Ammissibilità del test DNA per l’attribuzione della paternità: le esperienze di UK e Germania

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 16 giugno 2016

È recente notizia che il Tribunale di Milano abbia accolto una richiesta di analisi del DNA ai fini attributivi della paternità su materiale biologico relativo a una persona defunta che avrebbe concepito un figlio da una relazione sentimentale fuori dal matrimonio. Tale fattispecie non è sconosciuta al diritto comparato. Infatti, in Inghilterra, la Family Division della High Court of Justice ha accolto la richiesta di un test di paternità su materiali biologici di un uomo morto prima della nascita del figlio da lui presuntamente concepito. Il caso è importante perché riguarda una fattispecie non disciplinata dallo Human Tissue Act in quanto il materiale genetico non è di natura cellulare.

Il ricorrente ha scoperto che il ramo familiare del presunto padre presenta precedenti ricorrenti di cancro intestinale, infatti il presunto padre era deceduto per tale patologia. Durante i trattamenti curativi il personale sanitario ha prelevato del sangue affinché venisse verificata la predisposizione ereditaria. Alla luce della possibilità del 50% di sofferenza di cancro intestinale, il ricorrente ha richiesto il consenso alle analisi agli eredi del defunto per poter confrontarne il DNA, e sottoporsi agli esami biennali appropriati per prevenire l’insorgere di siffatta patologia. Gli eredi hanno negato tale consenso. Di fronte al rifiuto il ricorrente ha adito la Family Division affermando che siffatto diniego consiste in una violazione del suo diritto all’integrità fisica e alla protezione della vita familiare ai sensi dell’art. 8 CEDU. Ulteriormente, la difesa del ricorrente ha chiesto l’applicazione in via analogica del Family Reform Act 1969 secondo cui il test scientifico di paternità può essere effettuato anche dopo la morte del presunto padre. Riconosciuto dalla Corte il vuoto legislativo, la Family Division ha rigettato quest’ultima argomentazione affermando tuttavia che in assenza di una esplicita norma, il giudice può emanare ordini nell’interesse della giustizia ai sensi del common law. Seppure l’ordine di disporre un test DNA, per di più postumo, comporta comunque un accertamento di paternità, con le conseguenze relative alla tutela della privacy, la Corte osserva che siffatto ordine può provocare la conseguente refrattarietà dei pazienti a fornire il loro DNA durante il trattamento medico. Tuttavia, la medesima Corte ha sottolineato che la conoscenza dell’identità biologica è una componente essenziale dell’esistenza di una persona, specie quando essa è strumentale alla tutela della salute della medesima, pertanto autorizza “nell’interesse della giustizia” all’espletamento dell’invocato test del DNA.

In Germania, il Bundesverfassungsgericht ha adottato un orientamento opposto. La questione concerne una signora di 66 anni che ha richiesto l’espletamento del test del DNA dei confronti del suo presunto padre biologico. Già nel 1954 analoga richiesta della madre della ricorrente, relativa alla sottoposizione del test sul gruppo sanguigno del presunto padre, venne rigettata dai giudici tedeschi. Secondo i giudici costituzionali tedeschi soltanto un intervento del legislatore può sopperire al vuoto legislativo in materia. Ulteriormente, nel bilanciamento tra diritti fondamentali quali il diritto alla riservatezza del presunto padre e il diritto della ricorrente a conoscere le proprie origini è il diritto alla riservatezza a prevalere. Il giudici costituzionali tedeschi fanno riferimento anche alle opposte conclusioni adottate giurisprudenza della Corte europea dei diritti umani. Infatti, essi affermano che seppure il tenore del primo capoverso dell’art. 8 CEDU comprenda il diritto del figlio alla conoscenza delle proprie origini, il padre non può essere forzato a sottoporsi al test genetico. A questo proposito, la Corte costituzionale tedesca ha affermato che il test di paternità può essere esperito con il consenso di tutte le parti coinvolte soltanto all’interno di un procedimento di riconoscimento di paternità, nel caso in esame già svoltosi. Sul punto la Corte sottolinea che non si può costringere una persona a svelare, direttamente o indirettamente, i suoi rapporti sessuali perché anche il presunto padre biologico e la sua famiglia hanno diritto al rispetto della loro autodeterminazione informativa in quanto, anche se il test avesse risultati negativi, i relativi effetti avversi non sono completamente reversibili.