Diritti e Risposte: le unioni civili

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La nuova legge 20 maggio 2016 n. 76 ha riformato il diritto di famiglia introducendo le unioni civili per le coppie dello stesso sesso, da un lato, e la possibilità per le coppie conviventi, indipendentemente dal sesso dei loro componenti, di regolare gli effetti patrimoniali della loro convivenza.

1. Cosa sono le unioni civili?

Le unioni civili si costituiscono tra due persone maggiorenni dello stesso sesso, attraverso una dichiarazione effettuata di fronte all’ufficiale di stato civile e alla presenza di due testimoni.
Le parti acquistano gli stessi diritti e assumono i medesimi doveri. Dall’unione civile deriva l’obbligo reciproco:
all’assistenza morale e materiale
alla coabitazione.
Entrambe le parti sono tenute, ciascuna in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro professionale e casalingo, a contribuire ai bisogni comuni.

L’indirizzo della vita familiare e la residenza comune siano concordati tra le parti, spettando a ciascuna di essa il potere di attuare l’indirizzo concordato.

E’ prevista la registrazione degli atti di unione civile nell’archivio dello stato civile.

Il documento attestante la costituzione del vincolo deve contenere:
i dati anagrafici delle parti,
l’indicazione del loro regime patrimoniale (comunione o separazione dei beni)
la loro residenza
i dati anagrafici
l’identità e la residenza dei testimoni.

2. Le differenze con il matrimonio:

Rispetto al matrimonio la legge Cirinnà non fa cenno né all’obbligo di fedeltà né a quello di collaborazione. Pertanto gli obblighi reciproci derivanti dall’unione civile a carico delle parti riguardano la coabitazione e l’assistenza morale e materiale.

Nel matrimonio civile la moglie aggiunge il cognome del marito al proprio, mentre per l’unione civile è possibile che la coppia scelga il cognome di famiglia. Infatti le parti, mediante dichiarazione all’Ufficiale di stato civile, possono indicare un cognome comune scegliendolo tra i loro cognomi; inoltre, i partner potranno anteporre o posporre al cognome comune il proprio cognome, se diverso.

In caso di scioglimento dell’unione civile, esso ha effetto immediato e non è previsto nessun periodo di separazione.
3. Cause impeditive alla costituzione dell’unione civile
La nuova disciplina prevede una serie di cause impeditive per la costituzione dell’unione civile, la presenza di una delle quali determina la nullità dell’unione stessa.
La nullità si ha quando:
– una delle due parti è già unita in matrimonio o ha già un’unione civile con altra persona;
– una delle due parti è incapace;
– c’è un rapporto di affinità o parentela tra le parti;
– una delle parti è stata condannata definitivamente per omicidio consumato o tentato nei confronti di chi sia coniugato o unito civilmente con l’altra parte.
Per quel che concerne le nullità, la medesima legge stabilisce che all’unione civile tra persone dello stesso sesso si estenda la disciplina del matrimonio in quanto applicabile. Tra questi casi si ricordano il nuovo matrimonio del coniuge, la nullità del nuovo matrimonio, le disposizioni in materia di nullità del matrimonio relative all’interdizione, l’incapacità di intendere e di volere.

4. Il regime patrimoniale delle unioni civili
Come nel caso del matrimonio civile, si prevede anche nelle unioni civili delle persone dello stesso sesso che il regime patrimoniale ordinario sia quello della comunione dei beni, a meno che le parti formino una convenzione patrimoniale, cioè un differente accordo sulla gestione delle sostanze economiche dei partner stessi.
Anche in tal caso, come nel matrimonio, resta ferma la possibilità di optare per la separazione dei beni.
Alle unioni civili, in tema di regime patrimoniale, si applica la disciplina in materia di fondo patrimoniale, comunione legale, comunione convenzionale, separazione dei beni e impresa familiare.

