Risultati delle ricerche online: gli ultimi orientamenti in tema di privacy e diritto d’autore

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 31 luglio 2017

Recentemente, con la decisione Douez v. Facebook, Corte Suprema del Canada si è espressa in una importante decisione relativamente al rispetto della privacy nella segnalazione di “storie sponsorizzate” (“Sponsored Stories”) su Facebook. Secondo parte attrice, che ha promosso una class action, Facebook avrebbe utilizzato nomi e materiali (incluse le foto) dei suoi utenti senza la loro autorizzazione per pubblicizzare prodotti e servizi presso altri iscritti al social network, violando la section 3(2) del Privacy Act del British Columbia. Facebook ha resistito affermando che nell’adesione al social network le parti sottoscrivono una clausola che stabilisce la giurisdizione su questo tipo di controversie presso le corti della California. La Corte Suprema del Canada ha rigettato tale difesa affermando che gli utenti di Facebook sottoscrivono un contratto di adesione, ma in condizione di inferiorità rispetto al potere contrattuale della società di Menlo Park. La Corte Suprema canadese ha stabilito che la libertà di contrarre non può privare i consumatori del rimedio garantito dalla lex loci, in questo caso un rimedio in una materia di natura costituzionale quale è la privacy. La dottrina canadese si domanda se la ratio decidendi di tale decisione debba essere limitata ai soli casi inerenti alla privacy ovvero debba essere estesa in materia di tutti i contratti online, in particolare alle clausole di esclusione e limitazine della responsabilità, non tanto per i c.d. “global player” come Facebook, ma per le imprese online di media dimensione che hanno necessità di certezza giuridica.

Con un decisione interlocutoria presa a maggioranza la Corte Suprema del Canada ha affermato un importante principio di extraterritorialità giudiziaria su Internet imponendo a Google di vietare la visualizzazione dei siti web che pubblicizzano o commerciano prodotti contraffatti, non solo in Canada, ma in tutto il mondo. Parte attrice è Equustek Solutions Inc., una società di tecnologia che produce dispositivi di rete. Uno dei suoi distributori ha iniziato diffondere dapprima i prodotti della società produttrice come propri, successivamente ha utilizzato i segreti industriali di questa per progettare e vendere un prodotto contraffatto in concorrenza sleale. Seppure parte attrice abbia più volte tentato di impedire, attraverso azioni giudiziarie, tale comportamento, chi produceva e commercializzava la merce contraffatta non ha cessato i comportamenti illegali, attuandoli da una località sconosciuta. A questo punto, parte attrice ha chiesto a Google di deindicizzare i prodotti contraffatti dai risultati delle ricerche, ma Google ha sollecitato un ordine giudiziario all’uopo, accettando di conformarsi a tale ordine nel caso venisse emanato rimuovendo i link dalle specifiche pagine. La Corte Suprema canadese ha concesso siffatta ordinanza interlocutoria, Google ha rimosso i risultati, ma la società contraffatrice ha agilmente aggirato il problema spostando i contenuti su nuovi link, raggiungibili da URL differenti da Google.ca. Di fronte a questo risultato Equustek ha chiesto ed ottenuto un nuovo ordine di cancellazione esteso a tutto il mondo, cioè quello confermato dalla Corte Suprema, nonostante l’opposizione di Google. La Corte Suprema del Canada parrebbe aver seguito il modello della Corte di Giustizia dell’Unione Europea nel caso Costeja González, tuttavia la discussione è molto accesa sulla equiparazione giuridica della protezione del diritto all’oblio, come nel caso Costeja González, relativo alla protezione di un diritto fondamentale, possa essere estesa alla tutela patrimoniale della proprietà intellettuale. Seppure la Corte Suprema canadese si è espressa soltanto sul caso esaminato, vi è chi paventa che questo principio possa venire applicato anche ad altri ambiti più sensibili come la libertà di espressione e la tutela dei diritti fondamentali, soprattutto in contesti politici e giuridici non altrettanto aperti come quello canadese.

Negli Stati Uniti, il caso deciso dalla U.S. Court of Appeals for the Ninth Circuit riguarda una controversia tra una agenzia fotograrica (Mavrix Photography) e la piattaforma di social media LiveJournal. LiveJournal consente agli utenti di creare “comunità” basate su temi comuni. Le comunità sono gestite in parte dai moderatori volontari, che esaminano i post (comprese le foto) degli utenti per assicurarsi che questi seguano le regole comunitarie sull’invio dei materiali e relativi commenti. Tra queste vi è na comunità focalizzata sulle notizie di celebrità, chiamate “Oh No They Did not” (ONTD), la quale è diventata molto popolare. L’agenzia fotografica ha trovato pubblicate sulla piattaforma alcuni suoi materiali. Al fine di ottenerne la cancellazione, ha omesso di inviare la richiesta di rimozione dei materiali illecitamente pubblicati ai sensi del Digital Millennium Copyright Act ma ha citato direttamente in giudizio i responsabili della piattaforma per violazione del diritto d’autore. Ricevuto l’atto, LiveJournal ha rimosso immediatamente i contenuti e si è difeso affermando 1. i moderatori sono agenti di LiveJournal, non suoi diretti dipendenti, 2. in quanto tali non avevano un ruolo attivo nella definizione dei contenuti all’interno della comunità ONTD, 3. tali moderatori potrebbero aver acquisito la consapevolezza della violazione che parte attrice attribuisce a LiveJournal. La Corte distrettuale ha accolto siffatte defese e la causa è stata rimessa sul ruolo della corte distrettuale affinché venga deciso da una giuria.

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