Airbnb e sharing economy: il ddl in discussione in Parlamento e la giurisprudenza comparata

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 9 maggio 2016

1. Introduzione

Come è noto, Airbnb è una piattaforma online che consente a privati non professionisti che hanno uno spazio domestico a disposizione di ospitare i viaggiatori alla ricerca di un alloggio per periodi più o meno lunghi. La dottrina sta discutendo sulla pertinenza di questa iniziativa economica all’innovativa area della “sharing economy”, ovvero se essa è riconducibile a figure giuridiche più tradizionali come il contratto di ospitalità oppure la sublocazione. In ogni caso si tratta di fattispecie che concernono l’applicazione delle normative sia di natura pubblicistica in materia di concorrenza, autorizzazioni sanitarie, versamenti di oneri fiscali e così via, sia di natura privatistica, in particolare per quel che riguarda la responsabilità civile e la disciplina contrattuale della locazione e di tutela dei consumatori. L’apparente inarrestabile crescita di tali servizi necessita di una regolamentazione giuridica che al momento è in discussione in Parlamento. Ulteriormente, pare opportuno verificare quali siano gli orientamenti giurisprudenziali comparati sul tema.

2. Regolare Airbnb: una prospettiva de jure condendo

Seppure il disegno di legge AC 3564 “Disciplina delle piattaforme digitali per la condivisione di beni e servizi e disposizioni per la promozione dell’economia della condivisione” intenda promuovere “l’economia della condivisione” nel senso più ampio della partecipazione e del favore del consumo consapevole, razionalità ed efficienza nell’utilizzo delle risorse (Art. 1), in questa sede ci si concentra sulla specifica fattipecie riconducibile all’ospitalità offerta attraverso Airbnb. Essa presenta elementi in comune con le piattaforme di condivisione, come la necessità di “trasparenza, equità fiscale, la leale concorrenza”, ma concerne uno specifico settore giuridico, concettualmente ben determinato con caratteristiche sue proprie, cioè il contratto di ospitalità. Esso si configura come un contratto atipico, oneroso e a prestazioni corrispettive, ma possiede una causa unitaria costituita dall’accoglienza dell’ospite, che comprende l’alloggio ed altre prestazioni contro il corrispettivo di un prezzo. Se l’art. 2 si occupa delle definizioni degli operatori della “sharing economy”, l’art. 3 riguarda i compiti dell’autorità della concorrenza e del mercato che deve: 1. regolare e vigilare “sull’attività delle piattaforme digitali della economia della condivisione” attraverso la tenuta di un apposito registro pubblico e consultabile gratuitamente. Sempre ai sensi dell’art. 3, u.c. “Al fine tutelare gli utenti fruitori o i terzi, l’AGCM può prevedere l’obbligo per i gestori di fornire o di richiedere agli utenti operatori la stipula di polizze assicurative per la copertura dei rischi tipici derivanti dalle attività di economia della condivisione”. Siffatta disposizione verrebbe a coprire una lacuna attuale e grave per quel che concerne la tutela dei fruitori del servizio di condivisione dell’ospitalità privata. Altrettanto positivo e interessante è l’art. 4 che prevede la stesura di un “documento di politica aziendale”, soggetto al parere vincolante e all’autorizzazione dell’AGCM che stabilisca le condizioni contrattuali tra la piattaforma digitale e (nel caso di Airbnb) gli host, individuabili dalla normativa in discussione attraverso la locuzione “utente operatore”. Tale documento esige, tra le molte previsioni, che non vi siano clausole di esclusiva a carico degli host, vista l’evidente disparità di potere contrattuale, né che il gestore della piattaforma effettui il controllo dell’esecuzione della prestazione dell’utente operatore, anche attraverso sistemi informatici. Inoltre, verrebbero vietate: la fissazione di tariffe obbligatorie, l’esclusione dalla piattaforma dell’utente operatore, l’obbligo di promozione dei servizi del gestore da parte dell’utente operatore; la pubblicazione di commenti critici del gestore da parte dell’utente operatore, la condivisione con altri utenti operatori di informazioni, giudizi e analisi; l’obbligo di fornire il consenso a cedere a terzi qualunque dato utente. La violazione di tali clausole ne comporta la specifica nullità, che però non si estende all’intero contratto. Ulteriormente, i pagamenti devono avvenire attraverso sistemi elettronici rintracciabili. Altrettanto importante è l’art. 5 del DDL che disciplina la fiscalità, uno dei punti dolenti per quel che concerne lo svolgimento delle attività di ospitalità da parte degli host di Airbnb. A questo proposito, viene stabilito che “il reddito da attività di economia della condivisione non professionale” percepito dagli host debba essere indicato in una apposita sezione della dichiarazione dei redditi. Per quanto concerne l’imponibile, ai redditi fino a 10.000 euro prodotti mediante le piattaforme digitali si applica un’imposta pari al 10 per cento. I redditi superiori a 10.000 euro sono cumulati con i redditi da lavoro dipendente o da lavoro autonomo e a essi si applica l’aliquota corrispondente”. I restanti articoli appaiono avere contenuti più generali ed estensibili all’intera area della “sharing economy”. Essi sono l’art. 6 (misure annuali per la diffusione dell’economia della condivisione) e l’art. 7 (tutela della riservatezza), la redazione di linee guida (art. 8), l’attività di monitoraggio, l’art. 11 riguarda le disposizioni transitorie e finali, mentre l’art. 12 le disposizioni finanziarie. Di rilievo è l’art. 10 stabilisce i controlli e le sanzioni in caso di inottemperanza agli obblighi di iscrizione al summenzionato Registro. Si tratta della immediata sospensione dell’attività fino al perfezionamento dell’iscrizione con l’imputazione di una sanzione amministrativa pecuniaria fino al 25% del fatturato del periodo durante il quale l’attività è stata svolta in assenza di iscrizione. Ci si può chiedere se la sanzione di un quarto dell’intero importi abbia una effettiva portata deterrente, considerato il potenziale fatturato delle specifiche attività inerenti alla economia della condivisione.

