La Corte Suprema USA rinvia la vertenza Samsung vs. Apple di fronte alla Corte d’appello federale

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 30 dicembre 2016

È nota la controversia giudiziaria che da alcuni anni contrappone Samsung e Apple per la violazione dei brevetti di quest’ultima da parte della società sudcoreana. Le due multinazionali si sono date battaglia di fronte alle giurisdizioni di tutto il mondo, però la vicenda pareva destinata a concludersi di fronte alla Corte Suprema americana.
Negli Stati Uniti, una giuria aveva riconosciuto a favore di Apple un verdetto da 400 milioni di dollari sulla base della violazione da parte di Samsung dei brevetti che proteggevano gli iPhone.
Con una opinion molto sintetica, la Corte Suprema ha rinviato a nuovo giudizio la decisione della Corte d’appello federale confermativa del verdetto della giuria, affinché ne riformuli le motivazioni. Si ricorda a questo proposito che la giuria aveva stabilito che Samsung, nel commercializzare i suoi modelli di smartphone, avesse violato i brevetti Apple, in particolare per quel che concerne la forma dello smartphone e la griglia di app sullo schermo, e pertanto condannava la società coreana a versare a quella californiana i proventi illecitamente ottenuti e quantificati in 400 milioni di dollari. L’opinione della Corte Suprema, definita dalla dottrina “cauta”, della Justice Sotomayor (condivisa all’unanimità dagli altri membri della Corte Suprema) è fondata su una disposizione normativa, trascurata da quasi mezzo secolo, che riguarda la protezione dei “brevetti di design”, più facile da ottenere rispetto ai “brevetti di utilità”, la cui disciplina è stata applicata in tutti i più importanti casi degli ultimi decenni.
Viene osservato dalla dottrina che siffatti brevetti di design riguardano soltanto una minima parte dei componenti dell’iPhone, composto da diverse centinaia di circuiti elettronici, a loro volta coperti da brevetti di utilità, irrilevanti per l’aspetto esteriore, ma essenziali per la funzionalità. Questo assunto apre una ulteriore questione, non toccata dai giudici supremi, secondo cui ci si può chiedere se sarebbero da versare tutti i profitti generati dalla vendita dei telefoni illeciti, come sostenuto in precedenza dalla Corte federale, ovvero solo i guadagni riconducibili alla progettazione in violazione di siffatti brevetti.
La disciplina sui brevetti di utilità afferma che il ristoro deve includere tutti profitti derivanti dalla vendita del “manufatto” brevettato. A questo punto si torna a discutere su quella che era considerata la questione principale, ovvero quale sia il manufatto protetto: lo smartphone nel suo complesso o i suoi singoli componenti?
La Corte federale aveva affermato che il verdetto della giuria doveva essere riferito allo smartphone nel suo complesso, come prodotto posto in vendita ai consumatori, assegnando ad Apple gli utili derivanti dalla vendita dei prodotti contraffatti. Al contrario, la posizione della Corte Suprema sul punto sembra riproporre la questione alla luce della definizione di uso comune di “manufatto”, traendone la definizione dal vocabolario come “qualsiasi cosa prodotta a mano o da una macchina” e il fatto che essa possa essere inserita o integrata in un prodotto più complesso non lo pone al di fuori della categoria dei manufatti.
Tuttavia, tra i primi commentatori della sentenza si manifesta sconcerto per la unanime, sintetica e problematica decisione della Corte Suprema (R. Mann, Justices tread narrow path in rejecting $400 million award for Samsung’s infringement of Apple’s cellphone design patents. Scotusblog, 6 dicembre 2016). Infatti, la Corte non dice nulla di significativo sulla distinzione giuridica tra il prodotto finito e i manufatti che lo compongono nell’ambito degli smartphone e quindi non offre nessuna guida alla Corte di rinvio per la soluzione della causa, la quale però è considerata dai giudici supremi la migliore sede per definire i dettagli alla luce dello “stretto percorso” individuato dalla Corte Suprema stessa.

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