5. “L’estensione degli istituti civilistici alle unioni civili per le persone dello stesso sesso
La L. n. 76/2016 estende alle unioni civili per le persone dello stesso sesso:
gli ordini di protezione in caso di grave minaccia all’integrità fisica o morale di una delle parti,
la disciplina relativa all’amministrazione di sostegno;
la disciplina relativa all’inabilitazione e interdizione;
la disciplina relativa all’annullamento del contratto a seguito di violenza,
in caso di morte del prestatore di lavoro che sia parte di una unione civile, la corresponsione all’altra parte sia dell’indennità dovuta dal datore di lavoro, sia di quella relativa al trattamento di fine rapporto, la sospensione della prescrizione.

6. I diritti successori
La legge Cirinnà estende ai partner dell’unione civile parte la disciplina sulle successioni riguardante la famiglia contenuta nel Libro secondo del Codice civile; si tratta delle disposizioni relative alla successione legittima, legittimaria, alle indegnità, alla collazione e del patto di famiglia.
Precisamente, con specifico riferimento ai profili successori, il comma 21 dell’articolo unico della legge n. 76/2016 prevede, in particolare, che alle parti dell’unione civile si applicano gli articoli relativi alla disciplina della successione legittima, della successione legittimaria, dell’indegnità. Di conseguenza, in questi casi ogni riferimento al coniuge deve essere esteso anche alla parte dell’unione civile. Pertanto:
– nella successione legittima la disciplina prevista dall’art. 565 c.c. deve essere integrata tenendo conto anche della parte dell’unione civile. Per quel che concerne il concorso tra eredi nella successione è previsto che il coniuge, o la parte dell’unione civile, ha diritto a metà dell’eredità se nella successione concorre con un solo figlio e ad un terzo negli altri casi (art. 581 c.c.). Nel caso in cui ascendenti, fratelli o sorelle concorrano con il coniuge o la parte dell’unione civile, a questi spettano i due terzi dell’eredità (art. 582), mentre in mancanza di figli, di ascendenti, fratelli o sorelle, al coniuge o alla parte dell’unione civile viene assegnata l’intera eredità (art. 583 c.c.).
– nella successione c.d. necessaria (cioè quella in cui è la legge stessa a prevedere quote di riserva a specifiche figure familiari, anche in caso di diseredazione testamentaria stabilita dal defunto), la posizione della parte dell’unione civile è equiparata in toto a quella del coniuge. Quindi, al coniuge o alla parte dell’unione civile, anche quando concorre con altri eredi, sono riservati i diritti di abitazione sulla casa familiare e all’uso sui mobili che la arredano (art. 540 c.c.). Nel caso in cui chi muore lascia oltre al coniuge o alla parte dell’unione civile un solo figlio, a questo è riservato un terzo del patrimonio, stessa quota è riservata al al coniuge o alla parte dell’unione civile. Se i figli sono più di uno ad essi è riservata la metà del patrimonio, mentre al coniuge e alla parte dell’unione civile è riservato un quarto del patrimonio. La divisione tra tutti i figli deve essere effettuata in parti uguali (art. 542 c.c.). Per quel che concerne il concorso tra gli ascendenti (cioè i genitori) e il coniuge o la parte dell’unione civile, in caso di assenza di figli, alla parte dell’unione civile o al coniuge è riservata la metà del patrimonio, mentre ai genitori un quarto (art. 544 c.c.).
Non essendo prevista separazione nel caso di scioglimento dell’unione civile, non si applica la disciplina della successione del coniuge separato.
– Per quel che concerne la disciplina dell’indegnità, viene escluso dalla successione come indegno chi: 1. ha volontariamente ucciso o tentato di uccidere la persona della cui successione si tratta, il suo coniuge o il suo partner dell’unione civile, un suo discendente, un suo ascendente, a meno che non siano presenti cause di esclusione della punibilità previste dalla legge; 2. chi ha commesso a danno di una di queste persone un fatto al quale la legge dichiara applicabili le disposizioni sull’omicidio; 3. chi ha denunciato il coniuge, la parte dell’unione civile, i suoi figli, un ascendente per un reato punibile con l’ergastolo o per un reato per il quale la legge prevede la reclusione non inferiore a tre anni, e tale denuncia sia stata accertata come falsa, e quindi calunniosa, in un giudizio penale.

