Le scelte personali di vita dell’ex coniuge vanno incluse nei parametri di valutazione dell’assegno divorzile

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 19 gennaio 2021

La valutazione dell’adeguatezza dei mezzi a disposizione dell’ex coniuge e dell’incapacità dello stesso di procurarseli per ragioni obiettive deve essere concreta ed attuale e deve fondarsi sulle condizioni economico patrimoniali delle parti, collegate (e non disgiunte) con quella degli altri criteri stabiliti dall’art. 5 co. 6 della legge 898/1970, al fine di accertare se l’eventuale rilevante disparità della situazione economico-patrimoniale degli ex coniugi all’atto dello scioglimento del vincolo sia dipendente dalle scelte di conduzione della vita familiare adottate e condivise in costanza di matrimonio, con il sacrificio delle aspettative professionali e reddituali di una delle parti in funzione dell’assunzione di un ruolo trainante nell’ambiente endofamiliare. Lo stabilisce la Cassazione civile, sez. VI-2, 13 gennaio 2021, n. 452.

Le decisioni comparate sul revenge porn

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 15 gennaio 2021

Negli Stati Uniti, la Minnesota Supreme Court ha stabilito che il Minnesota Statutes § 617.261 (2018) non è contrario al First Amendment. Tale statuto ha introdotto una specifica fattispecie incriminatrice del revenge porn, specificando che esso concerne la condivisione di immagini (ovvero rappresentazioni) intime di una persona senza il suo consenso. La summenzionata legge contro il revenge porn era stata impugnata da un condannato che aveva diffuso immagini sessuali private della sua ex fidanzata. L’imputato aveva sostenuto che l’eccessiva vaghezza della fattispecie incriminatrice era in contrasto con la sua libertà di parola. I Supremi giudici del Minnesota hanno affermato che il revenge porn non è protetto dalle garanzie costituzionali della libertà di parola dato che, da un lato, la diffusione non consensuale di immagini sessualmente esplicite ha un forte impatto negativo sulla vita delle persone coinvolte; dall’altro lato, il governo ha un interesse “impellente” a garantire la salute e la sicurezza dei suoi cittadini, superiore anche alla libertà di parola. Infatti, finché i parametri sono chiaramente definiti, o “strettamente adattati”, la Suprema corte del Minnesota ha affermato che la libertà di parola può essere limitata quando è in gioco la sicurezza dei cittadini.
Nel Regno Unito, la Queen’s Bench Division della High Court ha deciso un caso di revenge porn nel quale la vittima è un famoso lottatore MMA, brevemente sposato con una nota modella, la quale era entrata in possesso di materiali registrati riguardanti il travestitismo e i comportamenti sessuali dell’allora marito. Costui trovò i video sul laptop della coniuge, la quale sottoscrisse un impegno redatto dagli avvocati di lui che la obbligava a cancellarli, tuttavia nel corso in un contenzioso legale tra l’uomo e una terza donna, questa presentò come prova uno dei video a sfondo sessuale che avrebbe dovuto essere stato cancellato. Nel corso del procedimento è stato accertato che l’ex moglie non aveva adempiuto all’accordo di cancellare i materiali intimi, ma che, al contrario, li aveva mostrati diffusamente ad altre persone. Pertanto, l’ex marito ha richiesto la condanna al risarcimento del danno per inadempimento contrattuale, uso improprio di informazioni private, molestie ai sensi del Protection of Harassment Act 1997, nonché del Data Protection Act 1998. Il Justice Warby ha parzialmente accolto le richieste del ricorrente, dato che mancavano prove sufficienti ai fini dell’ottenimento del risarcimento del danno psicologico. Inoltre, nella stesura della decisione, il giudicante ha criticato le affermazioni di parte attrice bollando quali “esagerazioni retoriche”, le affermazioni relative ad una presunta “distruzione” della sua vita privata. Ciò, nonostante, la Corte ha riconosciuto al ricorrente il risarcimento di 25 mila sterline.
In Canada, la Court of Québec ha condannato l’imputato per aver utilizzato l’applicazione di messaggistica WhatsApp per trasmettere ad un’amica un video della querelante filmata mentre intratteneva rapporti sessuali con lui. Successivamente, questa “amica” ha inviato il medesimo video video alla moglie dell’imputato, per informarla della consumata infedeltà coniugale. Quale giustificazione del suo invio, l’’imputato affermava che il video era stato trasmesso per la frustrazione sofferta in seguito ad una discussione con la summenzionata amica. Prima di pronunciare la condanna a 4 mesi di reclusione, con sospensione della pena, insieme a 3 anni di libertà vigilata, il giudice ha sottolineato la gravità dei reati ascritti all’imputato, poiché il revenge porn è un preoccupante problema sociale dato che riguarda un numero crescente di condivisioni non consensuali di immagini intime online. Trattandosi di una nuova tipologia di reato, la sezione 162.1 del codice penale è stata adottata nel 2014 proprio in risposta a questo nuovo tipo di cyberbullismo, solitamente perpetrato da ex coniugi o partner per vendetta, per umiliare o molestare le persone raffigurate nelle immagini.
In Australia, la Magistrate’s Court of the Australian Capital Territory ha deciso un caso di revenge porn riguardante la diffusione di una singola foto concernente una immagine di nudo che la querelante aveva inviato a un suo ex partner per uso personale, il quale però a sua volta l’aveva condivisa su Facebook e su una app di messaggistica di gruppo dove l’aveva ricevuta anche la convenuta, che non era amica “diretta” della querelante sui social network. La querelante ha fatto istanza per un risarcimento del danno in quanto l’immagine di nudo era accompagnata anche da una serie di affermazioni diffamatorie, cioè che lei trascurava i suoi figli, era una madre inadatta e una persona che ha partorito figli da uomini diversi al fine di sfruttare il sistema di welfare. La convenuta ha negato di aver pubblicato siffatti materiali e ha sostenuto che anche se li avesse pubblicati, i post di Facebook non sarebbero stati in grado di identificare ragionevolmente la querelante. Inoltre, l’imputata non è apparsa in udienza, ma attraverso i suoi legali si è difesa in udienza sostenendo che tali opinioni corrispondevano al vero e che non danneggiavano la querelante. La Corte non ha creduto alle difese dell’imputata accertando che la querelante ha subito un pregiudizio alla sua reputazione e che, a causa delle pubblicazioni, veniva portata additata al pubblico scandalo, odio, scherno e disprezzo, pertanto la Corte ha riconosciuto a parte attrice un risarcimento danni di 45.000 dollari australiani e altri 9000 a titolo di danno punitivo.

