Tempi turbolenti

ma non per questo meno interessanti. Meritano qualche sommario e immodesto commento

Domenica scorsa scossone elettorale, stanotte il Brexit, mentre si profila all’orizzonte di novembre 2016, la probabile elezione di Trump alla Casa Bianca.

Ma andiamo con ordine. Prima di tutto, in bocca al lupo Chiara! (ne hai bisogno, viste le aspettative sul tuo operato da parte dei torinesi).

Per quanto riguarda, il Brexit: nonostante il crollo della sterlina, delle borse europee, della fiducia nel futuro dell’UE, ciò che a me pare chiaro (ma è una mia opinione) è che esso si presenta come una opportunità per l’Unione e un rischio per il Regno Unito. L’adesione del Regno Unito all’Unione, in tutte le varie fasi della sua storia, è sempre stata “differente” (del resto il motto dell’UE è “uniti nella diversità”), seguendo il principio dell’opt out. Come se UK dicesse: noi partecipiamo alle negoziazioni, imponiamo le nostre condizioni a voi e poi, al momento buono, ci chiamiamo fuori. Contestualmente il tentativo di “comandare” e di tenere “il piede in due scarpe”.

Considerato poi che questo referendum rappresenta il famoso piatto di lenticchie in salsa inglese, infatti Cameron, pur di ottenere la nomina a leader del partito e quindi la candidatura a Downing Street alle successive elezioni, promise agli ultraconservatori lo svolgimento del referendum di ieri. Chapeau per la lungimiranza politica che, va detto, accomuna lui a molti altri leader politici attuali.

 L’eventuale uscita non è così semplice: il referendum deve essere ratificato tanto dal parlamento di Westminster (e qui si gioca la vera partita!) e dal Parlamento europeo, la Scozia e l’Irlanda del Nord minacciano la rottura definitiva dell’Act of Settlement. Ma se davvero riuscisse, per l’UE si presenterebbe una grande opportunità. Perché? Perché è la grande, grandissima, forse irripetibile occasione per proseguire sul percorso originario del Padri Fondatori del 1955, quelli che ancora si ricordavano cosa significasse sopravvivere alle due Guerre Mondiali e ricostruire pace, speranza e futuro. Perché in fondo l’ironia feroce di questa situazione consiste in questo: tutte le politiche economiche di austerity, di privatizzazioni sferzanti, di riduzione del welfare state hanno avuto quale ispiratrice  Margaret Thatcher, non Angela Merkel. Merkel fiuta “soltanto” (ed in modo parecchio cinico) gli umori dei suoi elettori. Quindi, in questo senso, non credo proprio che le politiche di austerità si modificheranno in UK, mentre è probabile che alla luce dell’esperienza presente di quanto accaduto in UK, e passata relativa alla propria storia nazionale qualcosa cambi a Bruxelles, Berlino e dintorni.

E adesso due parole sul fil rouge tra elezioni comunali italiane, Brexit e corsa alla Casa Bianca. L’elettorato ha generalmente ragione (non sempre: ci sono esempi famosi conosciuti a tutti, è pedante ricordarli), e in questi ultimi anni non manifesta più al suo interno la dicotomia “destra” (nel senso di politiche liberiste, scuola di Chicago, tagli al welfare, speculazione finanziaria) e “sinistra” (politiche solidaristiche, scuola keynesiana, aumento del debito pubblico tramite investimenti, per le persone più nostalgiche addirittura “comunismo”), ma tra “sommersi” e “salvati”. I sommersi sono gli impoveriti che si vedono ridurre le opportunità di migliorare la loro situazione futura (non mi voglio concentrare soltanto sulla perdita di ricchezza, perché se ci sono speranze e opportunità per il futuro, si è comunque convinti di “recuperare”, mentre non è più così. I “sommersi” sono convinti non solo di non riuscire più a “recuperare” la loro situazione personale, professionale, di vita, ma si vedono travolti da sfide nuove cui non si sentono pronti: avanzamento scientifico che sembra mettere la persona in secondo piano rispetto alla tecnica, perdita della loro centralità di persona rispetto alla burocrazia, inganno e disillusione nei loro investimenti personali e patrimoniali e così via. I “salvati” sono coloro che grazie a rendite di posizione, accesso all’istruzione più elevata, intuizioni brillanti e così via, questo avanzamento tecnologico, finanziario, burocratico tentano di governare: le élite, anzi, per usare un termine desueto: le aristocrazie.

C’è una frattura che non si vedeva dalla prima metà del XX secolo (anche se tale frattura aveva presupposti non del tutto identici).

Alla luce di ciò ci si rende conto come l’elettorato, il popolo nel senso di Rousseau e Robespierre sceglie, ma non sceglie le aristocrazie. E secondo me si ripeterà così anche per le elezioni alla Casa Bianca: la Signora Clinton è proprio la rappresentazione iconica di queste aristocrazie. Gli elettori più giovani del suo partito hanno scelto il suo antagonista alle primarie e secondo me si aggiungeranno agli elettori di Trump.

Ma queste sono solo supposizioni, my two cents.

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