Muslim ban: la reazione delle Corti Federali all’executive order di Donald Trump

Pubblicato sul Quotidiano Giure aggiornato al 2 febbraio 2017

Una delle promesse elettorali del candidato repubblicano alle elezioni presidenziali statunitensi del 2016, il miliardario newyorkese Donald John Trump, riguardava la “messa in sicurezza” dei confini del Paese.Tra le misure adottate in adempimento a tale promessa, il nuovo presidente ha emanato il 27 gennaio 2017 l’executive order 13769 rubricato “Protecting the Nation from Foreign Terrorist Entry into the United States”, che avrebbe dovuto impedire l’ingresso di terroristi negli Stati Uniti. Seppure al momento dell’emanazione l’executive order avesse una durata temporale di 90 giorni, secondo quanto previsto dalla Sect.2 c), esso colpiva tutte le persone in entrata aventi determinati passaporti, cioè quelli emanati da Iran, Iraq, Siria, Sudan, Libia, Yemen, Somalia, indipendentemente se fossero stati possessori di regolare permesso di soggiorno (green card) di ritorno nei luoghi di residenza, o per ricongiugnimento familiare, o richiedenti asilo che avessero già ottenuto il visto d’ingresso e così via. Gli unici soggetti esentati erano i possessori di visto diplomatico ovvero legati alla NATO e all’ONU o altri limitati casi.

L’executive order è stato immediatamente e duramente criticato per via della asserita discriminatorietà verso coloro che professano la religione musulmana (infatti, esso è stato identificato dall’opinione pubblica come “Muslim ban”), anche se riguardava cittadini di determinati Paesi, tra i quali però non erano inclusi gli Stati di provenienza degli autori dei notissimi attentati terroristici sul suolo americano, tra cui quello delle Torri Gemelle, richiamato nel preambolo dello stesso order presidenziale, ovvero: “(N)umerous foreign-born individuals have been convicted or implicated in terrorism-related crimes since September 11, 2001, including foreign nationals who entered the United States after receiving visitor, student, or employment visas, or who entered through the United States refugee resettlement program”. Ulteriormente, nel medesimo atto vi sono espliciti riferimenti a pratiche attribuite a certe culture o religioni, ma che in realtà concernono soprattutto specifici comportamenti individuali (the United States should not admit those who engage in acts of bigotry or hatred (including “honor” killings, other forms of violence against women, or the persecution of those who practice religions different from their own) or those who would oppress Americans of any race, gender, or sexual orientation).

Gli effetti di tale order riguardavano la sua immediata applicabilità a soggetti che si trovavano già in viaggio al momento della sua firma e coloro che ne sono stati coinvolti si sono trovati bloccati di fronte ai banchi dell’Immigration Office senza superare i controlli, seppure i loro documenti al momento del decollo dalla località di partenza risultassero regolari.

Di fronte a tale situazione l’executive order è stato impugnato davanti alle corti federali: ne è risultato un contenzioso che è possibile ricostruire come segue.

Darweesh v. Trump: il caso riguarda un contractor che ha collaborato per molto tempo come interprete con l’esercito americano in Iraq. Giunto negli Stati Uniti, nonostante avesse già ottenuto un visto come rifugiato, gli è stato rifiutato l’ingresso nel Paese. La United States District Court for the Eastern District of New York ha emanato temporary restraining order perché gli effetti dell’order presidenziale rappresentano “un pericolo imminente di un danno sostanziale e irreparabile” a tutti coloro in possesso dello status di rifugiato riconosciuto dallo U. S. Refugee Admission Program e ai possessori di visti già legalmente emananti anche se provenienti dai summenzionati Stati. I ricorrenti hanno altresì richiesto la certification per l’espletamento di una class action. Di fronte alla medesima Corte distrettuale sono pendenti altre 14 cause simili.

Doe v. Trump: Questo temporary restraining order emanato dalla United States District Court for the Western District of Washington sospende l’order presidenziale in virtù del quale i ricorrenti erano detenuti dall’US Custom and Border Protection fino al 3 febbraio 2017.

Mohammed v. United States. In questa causa la United States District Court for the Central District of California di Los Angeles ha accolto la richiesta dei ricorrenti di un temporary restraining order sulla base della soddisfacente validazione dei seguenti parametri: 1. una valutazione prognostica positiva della causa nel merito; 2. il rischio di un danno irreparabile; 3. il bilanciamento tra interesse pubblico ed equità a loro favore. Pertanto, il giudice federale ha autorizzato la permanenza dei possessori di un visto per immigrazione sul suolo americano e ha fissato il timetable per la prosecuzione della causa. Tale order non riguarda gli studenti, i viaggiatori d’affari e i turisti.

Louhghalam et al v. Trump, relativa alle istanze di ricorrenti il cui ingresso è stato rifiutato all’aereoporto di Logan (Boston) nonostante fossero possessori di green card. La causa pendente di fronte alla United States District Court for the District of Massachusetts riguarda: 1. il diniego del Due Process; 2. la violazione della libertà religiosa garantita dal Primo emendamento (i ricorrenti sono musulmani); 3. la violazione del principio di uguaglianza; 4. la violazione dell’Administrative Procedure Act e 5. la violazione del Religious Freedom Restoration Act. Il 29 gennaio la Corte ha emanato un temporary restraining order della durata di sette giorni durante i quali espletare l’udienza e verificare il merito.

Sarsour v. Trump (o Cair v. Trump). I ricorrenti promotori di questa causa pendente di fronte allo United States District Court for the Eastern District of Virginia contestano l’order presidenziale perché discriminatorio su base religiosa

State of Washington v. Trump. L’Attorney General dello Stato di Washington, supportato dal Governatore dello stesso stato, contesta la costituzionalità dell’order di fronte allo United States District Court for the Western District of Washington sulla base dei seguenti argomenti: 1. violazione del Due Process Clause, tanto sostanziale quanto processuale, stabilita dal Quinto Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti; 2. discriminazione su base religiosa in violazione del Primo Emendamento; 3. violazione delle norme del Immigration and Nationality Act, per quel che concerne sia l’immigrazione, sia il diritto d’asilo; 4. violazione delle leggi federali che ratificano la Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura; 5. violazione del Religious Freedom Restoration Act, infine 6. violazione sia sotto il profilo sostanziale sia quello processuale dell’Administrative Procedure Act.

City and County of San Francisco v. Trump. Si tratta di una vertenza pendente di fronte alla United States District Court for the Northern District of California per la violazione del Decimo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, secondo il quale i poteri non attribuiti dalla Costituzione al governo federale ovvero non interdetti dalla medesima agli Stati sono di competenza dello Stato federato ovvero del popolo. In altri termini, le istituzioni ricorrenti lamenterebbero una interferenza del Presidente degli Stati Uniti nell’esercizio dei loro poteri.

 

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