7. Gli aspetti tributaristici delle unioni civili
Per quel che riguarda gli aspetti tributaristici, la Legge Cirinnà non riserva alcun trattamento specifico agli atti giuridici inerenti alle unioni civili, lasciando quindi all’operatore il compito di individuare l’applicazione di eventuali norme di esenzione o di agevolazione in ambito fiscale. Lo stesso si può osservare per quel che concerne le imposte indirette, quali quelle di bollo, di registro, ipotecarie e catastali.
Tocca quindi al professionista formulare ipotesi anche al solo fine di assicurare il pieno rispetto degli obblighi fiscali derivanti dall’unione civile tra persone dello stesso sesso. In questo senso, le disposizioni che contengono riferimenti al matrimonio o la parola “coniuge”, “coniugi” o termini simili che scritte negli atti aventi forza di legge, nei regolamenti, negli atti amministrativi, nei contratti collettivi, si applicano anche a ciascuna delle parti dell’unione civile tra persone dello stesso sesso. La sovrapposizione (giuridicamente si tratta di una equiparazione) tra i termini di “coniuge” e “coniugi” con il quelli di “parti dell’unione civile tra persone dello stesso sesso” ha la finalità di rendere effettiva la tutela dei diritti e di assicurare l’adempimento degli obbighi derivanti tra le parti dalla unione stessa.

8. Lavoro e previdenza
In materia di diritto del lavoro, per quel che riguarda l’indennità sostitutiva del preavviso e trattamento di fine rapporto, l’art. 1, comma 17 della Legge Cirinnà riconosce il diritto al pagamento delle indennità di legge in caso di morte del lavoratore.
In caso di scioglimento dell’unione civile, come avviene in caso di divorzio, l’attribuzione del diritto all’assegno di mantenimento comporterà, in assenza di matrimonio o di una nuova unione civile, il diritto al pagamento del 40% del Trattamento di fine rapporto dell’ex partner, maturato negli anni in cui il rapporto di lavoro è coinciso con l’unione civile.
All’unione civile si applica la disciplina in materia di congedo matrimoniale.
Anche per quanto riguarda il recesso del datore di lavoro, si applica la nullità in caso in cui esso venga comunicato entro un anno dalla celebrazione dell’unione civile.
Sempre nell’ottica dell’equiparazione dei diritti derivanti dal rapporto matrimoniale all’unione civile, vengono estesi tutti i diritti conseguenti alla sospensione del rapporto di lavoro previsti dalla legge, cioè:
a) le disposizioni in materia di permessi per l’assistenza in caso di disabilità accertata del coniuge
b) le disposizioni per l’ipotesi dei permessi in caso di lutto e di eventi particolari;
c) le disposizioni in materia di trattamento economico per l’assistenza a persona affetta da disabilità accertata (entro il limite massimo di due anni);
d) le disposizioni relative la priorità a richiedere la trasformazione del rapporto di lavoro da tempo pieno a tempo parziale per le necessità di assistenza al partner affetto da patologie oncologiche.

