Partecipazione democratica e limiti all’elettorato passivo: il caso delle “Comunarie” M5S a Genova

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico dell’11 aprile 2017

  1. Premessa

Il provvedimento d’urgenza emanato dal Tribunale di Genova il 10 aprile 2017 ha un indubbio interesse politico perché riguarda le modalità di scelta della lista rappresentativa del raggruppamento politico, noto come “Movimento 5 Stelle”, (d’ora in poi “Movimento”) alla competizione elettorale per l’elezione del sindaco e del consiglio comunale della Città di Genova che si svolgerà nel capoluogo ligure. Tuttavia, in questa sede ci si pone l’obiettivo di analizzare, seppur sommariamente, siffatto provvedimento sotto un profilo strettamente giuridico, nonostante l’indubbio interesse politico che esso cattura su di sé, dato il rilievo del Movimento nel dibattito pubblico attuale. Infatti, a parere di chi scrive, l’importanza del decreto/ordinanza in parola concerne le modalità e l’effettività dell’esercizio del diritto di elettorato passivo, all’interno normativa inerente dei partiti politici, argomento di sicura inerenza costituzionale, nello specifico degli artt. 48, 49 e 51 della Costituzione, e i regolamenti interni, indipendentemente dal profilo delle persone, figure pubbliche, coinvolte nella vicenda. La decisione in commento è rilevante soprattutto alla luce del fatto che l’art. 49 della Costituzione non ha ancora conosciuto una disciplina legislativa specifica attuativa del disposto costituzionale. Pertanto, l’interesse del provvedimento in esame consiste nelle argomentazioni del giudicante nell’individuazione del un punto di equilibrio “tra il momento assemblear/movimentista (…) anche attraverso originali forme telematiche” e “l’istanza dirigista che viene riconosciuta ed associata a figura di particolare carisma e peso politico per il Movimento”, che “in seno a tale organizzazione politica cumula in modo non seriamente contestabile la qualità di “capo politico”, (…) come da Regolamento; e di “Garante del Movimento”, come da Codice Etico” (p. 10).

2. Fatto

I fatti che hanno dato vita alla vicenda possono essere ricostruiti come segue: in data 14 marzo 2017 si è svolto sulla piattaforma telematica del Movimento la votazione attraverso la quale l’assemblea territoriale avrebbe dovuto scegliere quale tra la “lista A”e la “lista B” e i rispettivi candidati sindaco avrebbero dovuto rappresentare il Movimento alle sunnominate elezioni comunali del 2017. Alla conclusione della consultazione risultava vincitrice la candidata collegata alla “lista A”. Lo stesso giorno il Capo Politico e Garante del Movimento annullava tale votazione e il data 17 marzo sottoponeva a votazione da parte dell’ “assemblea telematica” di tutti gli iscritti sulla piattaforma nazionale se alle prossime elezioni comunali debba presentarsi il candidato collegato con la “lista B”, ovvero nessun candidato. Tale votazione non ha preso in considerazione la lista A e la sua candidata, la quale alla vigilia dell’udienza cautelare è stata del tutto espulsa dal collegio dei probiviri del Movimento, per presunte violazioni che avrebbero arrecato danno all’immagine del Movimento stesso. La risposta dei votanti è stata favorevole alla “lista B”. La candidata destituita si è rivolta alla giustizia ordinaria per chiedere la sospensione in via d’urgenza sia dell’annullamento delle votazioni locali del 14 marzo, a lei favorevoli, sia di quelle nazionali del 17 marzo, alle quali la sua lista è stata direttamente esclusa.

3. Ricostruzione della disciplina regolamentare del Movimento in materia elettorale

Dagli atti di entrambe le parti il giudicante ricostruisce il contenuto dei tre regolamenti del Movimento che ne disciplinano la partecipazione alla vita politica attraverso la determinazione dei requisiti che consentono l’utilizzo del simbolo del Movimento, che è di proprietà del “Capo politico-Garante” del Movimento stesso, ruoli al momento rivestiti dal medesimo soggetto. L’adozione di tale disciplina interna non è stata contestata dai ricorrenti davanti al giudice genovese.

Nello specifico si tratta di:

-“Non Statuto”, “che in realtà contiene le regole statutarie fondative relative alladefinizione degli obiettivi politici, alla caratterizzazione politica del Movimento ed ai principi di base per la selezione dei candidati”;

– “Regolamento”, fonte integrativa richiamata dallo stesso “Non Statuto”, che disciplina nel dettaglio le procedure di formazione delle decisioni e individua gli organi decisionali dell’associazione, definendo i ruoli del “Capo Politico” e delle “assemblee” sia locali sia di tutti gli iscritti certificati

– “Codice Etico”, che contiene “un codice di comportamento in caso di coinvolgimento in vicende giudiziarie”, stabilisce i comportamenti richiesti agli “eletti a cariche pubbliche” e introduce la figura del “Garante” del Movimento. Tuttavia il “Codice Etico” non riguarda i semplici candidati alle elezioni locali, né contempla alcun potere di intervento del Garante nel procedimento di selezione delle candidature locali”.