Covid-19 e i provvedimenti riguardanti i minori: la recente giurisprudenza delle Corti di Common Law

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 24 dicembre 2020

Nel Regno Unito, la England and Wales Court of Appeal ha ribaltato una decisione della High Court in merito al corretto svolgimento dell’approvazione dell’Adoption and Children (Coronavirus) (Amendment) Regulations 2020. Nello specifico, il Children’s Commissioner for England ha lamentato di non essere stato appropriatamente ascoltato in vista di siffatte modifiche. La specifica questione riguardava se il Secretary of State for Education avesse agito correttamente nel non aver consultato tutti gli organismi che rappresentavano i minori in custodia, compreso l’ente ricorrente. Il summenzionato emendamento ha introdotto una serie di modifiche, seppur temporanee, a dieci disposizioni statutarie che disciplinano il sistema di assistenza sociale dei bambini. Siffatte modifiche si prefiggevano di fronteggiare le pressioni significative che la pandemia di Covid-19 aveva già provocato sul sistema di tutela dei minori, in modo tale da migliorare la flessibilità nell’adempimento degli obblighi di legge, per esempio alleggerendo gli oneri amministrativi, consentendo visite e contatti a distanza e allentando le scadenze più rigorose. Il Secretary of State for Education ha audito alcuni enti, ma ha escluso dalle audizioni il Children’s Commissioner for England. Nel frattempo, l’atto in discussione è stato presentato al Parlamento il 23 aprile 2020 ed è entrato in vigore il giorno successivo.

