook non può richiedere ai suoi utenti di utilizzare il loro nome reale, dall’altro lato questa legge non si applicherebbe alla fattispecie in esame perché l’attività esercitata dalla filiale tedesca di Facebook riguarderebbe soltanto la raccolta pubblicitaria. Tuttavia, in questo contesto, la corte anseatica richiama la necessità di una disciplina europea unitaria in materia.

Se la decisione tedesca concerne l’uso legittimo di uno pseudonimo, in Italia, il Garante della privacy, con provvedimento dell’11 febbraio 2016, si è occupato della violazione della privacy da parte di Facebook che, notiziato della creazione di un profilo falso e usurpativo dell’identità di una terza persona, non ha provveduto immediatamente a cancellarlo, limitandosi a rinviare la parte offesa al servizio di “tool download” e a consultare il centro di assistenza per ottenere maggiori informazioni. La peculiarità del caso riguarda le attività minatorie effettuate attraverso il profilo falso da parte del soggetto usurpatore. A questo proposito, il Garante italiano ha ordinato a Facebook di comunicare al ricorrente in forma intelleggibile tutti i dati che lo riguardano contenuti nei falsi profili creati a suo nome, e le informazioni ad essi attinenti, come l’origine dei dati, gli estremi identificativi dei soggetti titolari e di coloro che ne sono venuti a conoscenza entro trenta giorni dalla ricezione di tale decisione. Ulteriormente, il Garante ha intimato Facebook di astenersi di effettuare ogni ulteriore trattamento di siffatti dati inseriti nel profilo falso, con la loro conservazione ai fini dell’acquisizione da parte dell’autorità giudiziaria.

Anche negli Stati Uniti la giurisprudenza si è occupata della responsabilità di Facebook in merito alla creazione di un fake account da parte di un utente terzo. La situazione di fatto è perfettamente sovrapponibile a quella italiana: un soggetto ha utilizzato nome e video di una terza persona, senza il consenso di questa, ai fini di creare un profilo falso e denigratorio. La vittima ha chiesto la rimozione dei materiali illegittimi, ottenendola solamente dopo due giorni e dietro minaccia di azione legale. Di fronte a questo ritardo la parte offesa ha agito in giudizio non solo lamentando la violazione della propria vita privata e il consenguente danno emotivo, ma pure ha impugnato il termini contrattuali con i quali Facebook, attraverso un “linguaggio enfatico”, proibisce la pubblicazione di materiali illeciti o violativi di diritti altrui. Facebook si è opposto chiedendo che la causa fosse dichiarata inammissibile. La Corte ha accolto l’istanza di Facebook applicando alla fattispecie la disciplina della Communication Decency Act che esclude la responsabilità del gestore della piattaforma per i materiali pubblicati da terzi. Ulteriormente la Corte ha affermato, in merito ai termini di servizio predisposti da Facebook, che gli utenti che decidano di aderirvi lo fanno a proprio rischio e pericolo, non essendo Facebook responsabile (ai sensi del Communication Decency Act) per i materiali di terzi.

In Francia, con provvedimento emanato il 29 marzo 2016, il juge des référés del Tribunal de Grande Instance di Parigi ha valutato che la diffusione reiterata di oltre 30 articoli contro una specifica coppia di persone integra il delitto di cyber-harcèlement (molestia informatica) introdotto dal nuovo art. 222-33-2-2-4° del Codice penale come modificato dalla legge 4 aprile 2014. In siffatta decisione il giudicante ha preso in considerazione il numero delle pubblicazioni nonché il tenore dei testi lesivi della reputazione delle due persone coinvolte. La fattispecie criminosa di cui si tratta punisce il fatto di molestare una persona con dei propositi o comportamenti ripetuti, aventi quale scopo ovvero effetto un peggioramento delle condizioni della sua vita che provochino una alterazione dello stato di salute fisica o mentale della persona colpita.