Burkini e niqab davanti alle corti straniere

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 7 ottobre 2016

Nell’attuale discussione sul multiculturalismo, uno dei punti più delicati e controversi del rapporto tra integrazione e identità è rappresentato dalla vestizione del velo in luoghi pubblici da parte delle donne di fede musulmana. Il dibattito politico ha preso nuova linfa alimentato dalle polemiche sulla sicurezza. Tuttavia si vuole sottolineare che se da un lato la vestizione del velo sta diventando una questione sempre più ideologicamente connotata, dall’altro lato siffatta questione sottopone a fortissimo stress le donne di fede islamica, poiché le sole destinatarie dei provvedimenti restrittivi. Infatti, da un punto di vista astratto, il velo viene identificato quale simbolo stesso dell’Islam, con la confusione tra il simbolo identitario e la pratica religiosa, mentre da un punto di vista concreto, tale interdizione costituirebbe una duplice discriminazione: sessuale e religiosa, perché colpisce solo le donne praticanti.

Su questo tema sono state recentemente pubblicate due importanti decisioni. In Francia, dopo il sanguinoso attentato del 14 luglio 2016 avvenuto a Nizza i sindaci di alcune località balneari francesi avevano emanato ordinanze che per motivi di sicurezza interdicevano la vestizione del burkini da parte delle bagnanti, sulle spiagge dei loro comuni. Il burkini è quel costume da bagno, simile ad una muta da sub, che lascia scoperti solo viso, mani e piedi. Si tratta di una fattispecie che riguarda da un lato il tentativo di controllare l’uso del corpo femminile, dall’altro alla strumentalizzazione politica islamofoba, anche di comportamenti privati. Alla luce di ciò, il divieto di vestizione del burkini assume una specifica connotazione politica nazionalista in prospettiva delle prossime elezioni presidenziali francesi. Si è trattato di una dimostrazione di forza delle pubbliche autorità di fronte all’onda emotiva popolare associata all’intolleranza religiosa, anche se tale atto è inutile per la sicurezza, discriminatorio verso le destinatarie, cioè le donne di fede musulmana, nonché lesivo della libertà personale e pertanto impugnato in sede giudiziaria da alcune associazioni a tutela dei diritti umani.

Oggetto del contenzioso di fronte ai giudici amministrativi francesi è stata in particolare l’ordinanza del comune di Villeneuve-Loubet del 5 agosto 2016, che offre un interessante riferimento alla strumentalizzazione della laicità e di formule vaghe quali i “buoni costumi” e la “tenuta corretta”. Nonostante la conferma dell’ordinanza sindacale in primo grado, in sede di impugnazione il Conseil d’Etat francese ha annullato detta ordinanza affermando da un lato che non risultano rischi per la pubblica sicurezza sulle spiage del comune di Villeneuve-Loubet; dall’altro lato che l’ordinanza impugnata è stata emanata sull’onda dell’emozione dovuta agli attentati terroristici, in particolare quello summenzionato di Nizza. Ne consegue che il sindaco abbia ecceduto nell’esercizio dei suoi poteri nell’interdire l’accesso alle spiagge riferendosi all’ordine pubblico ovvero a norme di igiene o decenza. Inoltre, tale ordinanza sindacale consiste in un attentato grave e manifestamente illegale alle libertà fondamentali quali la libertà di circolazione, di coscienza e la libertà personale. A questo si aggiunge l’“ipocrisia” di “una misura formulata in modo generico”, ma “applicata in modo discriminatorio”, che costituisce appunto una doppia discriminazione religiosa e sessuale, censurata anche dall ONU.

In Germania, il Verwaltungsgericht di Osnabrück ha respinto il ricorso di una studentessa del liceo serale della città tedesca sulla sospensione urgente del provvedimento del consiglio scolastico che le interdiceva di frequentare le lezioni con il viso coperto dal niqab (il velo che lascia soltanto una fessura visibile per gli occhi). Seppure la Corte amministrativa abbia riconosciuto l’importanza della libertà religiosa, ha affermato che sono prevalenti da un lato la necessità di identificazione inequivoca degli studenti, dall’altro lato della possibilità per gli alunni ed insegnanti di interagire con la studentessa anche attraverso elementi non verbali come il linguaggio del corpo, ed infine il passaggio più interessante secondo cui la libertà religiosa retrocede rispetto all’adempimento del mandato educativo dello Stato. Pertanto, secondo i giudici amministrativi tedeschi, l’educazione statale, quindi laica, prevale sulla libertà di religione.