Gli accordi patrimoniali nei divorzi stranieri

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 1 settembre 2016

Nel Regno Unito, la Family Court Division della High Court of Justice ha deciso uno dei divorzi contenziosi più roboanti degli ultimi anni per quel che concerne la quantificazione del mantenimento dell’ex coniuge. Si tratta del caso Juffali vs Juffali, che vede contrapposti da un lato l’ex moglie americana e dall’altro lato un finanziere saudita. La coppia godeva un tenore di vita principesco, di diverse proprietà di prestigio sparse per il globo, nonché di ricche collezioni di opere d’arte e di gioielli, naturalmente oggetto di causa. I coniugi convolarono a nozze a Dubai nel 2001 e stabilirono la loro residenza in Inghilterra, dove nacque la figlia, che iniziò a frequentare il sistema scolastico inglese. Nel 2012 il marito sposò all’insaputa della moglie un’altra donna, divorziando da questa poco dopo e riconciliandosi solo temporaneamente con la ricorrente. Infatti, nel 2014 il marito, mentre era in Arabia Saudita, ripudiò la ricorrente pronunciando tre volte il termine “talaq”, secondo la Sharia. Di seguitò a ciò, la signora citò il marito ai sensi del Part III of the Matrimonial and Family Proceedings Act 1984 (MFPA 1984, che disciplina gli accordi patrimoniali in caso di divorzio), nonostante questi avesse eccepito di godere dell’immunità diplomatica e di non essere residente nel Regno Unito. Dopo una lunga e articolata ricostruzione del contenzioso, la Family Division ha stabilito che la vita coniugale era basata principalmente in Inghilterra e quindi ad essa era applicabile il diritto inglese, nonostante il caso riguardasse “una famiglia internazionale”. Per quel che concerne la liquidazione del mantenimento della ricorrente, la corte ha valutato attentamente gli introiti familiari affermando che “un budget annuo netto di due milioni e mezzo di sterline siano sufficienti per soddisfare le esigenze ragionevoli della ricorrente”, pertanto, considerando l’aspettativa di vita della signora e “valutando attentamente una adeguata dotazione finanziaria per il suo futuro”, le ha riconosciuto un totale di cinquatatre milioni di sterline, mentre per quel che concerne i gioielli, “ai fini di ornamento personale”, le ha attribuito preziosi per un valore di più di quattro milioni di sterline, mentre ha rinviato a successivi accordi tra le parti la divisione degli altri beni mobili.

Sempre in tema di applicazione del già citato Part III del MFPA 1984, la Family Division della Court of Appeals ha rigettato l’istanza di appello contro una sentenza relativa alla disciplina, dei rapporti patrimoniali susseguenti un divorzio concluso da una coppia anglo-australiana che si sposò in Australia nel 2006. I coniugi ebbero una figlia e fino al 2008 vissero insieme nel Regno Unito, quando si separarono e la moglie tornò in Australia insieme alla bambina. Tanto il divorzio quanto gli accordi patrimoniali ad esso conseguenti vennero fissati dal giudice australiano di fronte al quale entrambe le parti si costituirono. Di comune accordo vennero stabiliti, e recepiti dal giudice colà competente, accordi per il mantenimento della moglie, dei figli e l’attribuzione del patrimonio familiare. Successivamente l’ex moglie presentò istanza per rivedere gli accordi sia di fronte ai giudici australiani sia davanti a quelli inglesi, lamentando sia i limiti della difesa tecnica che l’ha seguita in Australia, sia la scorrettezza dell’ex coniuge nel procedimento istruttorio. L’istanza venne già negata dal giudice di primo grado il quale affermò che, nonostante le doglianze successive, l’ex moglie accettò come appropriati gli accordi nel momento in cui questi vennero stipulati, né ha portato prove che, ai sensi della legge inglese, tali accordi potessero risultare iniqui. La Corte d’appello ha confermato l’inappellabilità della decisione, divenuta definitiva.

In Canada, la Cour Supérieure du Québec ha deciso un caso relativo a una coppia franco-marocchina che si sposò in Belgio nel 2012. La coppia ebbe due figlie ed entrambi i coniugi acquisirono la cittadinanza belga. Sempre in Belgio, di fronte a un notaio, la coppia regolò i rapporti patrimoniali famigliari. In precedenza al matrimonio, ognuno dei due coniugi effettuò diversi tentativi di ottenere il permesso di soggiorno per stabilirsi in Québec, riuscendoci solo nel 2011. Nel 2014 i rapporti di coppia si deteriorano e durante una vacanza in Belgio, considerata dalla coppia come la loro seconda residenza, la moglie comunicò al marito che intendeva divorziare. L’istanza di divorzio venne presentata sia in Canada, sia in Belgio. La procedura iniziata in Canada si concluse tre mesi dopo con le seguenti statuizioni: la pronuncia di divorzio, la divisione del patrimonio familiare, il riconoscimento di alimenti a favore della moglie per una cifra complessiva di venti milioni di dollari canadesi e una “prestazione compensativa” di cinquanta milioni di dollari canadesi, nonché il rimborso delle spese legali di due milioni di dollari canadesi. Successivamente, il marito instò per la revoca di tutte le donazioni effettuate a favore dell’ex coniuge per un ammontare di trenta milioni di dollari canadesi. Altresì egli chiese ai giudici canadesi di revocare la loro decisione sul divorzio poiché contraria alla legge belga, poiché entrambi gli ex coniugi avevano la cittadinana belga. Dopo una approfondita disamina del diritto quebechese, del diritto belga e della Convenzione Bruxelles II, il giudice adito affermò che, ai sensi dell’art. 3137 del Codice civile del Quebéc, interpretato alla luce del precedente Oppenheim Forfait GMBH c. Lexus Maritime inc., 1998 CanLII 13001 (QC CA), tutte le parti erano residenti in Québec, in quanto non erano state presentate prove del contrario, pertanto la legge applicabile sul divorzio era quella quebechese. Ulteriormente, la Corte stabilì che siccome il luogo della stipula dei contratti relativi ai rapporti patrimoniali fosse il Belgio, tale circostanzaaveva consentito alla stessa Corte quebechese di applicare la legge belga sul punto.