Terrorismo, libertà d’espressione e social network: la recente giurisprudenza francese

Pubblicato sul Quotidiano giuridico del 27 giugno 2017

Il primo marzo scorso il Tribunal correctionel di Bordeaux condannava un soggetto ai sensi dell’art. 222-18-1 del codice penale francese per aver divulgato minacce su Twitter. Secondo i giudicanti, la resa pubblica delle minacce attraverso il noto social network integrava la condotta criminosa di minacce commesse “à raison de l’appartenance ou de la non-appartenance, vraie ou supposée, de la victime à une ethnie, une nation, une race ou une religion déterminée” attraverso scritti ovvero immagini o altro, come previsto dal citato articolo. La condotta incriminata consisteva nella pubblicazione di foto di armi attraverso quattro diversi profili aventi la bandiera del c.d. “Stato Islamico”, ma collegati ad uno stesso indirizzo IP. Tale circostanza aveva consentito agli inquirenti di risalire all’identità dell’imputato. Ulteriormente, i giudicanti giustificavano la severità della condanna da un lato a causa della gravità dei fatti e della personalità aggressiva dell’imputato (già pregiudicato per maltrattamenti in famiglia); mentre dall’altro in considerazione della circostanza che vittima di tali minacce fosse un esperto in materia di jiadismo, già minacciato in precedenza. Tuttavia, in questo caso l’imputato era a conoscenza di precise informazioni sulla vita privata della vittima, da renderele minacce più concrete. I giudici hanno rigettato le istanze della difesa che aveva invocato da un lato il diritto di satira e di libertà di manifestazione del pensiero, dall’altro che tali minacce non fossero serie, ma rappresentassero soltanto un gioco per fare paura. Secondo i giudici già il primo messaggio, cioè un appello al martirio, era idoneo e sufficiente a integrare la condotta incriminatrice, mentre i messaggi successivi concernevano minacce di morte, rafforzate dall’uso della bandiera nera.

Il 30 maggio 2017 il Tribunal de Grande Instance di Parigi si è occupato di un caso di divulgazione non autorizzata di un video. Come è noto, la sera del 13 novembre 2015 a Parigi ci fu un attacco terroristico coordinato nei confronti di 8 locali pubblici, tra cui la pizzeria degli imputati. Il 19 novembre 2015 il sito web del Daily Mail pubblicò online un video raffigurante lo svolgimento dell’attacco nel suddetto ristorante e tre avventori si riconobbero nelle terribili immagini e chiesero al giornale di ritirare il video dal web, ma il Daily Mail si rifiutò. Pertanto, i clienti presentarono denuncia per violazione dell’articolo L 254-1, relativo ai sistemi di videoprotezione, del codice della sicurezza, dell’art. 321-1 del codice penale in combinato disposto con l’art. 226-1 relativamente alla raccolta e alla registrazione di immagini interenti alla vita privata. La successiva indagine penale rilevò che le immagini divulgate furono registrate da videocamere installate nel ristorante e sulla terrazza, ma che non furono debitamente autorizzate dal prefetto, come stabilito dall’art. 252-2 del codice della sicurezza.

L’interesse della decisione in parola riguarda il fatto che siffatta normativa in materia di sicurezza si applica tanto nei luoghi pubblici tanto in quelli aperti al pubblico come un esercizio commerciale, per questo il responsabile del ristorante avrebbe dovuto chiedere, e ottenere, una specifica autorizzazione sia per sé sia per un terzo autorizzato ad accedere alle immagini.

Tuttavia l’imputato consentì a terzi non autorizzati di accedere alle immagini divulgate dal sito web del giornale britannico dietro una transazione di natura economica. I giudici stigmatizzano severamente quanto accaduto, poiché i fatti hanno un carattere di gravità innegabile. In particolare, “l’interessato non ha esitato a monetizzare il video su un evento particolarmente tragico che ha profondamente influenzato non solo le vittime dirette, ma anche la comunità nazionale ed internazionale, e minato l’integrità psichica di uomini e donne già duramente colpiti da questa tragedia”. In conseguenza di ciò, i giudici francesi hanno condannato ad un’ammenda di diecimila euro il responsabile del ristorante (e i due suoi collaboratori a versare cinquemila e millecinquecento euro) per aver installato l’impianto di videosorveglianza senza autorizzazione e per la divulgazione non autorizzata delle suddette immagini. Parimenti i prevenuti sono stati condannati in via solidale a versare cinquemila euro a ciascuna delle parti civili per danno morale, nonché a mille euro ai sensi dell’art. 475 del codice di procedura penale.

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