9. La questione delle c.d. “step-child adoption”
La questione controversa oggetto dello stralcio dell’art. 5 del ddl avvenuto già durante la fase di approvazione in Senato concerne l’ipotesi della coppia omosessuale che conviva con i figli minori di uno dei due, nati da un apporto esterno, fecondazione eterologa ovvero gestazione per altri, instaurando un rapporto di genitorialità sociale con l’altro componente della coppia. Invero, in tali circostanze l’unico rapporto riconosciuto e tutelato dalla legge è quello con il genitore biologico, mentre il rapporto con il genitore sociale – sebbene avvertito e vissuto dal minore alla stregua dell'”altra figura genitoriale”- non riceve alcun riconoscimento o tutela, con conseguente privazione del minore della doppia figura genitoriale, in spregio al principio fondante del mantenimento di rapporti costanti con ambedue le figure genitoriali.
Tuttavia, la giurisprudenza della Corte europea dei diritti umani ha riconosciuto costantemente negli anni l’equiparazione del concetto di vita familiare tanto per le famiglie composte da genitori di orientamento eterosessuale quanto omosessuale. Infatti i giudici di Strasburgo hanno sottolineato che siano le indubbie qualità personali e l’attitudine per l’educazione dei bambini” degli aspiranti genitori a dover rientrare sicuramente nella valutazione del migliore interesse del bambino.
Nei casi concreti, la giurisprudenza italiana ha stabilito che se risponde al superiore interesse del minore e garantisce la copertura giuridica di un vincolo di natura genitoriale già esistente da anni, l’adozione “in casi particolari” ai sensi di quanto stabilito dalla legge sulle adozioni , n. 184 del 1983 può essere disposta a favore del convivente omosessuale del genitore dell’adottando.
Tale riconoscimento, seppure inquadrato nei limiti della legge sulle adozioni in casi speciali, garantisce al minore figlio di una famiglia omogenitoriale un riconoscimento legislativo che in assenza di legislazione, come avvenuto con lo stralcio del citato art. 5, non avrebbe.
È possibile comunque affermare che l’ordinamento italiano mantiene una tutela, seppur residuale, della posizione dei figli delle coppie omogenitoriali, tuttavia tale situazione è ben lontana dalla protezione del miglior interesse del minore al riconoscimento dello status unico della filiazione, come se gli effetti della “colpa” dell’omosessualità della coppia di genitori (biologico e sociale) ricadessero sui minori

Riferimenti normativi:
La disciplina attualmente in vigore in materia riguarda le disposizioni della legge 20 maggio 2016, n. 76 per le unioni civili e l’art. 44 legge 184 del 1983 per quel che riguarda l’adozione del figlio del partner omosessuale.

Domande e risposte
Che cosa è l’unione civile?
L’unione civile riguarda gli effetti riconosciuti dall’ordinamento giuridico italiano della manifestazione di volontà di una coppia di persone dello stesso sesso di assumere i medesimi diritti e doveri in merito a convivenza e assistenza
In cosa differisce l’unione civile dal matrimonio?
Rispetto al matrimonio, le persone che vivono in una unione civile non hanno l’obbligo giuridico di essere fedeli e di collaborare al menage casalingo, tuttavia possono scegliere il cognome di famiglia. Per quel che riguarda le unioni civili, la giurisprudenza riconosce dietro valutazione caso per caso l’adozione speciale del figlio del partner.
Le persone registrate in una unione civile hanno dei diritti successori?
Si, la legge 76/2016 equipara ai fini successori le persone registrate in una unione civile a quelle coniugate.
Le persone registrate in una unione civile possono diventare amministratici di sostegno del loro partner?
Si, la legge 76/2016 esplicitamente prevede che le persone registrate di una unione civile possano diventare amministratrici di sostegno del loro partner
Le persone registrate in una unione civile sono esentate dall’obbligo di fedeltà?
Rispetto ai diritti e doveri dei coniugi nel matrimonio è possibile notare che è taciuto il richiamo tanto all’obbligo di fedeltà quanto all’obbligo di collaborazione. Tuttavia, alla luce del rispetto del principio di uguaglianza e pari dignità stabiliti dagli artt. 2 e 3 della Costituzione è possibile affermare che tale interpretazione evolutiva del dovere di fedeltà sia applicabile anche alle unioni civili tra persone dello stesso sesso.