Tuttavia l’impianto normativo interno al Movimento riconosce al Capo Politico/Garante un “penetrante” ruolo di indirizzo e di impulso, che però non incide nellea selezione delle candidature, né riconosce un diritto di “ultima parola”, mentre il ruolo decisionale “definitivo” è riferibile alle deliberazioni assunte attraverso le votazioni telematiche convocate a discrezione del Capo Politico/Garante, purché nel rispetto delle forme e delle regole statutarie, vincolanti per lo stesso Capo Politico/Garante e gli altri eletti (p. 10).

4. Motivazioni del provvedimento

Il principio giuridico ottenuto dall’interpretazione delle diverse fonti normative del Movimento, e applicabile alla fattispecie in esame, stabilisce che nel caso in cui siano state selezionate le candidature su impulso del Capo Politico/Garante, nelle debite forme di convocazione, le delibere regolarmente votate dagli organi assembleari che abbiano individuato una lista vincitrice a livello locale non possono essere annullate, autoannullate o escluse da un provvedimento del Capo Politico/Garante stesso, ma devono essere rimesse alla votazione della competente sede assembleare. Nel caso di specie esclusivamente a quella locale.

Considerato che in ambito giuridico, la forma di un provvedimento concerne anche la sua sostanza, l’ulteriore difficoltà affrontata dal giudicante nel caso in esame concerne la “forma” dei provvedimenti impugnati di fronte al Tribunale genovese, poiché essa non è ricondubile ad un “classico provvedimento scritto dell’organo di vertice di una normale associazione non riconosciuta”, ma concerne la comunicazione trasmessa il 17 marzo, rappresentativa della documentazione di una manifestazione delle intenzioni dell’organo di impulso dell’associazione stessa, cioè il suo “Capo Politico/Garante”.

La peculiarità del caso in esame rispetto alle precedenti controversie già occorse sul tema (quale esempio si ricorda la decisione del Tribunale di Napoli del 14 luglio 2016) riguarda il rimedio giudiziario esperibile in siffatta fattispecie, ovvero quello previsto dall’art. 2388 c.c.. Detto articolo, infatti contiene un principio generale di sindacabilità delle decisioni degli organi amministrativi delle società. Tale regola è applicabile in via analogica anche alle associazioni non riconosciute, in quanto la decisione in commento non concerne una deliberazione assembleare, ma una decisione del vertice amministrativo, cioè del suo Capo Politico/Garante, persona unica che racchiude su di sé il ruolo direttivo e di rappresentanza politica. Nel caso specifico si applica l’art. 2378 c.c., relativo al procedimento di impugnazione delle delibere del consiglio di amministrazione, nella parte in cui al comma 3, relativo alla valutazione comparativa del pregiudizio che subirebbe il ricorrente dalla esecuzione e il pregiudizio che subirebbe la società dalla sospensione dell’esecuzione della deliberazione. Nel caso in esame tale comparazione riguarda il diritto leso dai ricorrenti alla competizione elettorale interna all’organizzazione politica sulla base delle identiche regole regolamentari e statutarie del Movimento medesimo poiché attuatrici del diritto costituzionale di elettorato passivo ex art. 48 Costituzione, come stabilito dal Testo Unico 570/1960 in materia di elezioni comunali, a sua volta modificato dalla legge 81/1993 e racchiuso nel d. lgs. 267/2000. Si tratta quindi del ripristino del diritto di elettorato passivo della candidata esautorata dalla competizione politica per le elezioni comunali.

5. Conclusioni

La decisione genovese si distingue per il rispetto dei regolamenti interni del Movimento, interpretati alla luce della disciplina costituzionale e democratica relativa alle competizioni elettorali. Le regole statutarie sono applicate a tutti gli organi delle associazioni non riconosciute, quali sono i partiti ovvero i movimenti. Cosa può succedere ora? Un possibile cambiamento dello statuto in senso verticistico che attribuisca, secondo le parole del giudicante, il diritto “all’ultima parola” al Capo Politico/Garante potrebbe porsi in contrasto con il dettato costituzionale per quel che concerne la prevalenza di un organo, seppur di valenza politica, sull’assemblea degli iscritti, espressione del principio di sovranità democratica costituzionalmente riconosciuto. Per quanto concerne la scelta del candidato sindaco e della lista dei candidati consiglieri comunali, la prossima mossa torna nella disponibilità, limitata dagli effetti del provvedimento giudiziario esaminato, del Capo Politico/Garante del Movimento.

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