L’ente ricorrente è una istituzione di beneficienza che rappresenta i minori affidati a strutture istituzionali inglesi. Tale ente ha impugnato l’emendamento in via giudiziaria, concentrandosi su tre modifiche relative alle procedure di adozione, tempistiche di collocamento e affidamento dei minori e requisti di supervisione per le persone che li assistono. Le doglianze riguardavano quattro motivi: 1. la mancata consultazione vera e propria; 2. l’irrazionalità nella formulazione degli emendamenti, 3. la violazione del c.d. principio di Padfield, relativo all’uso di un potere per uno scopo improprio; e 4. la violazione della sezione 7 del Children and Young Persons Act 2008, concernente la tutela del benessere di minori e adolescenti.

La High Court ha rigettato completamente la domanda affermando che nella primavera del 2020 il Secretary of State for Education stava affrontando una situazione senza precedenti. In tempi normali, ha affermato il giudicante di primo grado, sarebbe stato considerato doveroso consultare l’ente ricorrente; tuttavia il periodo cui si fa riferimento non poteva essere considerato normale, pertanto, era necessario prendere decisioni molto rapide per proteggere i bambini nel modo più efficace possibile. Invece, la England and Wales Court of Appeal ha ribaltato la decisione di prime cure affermando che le circostanze della pandemia non fossero tali da giustificare una deviazione dalla prassi consolidata: non c’era motivo per cui il Children’s Commissioner e gli altri organismi rappresentativi non potessero essere consultati in modo relativamente informale (anche tramite e-mail), come era stato fatto con gli altri enti che erano stati contattati. A questo proposito, la Corte d’Appello ha sottolineato che la summenzionata prassi doveva essere rispettata in quanto è considerabile “vistosamente ingiusto” non includere quegli organismi che rappresentano i diritti e interessi dei minori all’interno della consultazione informale che il Secretary of State ha scelto di svolgere, dato l’impatto dei suddetti emendamenti su bambini molto vulnerabili presi in carico dal sistema di assistenza.

In Australia, la Family Court of Australia ha deciso un caso relativo alla controversia insorta tra i genitori di un minore sul trasferimento del medesimo tra due stati federati durante il lockdown, in conseguenza delle restrizioni dei trasferimenti interstatali, ai fini di tutela della sicurezza sanitaria in seguito alla pandemia da Covid-19. Secondo il padre, la madre (che vive ad Adelaide) sarebbe stata giuridicamente tenuta ad accompagnare il figlio fino all’aeroporto della città di sua residenza, cioè Brisbane, obbedendo ad una ordine giudiziario del 2018, emanato ai sensi del Family Law Act 1975: pertanto, non avendo la madre dato preavviso entro 90 giorni del suo mancato arrivo a Brisbane, costei sarebbe incorsa nella violazione di detto ordine giudiziario. Al contrario, la madre ha sostenuto di essere giustificata da una motivazione ragionevole, cioè il blocco dei trasferimenti provocato dalla pandemia da COVID-19. Il giudice ha accolto le difese materne affermando che il rischio di esporre il bambino durante il viaggio era irragionevole e ha condannato il padre al pagamento delle spese legali.

In Canada, la Superior Court del Québec ha autorizzato il genitore convenuto a viaggiare all’estero, in un Paese non indicato nella decisione, con il figlio minore di 5 anni, nonostante il genitore ricorrente avesse agito in giudizio per negare il suo consenso all’espatrio del minore a causa del COVID-19. Il giudicante ha emanato una serie di precise condizioni alle quali il genitore convenuto è tenuto ad adeguarsi per consentire al minore di viaggiare all’estero, compresa la durata limitata di tempo dell’espatrio e l’obbedienza alle regole sanitarie anti Covid-19 del luogo di destinazione.