Lo Shakespeare di ieri e i rifugiati di oggi

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“The Book of Sir Thomas More, Act 2, Scene 4

Grant them removed, and grant that this your noise
Hath chid down all the majesty of England;
Imagine that you see the wretched strangers,
Their babies at their backs and their poor luggage,
Plodding to the ports and coasts for transportation,
And that you sit as kings in your desires,
Authority quite silent by your brawl,
And you in ruff of your opinions clothed;
What had you got? I’ll tell you: you had taught
How insolence and strong hand should prevail,
How order should be quelled; and by this pattern
Not one of you should live an aged man,
For other ruffians, as their fancies wrought,
With self same hand, self reasons, and self right,
Would shark on you, and men like ravenous fishes
Would feed on one another….
Say now the king
Should so much come too short of your great trespass
As but to banish you, whither would you go?
What country, by the nature of your error,
Should give you harbour? go you to France or Flanders,
To any German province, to Spain or Portugal,
Nay, any where that not adheres to England,
Why, you must needs be strangers: would you be pleased
To find a nation of such barbarous temper,
That, breaking out in hideous violence,
Would not afford you an abode on earth,
Whet their detested knives against your throats,
Spurn you like dogs, and like as if that God
Owed not nor made not you, nor that the claimants
Were not all appropriate to your comforts,
But chartered unto them, what would you think
To be thus used? this is the strangers case;
And this your mountainish inhumanity.”

Gli accordi patrimoniali nei divorzi stranieri

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 1 settembre 2016

Nel Regno Unito, la Family Court Division della High Court of Justice ha deciso uno dei divorzi contenziosi più roboanti degli ultimi anni per quel che concerne la quantificazione del mantenimento dell’ex coniuge. Si tratta del caso Juffali vs Juffali, che vede contrapposti da un lato l’ex moglie americana e dall’altro lato un finanziere saudita. La coppia godeva un tenore di vita principesco, di diverse proprietà di prestigio sparse per il globo, nonché di ricche collezioni di opere d’arte e di gioielli, naturalmente oggetto di causa. I coniugi convolarono a nozze a Dubai nel 2001 e stabilirono la loro residenza in Inghilterra, dove nacque la figlia, che iniziò a frequentare il sistema scolastico inglese. Nel 2012 il marito sposò all’insaputa della moglie un’altra donna, divorziando da questa poco dopo e riconciliandosi solo temporaneamente con la ricorrente. Infatti, nel 2014 il marito, mentre era in Arabia Saudita, ripudiò la ricorrente pronunciando tre volte il termine “talaq”, secondo la Sharia. Di seguitò a ciò, la signora citò il marito ai sensi del Part III of the Matrimonial and Family Proceedings Act 1984 (MFPA 1984, che disciplina gli accordi patrimoniali in caso di divorzio), nonostante questi avesse eccepito di godere dell’immunità diplomatica e di non essere residente nel Regno Unito. Dopo una lunga e articolata ricostruzione del contenzioso, la Family Division ha stabilito che la vita coniugale era basata principalmente in Inghilterra e quindi ad essa era applicabile il diritto inglese, nonostante il caso riguardasse “una famiglia internazionale”. Per quel che concerne la liquidazione del mantenimento della ricorrente, la corte ha valutato attentamente gli introiti familiari affermando che “un budget annuo netto di due milioni e mezzo di sterline siano sufficienti per soddisfare le esigenze ragionevoli della ricorrente”, pertanto, considerando l’aspettativa di vita della signora e “valutando attentamente una adeguata dotazione finanziaria per il suo futuro”, le ha riconosciuto un totale di cinquatatre milioni di sterline, mentre per quel che concerne i gioielli, “ai fini di ornamento personale”, le ha attribuito preziosi per un valore di più di quattro milioni di sterline, mentre ha rinviato a successivi accordi tra le parti la divisione degli altri beni mobili.

