Facebook, e-mail, Google Play Store: le ultime decisioni delle Corti straniere

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 22 agosto 2016

Negli Stati Uniti, la Northern District Court of California ha affermato che Facebook non è responsabile dei materiali pubblicati da utenti che creino false identità. Il caso riguardava uno studente che si è visto attribuire da un fake account a suo nome immagini, comportamenti e video non consoni con la sua personalità. Facebook ha cancellato il falso profilo solo dopo due giorni dalla prima segnalazione, dopo che ricorrente ha reiteratamente minacciato di agire in giudizio. Il giudicante californiano ha dato torto al ricorrente sotto due profili: da un lato ha applicato la Sect. 47 USC 230 (conosciuta come “Communications Decency Act”), la quale stabilisce che gli intermediari on line non sono responsabili per i contenuti pubblicati da terze parti; dall’altro lato richiamandosi alle stesse condizioni contrattuali di Facebook, secondo cui la medesima piattaforma non è responsabile per il comportamento, tanto online quanto off line, di qualsiasi suo utente.
La Ninth Circuit Court of Appeals ha deciso il caso United States v. Nosal. Si tratta di una prassi piuttosto comune: la condivisione consensuale di password di posta elettronica. Secondo i giudici federali californiani, che si discostano dall’orientamento precedente meno rigoroso, tale condivisione integra un reato penale federale in quanto violativo del Computer Fraud and Abuse Act. Questa ambivalenza giurisprudenziale nasce dalla vaghezza dei termini descrittivi della fattispecie incriminatrice.
Sempre negli Stati Uniti, la United States Court of Appeals for the Second Circuit ha deciso il noto caso Microsoft Corporation v. United States of America. Esso riguarda un ordine giudiziario contro Microsoft, emanato ormai nel 2013, di produrre tutte le email e le informazioni private collegate ad un certo account tenuto da Microsoft. Tale account è ospitato su di un server allocato in Irlanda, a Dublino, in uno dei diversi data center di Microsoft in giro per il mondo. Microsoft ha fornito solo le informazioni custodite negli Stati Uniti, ma non quelle depositate in Irlanda affermando che i giudici americani non hanno giurisdizione sulle informazioni custodite all’estero. Sconfitta in primo grado di fronte alla Southern District Court di New York, Microsoft ha impugnato la decisione, riscontrando il favore di associazioni, di singoli membri del Parlamento Europeo e dello stato irlandese che hanno depositato propri amici curiae e vincendo in appello. I giudici del Second District infatti hanno asserito che quando il Legislatore degli Stati Uniti ha emanato lo Stored Communication Act (sulla base del quale era stato emanato l’ordine) non aveva intenzione che questo venisse applicato extraterritorialmente per costringere una società, anche se americana, a svelare dati relativi a comunicazioni elettroniche custodite all’estero e che Microsoft ha compiutamente e legittimamente adempiuto consegnando i soli dati custoditi negli Stati Uniti.
In Francia, la Chambre sociale della Cour de Cassation in una sentenza del 19 maggio 2016, ha affermato che, in un contenzioso concernente il licenziamento di un dipendente sindacalista il quale aveva inviato email ai colleghi, nel valutare la gravità delle osservazioni fatte occorre tener conto del contesto nel quale le stesse osservazioni erano state fatte. Seppure la email in questione fosse molto critica su un progetto di accordo, il dipendente non aveva abusato della sua libertà di espressione, anche se aveva utilizzato termini quali “ricatto”, “forma scandalosa”, “under the gun”, “dittatura” e altre espressioni simili. Il datore di lavoro aveva ritenuto che queste osservazioni fossero offensive, diffamatorie e eccessive contro la direzione della società, licenziando il dipendente per colpa grave consistente in un abuso manifesto della libertà di espressione. La Cassazione ha confermato la decisione con cui la Corte d’Appello dichiarava la nullità del licenziamento, considerando che, dato il contesto di un progetto di accordo collettivo in cui la tutela dei suoi diritti avrebbe potuto essere compromessa, il dipendente non ha commesso alcun abuso.
In un altro contenzioso, il Tribunal de commerce di Parigi ha deciso un caso relativo alla cancellazione di una app dal servizio di Google Play, ritenuta illecita da parte del fornitore. Secondo il Tribunal de commerce, innanzitutto Google è libero di definire la propria politica commerciale; secondariamente ha asserito che Google non ha interrotto il rapporto commerciale in violazione con il fornitore della app. Infatti, Google aveva inviato una email preventiva dove il fornitore stesso veniva avvisato dell’eliminazione poiché l’app trattava di gioco d’azzardo e pertanto non era conforme alle condizioni contrattuali predisposte per il servizio. In conclusione, il Tribunal de Commerce conferma che tale cancellazione non costituisce neppure una pratica discriminatoria, poiché Google Play Store adotta immediatamente misure per bloccare le pratiche violative delle suddette condizioni non appena ne venga a conoscenza.