Brexit: deciderà il Parlamento. La decisione dell’Alta corte della Gran Bretagna

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 4 novembre 2016

1. “Brexit is Brexit”

Mentre nell’agone politico inglese, sui giornali internazionali e nelle istituzioni comunitarie si discute su come, quando e con quali strumenti giuridici esplorare una circostanza sconosciuta in precedenza, cioè l’attivazione dell’articolo 50 del Trattato dell’Unione Europea, la High Court of Justice di Londra ha deciso la causa “Gina Miller and Dier Tozetti Dos Santos v. Secretary of State for Exiting the European Union” depositata da parte di alcuni sostenitori del “Remain” per dolersi di alcuni presunti vizi nei primi passi della procedura di uscita del Regno Unito dall’Unione Europea.

Il presupposto risiede nel fatto che il Primo Ministro inglese, Ms Theresa May, abbia intenzione di attivare tale procedura motu proprio, senza alcun preventivo dibattito parlamentare. Il ragionamento sotteso a questa iniziativa attiene alla circostanza che il “leave” è stato espresso con un referendum, strumento di democrazia diretta, seppure adito con un mandato meramente consultivo, come stabilito dall’EU Referendum Act 2015, approvato dal Parlamento inglese.

Sul punto sovvengono alla mente quelle perplessita manifestate da certa dottrina sull’abuso dello strumento referendario costituzionale negli ultimi anni, senza che ne fosse stata compiutamente studiata la natura dogmatica e la relazione con la teoria della separazione dei poteri dello Stato (S. Tierney, Constitutional Referendums: A Theoretical Enquiry in Modern Law Review, 2009, 360). Si tratta di un fenomeno in crescita come se, in generale, i rappresentanti della democrazia rappresentativa percepissero una crescente carenza della loro legittimazione politica e deresponsabilizzando il loro ruolo nelle riforme di natura costituzionale.

Indubbiamente il Brexit ha significative ripercussioni di natura costituzionale, come già evidenziato da altra dottrina di fronte alla possibile introduzione di un “Great Repeal Bill Act” che, nelle intenzioni manifestate al congresso Tory, cancelli dalle fonti giuridiche inglesi ogni traccia di diritto europeo (M. Elliott, Theresa May’s “Great Repeal Bill”: Some preliminary thoughts, Constitutional Law For Everyone, 2016).

2. Governo vs. Parlamento

Se di fronte alle istituzioni europee la Corte Suprema inglese ha più volte ricordato la centralità costituzionale delle istituzioni inglesi, in particolare del Parlamento quale dimostrazione democratica e politicamente rappresentativa, ora lo scontro rischia di riaprirsi all’interno, sotto il profilo del diritto costituzionale inglese. Infatti, ai sensi dell’articolo 50 del TEU “Ogni Stato membro può decidere, conformemente alle proprie norme costituzionali, di recedere dall’Unione”. Ma vista la novità della materia ancora non è chiaro tra i commentatori quali siano in questo caso le “proprie norme costituzionali” cui fare riferimento e quale sia il ruolo del Parlamento, così spesso evocato nelle decisioni dei giudici inglesi nei confronti dei giudici europei. Seppure le argomentazioni dei ricorrenti non sono state rese pubblice, sono state diffuse quelle dei resistenti e presentano un certo interesse. Il Secretary of the State for Exiting the European Union rimarca l’esclusivo potere della Corona (e quindi del suo governo delegato) di emendare trattati internazionali, come nel caso dell’uscita inglese dell’Unione. Nello specifico si tratterebbe di “notificare” l’apertura della procedura di recesso, mentre l’intervento parlamentare sarebbe successivo e in via meramente ratificatoria delle avvenute modifiche. Ora, sarà interessante seguire lo svilupparsi di questa vicenda fin davanti alla Supreme Court of United Kingdom, alla luce del Common law e di tutte le fonti che esso ha inglobato al suo interno. Si tratterebbe non soltanto dei suoi precedenti più antichi (la difesa governativa cita casi risalenti al XVII secolo), ma soprattutto quelli più recenti, dove il rapporto con il diritto dell’Unione è ben presente nelle dettagliate motivazioni dei giudici britannici, soprattutto quelli della Supreme Court of United Kingdom. Sembrerebbe quasi che il diritto dell’Unione si trovi ad essere utilizzato, seppure in via mediata ed argomentativa e con vero sense of humour, per fondare la procedura di uscita dall’Unione stessa.

3. La decisione della High Court of Justice del 3 novembre 2016

Il primo atto di questa rappresentazione giudiziaria è andato in scena di fronte alla High Court of Justice londinese e ha visto prevalere le ragioni dei ricorrenti rispetto a quelle del Governo.

Innanzitutto, la High Court sottolinea una evidenza costantemente presente nella secolare storia inglese, cioè la centralità del Parlamento nella vita giuridica e politica del Regno Unito. Pertanto il Governo non può esercitare poteri che prevarichino la legislazione approvata dal Parlamento. Nello specifico, la High Court si riferisce sia all’Economic European Communities Act 1972 relativo all’adesione britannica all’allora Comunità Economica Europa, sia all’European Union Referendum Act 2015, che convocava il referendum consultivo del quale stiamo trattando.

L’argomentazione governativa relativa al potere delegato della Corona in capo al Governo di condurre relazioni internazionali, di fare o sciogliere trattati internazionali non è accolta dalla High Court: si tratterebbe di una delega della Corona, che a sua volta non ha effetti diretti nel diritto interno, proprio a causa del principio generale di sovranità parlamentare.

Ne consegue che, prima di procedere all’attivazione dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona, il compito centrale del Governo è di ricostruire una interpretazione storica di ciò che il Parlamento intendeva quando emanò l’Economic European Communities Act 1972. Nello specifico, è necessario verificare le modalità di attribuzione dell’esercizio dei poteri di recesso alla Corona, e conseguentemente stabilire se la Corona ha il potere di scegliere se il diritto EU debba continuare ad avere effetto nel diritto interno del Regno Unito o no.

4. Conseguenze giuridiche e politiche.

Da un punto di vista giuridico, considerata la delicatezza della materia, la Hight Court ha già autorizzato il Governo ad impugnare siffatta decisione direttamente alla Supreme Court of United Kingdom. È previsto che le prime udienze si terranno in dicembre. Da un punto di vista politico si tratta del ristabilimento, seppure in via giudiziaria, della centralità degli organi rappresentativi rispetto agli strumenti di democrazia diretta. Ciò in netta controtendenza rispetto al resto d’Europa, come le esperienze referendarie accadute (quale il referendum ungherese sulle quote migratorie) o imminenti (come il referendum italiano confermativo in materia di riforma costituzionale) stanno a dimostrare.