Sempre in tema di applicazione del già citato Part III del MFPA 1984, la Family Division della Court of Appeals ha rigettato l’istanza di appello contro una sentenza relativa alla disciplina, dei rapporti patrimoniali susseguenti un divorzio concluso da una coppia anglo-australiana che si sposò in Australia nel 2006. I coniugi ebbero una figlia e fino al 2008 vissero insieme nel Regno Unito, quando si separarono e la moglie tornò in Australia insieme alla bambina. Tanto il divorzio quanto gli accordi patrimoniali ad esso conseguenti vennero fissati dal giudice australiano di fronte al quale entrambe le parti si costituirono. Di comune accordo vennero stabiliti, e recepiti dal giudice colà competente, accordi per il mantenimento della moglie, dei figli e l’attribuzione del patrimonio familiare. Successivamente l’ex moglie presentò istanza per rivedere gli accordi sia di fronte ai giudici australiani sia davanti a quelli inglesi, lamentando sia i limiti della difesa tecnica che l’ha seguita in Australia, sia la scorrettezza dell’ex coniuge nel procedimento istruttorio. L’istanza venne già negata dal giudice di primo grado il quale affermò che, nonostante le doglianze successive, l’ex moglie accettò come appropriati gli accordi nel momento in cui questi vennero stipulati, né ha portato prove che, ai sensi della legge inglese, tali accordi potessero risultare iniqui. La Corte d’appello ha confermato l’inappellabilità della decisione, divenuta definitiva.

In Canada, la Cour Supérieure du Québec ha deciso un caso relativo a una coppia franco-marocchina che si sposò in Belgio nel 2012. La coppia ebbe due figlie ed entrambi i coniugi acquisirono la cittadinanza belga. Sempre in Belgio, di fronte a un notaio, la coppia regolò i rapporti patrimoniali famigliari. In precedenza al matrimonio, ognuno dei due coniugi effettuò diversi tentativi di ottenere il permesso di soggiorno per stabilirsi in Québec, riuscendoci solo nel 2011. Nel 2014 i rapporti di coppia si deteriorano e durante una vacanza in Belgio, considerata dalla coppia come la loro seconda residenza, la moglie comunicò al marito che intendeva divorziare. L’istanza di divorzio venne presentata sia in Canada, sia in Belgio. La procedura iniziata in Canada si concluse tre mesi dopo con le seguenti statuizioni: la pronuncia di divorzio, la divisione del patrimonio familiare, il riconoscimento di alimenti a favore della moglie per una cifra complessiva di venti milioni di dollari canadesi e una “prestazione compensativa” di cinquanta milioni di dollari canadesi, nonché il rimborso delle spese legali di due milioni di dollari canadesi. Successivamente, il marito instò per la revoca di tutte le donazioni effettuate a favore dell’ex coniuge per un ammontare di trenta milioni di dollari canadesi. Altresì egli chiese ai giudici canadesi di revocare la loro decisione sul divorzio poiché contraria alla legge belga, poiché entrambi gli ex coniugi avevano la cittadinana belga. Dopo una approfondita disamina del diritto quebechese, del diritto belga e della Convenzione Bruxelles II, il giudice adito affermò che, ai sensi dell’art. 3137 del Codice civile del Quebéc, interpretato alla luce del precedente Oppenheim Forfait GMBH c. Lexus Maritime inc., 1998 CanLII 13001 (QC CA), tutte le parti erano residenti in Québec, in quanto non erano state presentate prove del contrario, pertanto la legge applicabile sul divorzio era quella quebechese. Ulteriormente, la Corte stabilì che siccome il luogo della stipula dei contratti relativi ai rapporti patrimoniali fosse il Belgio, tale circostanzaaveva consentito alla stessa Corte quebechese di applicare la legge belga sul punto.