3. La giurisprudenza comparata inerente Airbnb

Al momento la giurisprudenza comparata si è concentrata sul rapporto tra proprietario dello spazio messo a disposizione dall’host locatario del medesimo. Ad esempio, in Francia la Sezione V del Tribunal de Grande Instance di Parigi ha deciso un contenzioso che riguardava il subaffitto di un appartamento nel V Arrondissement di Parigi senza l’autorizzazione dei proprietari per un periodo di tre anni al canone di 700 euro alla settimana. Infatti, secondo i giudici francesi gli inquilini hanno approffittato per lucrare sul bene oggetto del contratto di locazione abitativa, pertanto devono risarcire ai proprietari 5000€ a titolo di préjudice moral (danno non patrimoniale) oltre a ulteriori 2500€ a titolo di spese legali ex art. 700 del code de procédure civile, mentre non è stato dimostrato dai proprietari attori alcun danno patrimoniale. Avendo violato il contratto di locazione, agli inquilini è stato imposto di liberare immediatamente l’appartamento oggetto del contenzioso. La giurisprudenza francese consta di un precedente analogo risalente al 2012, dove però non erano stati riconosciuti dei danni morali, ma l’inquilino soccombente ha dovuto rifondere al proprietario 2000 ai sensi del citato art. 700.

In Australia la giurisprudenza si è espressa più volte su questo tema ma in senso contrario rispetto all’orientamento francese. In due diverse decisioni il Victorian Civil and Administrative Tribunal ha affermato che mettere a disposizione un appartamento attraverso Airbnb non costituisce attività di locazione o sublocazione perché il turista-ospite non possiede a pieno titolo la proprietà pubblicizzata su Airbnb, ma ne gode per un limitato periodo, pertanto gli inquilini non possono essere sfrattati dai proprietari dell’immobile per questo motivo. In questo caso i giudici affermano che i proprietari e le agenzie immobiliari siano tenuti a introdurre clausole specifiche nelle locazioni abitative proibendo espressamente il subaffitto su Airbnb. In analogo contenzioso, il Northern Territory Civil and Administrative Tribunal si è espresso nello stesso senso.

In Canada, in analoga fattispecie, il Landlord and Tenant Board ha ribadito che il conduttore non può subaffittare l’appartamento che ha in locazione dal locatore e che questo può essere causa di risoluzione del contratto. Invece, in tema di tutela dei diritti umani, il British Columbia Human Rights Tribunal ha dichiarato inammissibile una causa contro Airbnb per discriminazione in merito all’accesso ad un appartamento pubblicizzato sulla piattaforma quando in sede di causa è emerso che vi sia stata una spiacevole discussione tra il ricorrente e la signora ospitante e che, alla istanza di costei di dismissione della causa, il ricorrente non abbia opposto argomentazioni. L’istanza è stata accolta e la causa stata dismessa perché sulla base della documentazione presentata il giudicante ha rilevato che non vi stati comportamenti discriminatori da parte di Airbnb e che sulla base delle rispettive argomentazioni, la domanda del ricorrente non avrebbe avuto possibilità di accoglimento.