Rome wasn’t built in a day

23 giugno 2016.

Se non è possibile costruire un grande impero in un giorno, si può distruggere tutto dall’alba al tramonto?

Su questo livello paiono i toni dei commenti, anche tra i più autorevoli, nei giorni seguenti lo svolgimento del referendum britannico sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea, il c.d. “Brexit”. I “leave” hanno prevalso con una percentuale del 51,9% imponendosi sul 48.1% del “remain”.

Sotto il profilo politico la maggioranza della popolazione britannica ha manifestato la contrarietà all’integrazione europea, probabilmente perché nostalgica dei trascorsi fasti imperiali, o ancora orgogliosa del ruolo vincente nella vittoria delle due guerre mondiali oppure più semplicemente affaticata dalla crisi economica che ha incrementato la disoccupazione giovanile, aizzando i timori di una immigrazione incontrollata e di un impoverimento dilagante. Siffatti erano gli scenari che la propaganda a favore del “leave” ha illustrato con successo. Non si può tacere che la campagna elettorale referendaria è stata insanguinata dall’omicidio della parlamentare Jo Cox, fautrice del “remain”, colpita nel suo collegio elettorale.

Sotto il profilo istituzionale, il risultato di questo voto se non ha rotto, ha sicuramente incrinato il disegno europeista partito nel 1955. Anche se in passato ci furono votazioni referendarie negative. Si ricordano le consultazioni dirette che bocciarono l’entrata in vigore della Costituzione europea (come in Francia e Olanda nel 2005) o l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona (come avvenne in Irlanda nel 2008, consultazione poi ripetuta con successo nel 2009), ma è la prima volta che esplicitamente un corpo elettorale si esprime per “l’abbandono della nave”.

Difficile capire cosa succederà nei prossimi mesi, però non si può dimenticare che le lotte, l’integrazione, gli scismi, le guerre, le contrapposizioni e il dialogo tra il Regno Unito e l’Europa continentale hanno radici profonde, lunghe di secoli; esse hanno dato linfa a uno scambio continuo culturale, politico, economico e giuridico, che certo non terminerà in una giornata di principio dell’estate.

Seppure non si possa prevedere cosa che cosa accadrà futuro, anzi, si stia brancolando nella confusione, rimane comunque abbastanza chiaro che il percorso successivo alla votazione referendaria inglese apre due possibili ipotesi principali: andarsene o ricostruire, come spesso succede nelle relazioni turbolente. Infatti, da un lato vi è chi suggerisce l’applicazione dell’art. 50 del Trattato di Lisbona con l’abbandono da parte dei rappresentanti del Regno Unito di tutte le istituzioni europee nelle quali siedono, vista l’evidente situazione di conflitto di interesse, né il governo britannico potrà più presiedere il Consiglio UE del secondo semestre del 2017, né potrà più far parte della troika insieme a Estonia e Bulgaria. Ulteriormente, si impone la revisione dei trattati a causa dell’uscita del Regno Unito. Questo approccio provocherebbe anche delle ripercussioni sotto il profilo di diritto costituzionale interno che interessano questa sede per il solo fatto che il Regno di Scozia ha manifestato tanto nelle urne referendarie, quanto in sedi istituzionali la volontà di rimanere nell’Unione Europea.

Dall’altro lato vi è chi suggerisce di riformare l’Unione Europea urgentemente, considerata la crisi di fiducia manifestata dai cittadini nel progetto di integrazione, anche con un sistema a due velocità. Secondo autorevole dottrina, il voto britannico del 23 giugno 2016 agita la campana d’allarme sia nei confronti della rigidezza del metodo confederale sia dell’inadeguatezza del metodo comunitario. Una direzione auspicabile sarebbe di ripetere quanto avvenne nel 1980, con la stesura di un progetto comunitario, anche costituente e federalista, da sottoporre al voto diretto dei cittadini in occasione delle elezioni europee del 2019. Questo passaggio sarebbe decisivo soprattutto politicamente, perché le istituzioni europee potrebbero guadagnare la fiducia dei consociati soltanto nel caso si dimostrino disposte a dare fiducia ai consociati, al contrario di quanto avvenuto negli ultimi anni, tendenza manifestatasi ad esempio con la revoca del referendum greco sugli accordi economici del 2011.

Queste sono semplici e sommarie riflessioni che vorrebbero avere la forza di un auspicio e registrare la convinzione della bontà del progetto europeo nel senso federalista, lasciando traccia, attraverso questo testo, di una speranza del prosieguo fruttuoso del cammino, nonostante gli ostacoli, antichi e nuovi, disseminati sul percorso.