Facebook, e-mail, Google Play Store: le ultime decisioni delle Corti straniere

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 22 agosto 2016

Negli Stati Uniti, la Northern District Court of California ha affermato che Facebook non è responsabile dei materiali pubblicati da utenti che creino false identità. Il caso riguardava uno studente che si è visto attribuire da un fake account a suo nome immagini, comportamenti e video non consoni con la sua personalità. Facebook ha cancellato il falso profilo solo dopo due giorni dalla prima segnalazione, dopo che ricorrente ha reiteratamente minacciato di agire in giudizio. Il giudicante californiano ha dato torto al ricorrente sotto due profili: da un lato ha applicato la Sect. 47 USC 230 (conosciuta come “Communications Decency Act”), la quale stabilisce che gli intermediari on line non sono responsabili per i contenuti pubblicati da terze parti; dall’altro lato richiamandosi alle stesse condizioni contrattuali di Facebook, secondo cui la medesima piattaforma non è responsabile per il comportamento, tanto online quanto off line, di qualsiasi suo utente.
La Ninth Circuit Court of Appeals ha deciso il caso United States v. Nosal. Si tratta di una prassi piuttosto comune: la condivisione consensuale di password di posta elettronica. Secondo i giudici federali californiani, che si discostano dall’orientamento precedente meno rigoroso, tale condivisione integra un reato penale federale in quanto violativo del Computer Fraud and Abuse Act. Questa ambivalenza giurisprudenziale nasce dalla vaghezza dei termini descrittivi della fattispecie incriminatrice.
Sempre negli Stati Uniti, la United States Court of Appeals for the Second Circuit ha deciso il noto caso Microsoft Corporation v. United States of America. Esso riguarda un ordine giudiziario contro Microsoft, emanato ormai nel 2013, di produrre tutte le email e le informazioni private collegate ad un certo account tenuto da Microsoft. Tale account è ospitato su di un server allocato in Irlanda, a Dublino, in uno dei diversi data center di Microsoft in giro per il mondo. Microsoft ha fornito solo le informazioni custodite negli Stati Uniti, ma non quelle depositate in Irlanda affermando che i giudici americani non hanno giurisdizione sulle informazioni custodite all’estero. Sconfitta in primo grado di fronte alla Southern District Court di New York, Microsoft ha impugnato la decisione, riscontrando il favore di associazioni, di singoli membri del Parlamento Europeo e dello stato irlandese che hanno depositato propri amici curiae e vincendo in appello. I giudici del Second District infatti hanno asserito che quando il Legislatore degli Stati Uniti ha emanato lo Stored Communication Act (sulla base del quale era stato emanato l’ordine) non aveva intenzione che questo venisse applicato extraterritorialmente per costringere una società, anche se americana, a svelare dati relativi a comunicazioni elettroniche custodite all’estero e che Microsoft ha compiutamente e legittimamente adempiuto consegnando i soli dati custoditi negli Stati Uniti.
In Francia, la Chambre sociale della Cour de Cassation in una sentenza del 19 maggio 2016, ha affermato che, in un contenzioso concernente il licenziamento di un dipendente sindacalista il quale aveva inviato email ai colleghi, nel valutare la gravità delle osservazioni fatte occorre tener conto del contesto nel quale le stesse osservazioni erano state fatte. Seppure la email in questione fosse molto critica su un progetto di accordo, il dipendente non aveva abusato della sua libertà di espressione, anche se aveva utilizzato termini quali “ricatto”, “forma scandalosa”, “under the gun”, “dittatura” e altre espressioni simili. Il datore di lavoro aveva ritenuto che queste osservazioni fossero offensive, diffamatorie e eccessive contro la direzione della società, licenziando il dipendente per colpa grave consistente in un abuso manifesto della libertà di espressione. La Cassazione ha confermato la decisione con cui la Corte d’Appello dichiarava la nullità del licenziamento, considerando che, dato il contesto di un progetto di accordo collettivo in cui la tutela dei suoi diritti avrebbe potuto essere compromessa, il dipendente non ha commesso alcun abuso.
In un altro contenzioso, il Tribunal de commerce di Parigi ha deciso un caso relativo alla cancellazione di una app dal servizio di Google Play, ritenuta illecita da parte del fornitore. Secondo il Tribunal de commerce, innanzitutto Google è libero di definire la propria politica commerciale; secondariamente ha asserito che Google non ha interrotto il rapporto commerciale in violazione con il fornitore della app. Infatti, Google aveva inviato una email preventiva dove il fornitore stesso veniva avvisato dell’eliminazione poiché l’app trattava di gioco d’azzardo e pertanto non era conforme alle condizioni contrattuali predisposte per il servizio. In conclusione, il Tribunal de Commerce conferma che tale cancellazione non costituisce neppure una pratica discriminatoria, poiché Google Play Store adotta immediatamente misure per bloccare le pratiche violative delle suddette condizioni non appena ne venga a conoscenza.