Diffamazione su Twitter: le decisioni delle Corti comparate

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 18 marzo 2021

In Francia, una influencer, titolare di un canale YouTube molto seguito, condivideva i video raffiguranti le attività svolte nel tempo libero dalla sua famiglia e in cui i suoi figli sono i principali protagonisti. Nel mese di luglio 2020 costei è stata allertata dalla creazione di un hashtag su Twitter relativo a una presunta manipolazione di tali video. È emerso che l’account associato a tale hashtag favorisse un’ampia diffusione dei messaggi con la menzione TT (top tweet) al fine di indicizzare tali messaggi nella classifica dei più condivisi su Twitter.

L’influencer ha presentato denuncia sia per diffamazione, sia per ottenere i dati dell’account incriminato. Con una ordinanza provvisoria del 25 febbraio 2021, il Tribunal judiciarie di Parigi ha stabilito che sia legittimo contestualmente depositare una richiesta di comunicazione dei dati identificativi di un soggetto titolare di un account Twitter attraverso il quale vengono diffusi messaggi diffamatori sia una denuncia penale per diffamazione. Pertanto, il giudice francese ha ordinato a Twitter International, società irlandese, di comunicare alla ricorrente tutti i dati in suo possesso che consentirebbero l’identificazione del titolare dell’account sul quale vengono diffusi i contenuti diffamatori che la riguardano. Al fine di garantire la proporzionalità di tale provvedimento, il giudice ha limitato la richiesta di comunicazione ai soli dati detenuti da Twitter, utili per circoscrivere la fattispecie incriminata, ovvero: le tipologie di protocolli, l’indirizzo IP utilizzato per connettersi al servizio al momento della creazione dell’account, l’identificativo di tale connessione, la data di creazione dell’account, il cognome e nome o la ragione sociale del titolare dell’account, gli pseudonimi utilizzati e gli indirizzi e-mail o account associati.

In Canada, la Supreme Court del British Columbia ha deciso una causa di diffamazione proposta da un ricorrente residente in California, ma di fronte ai giudici canadesi. Il ricorrente è una persona la cui fama è ampia sia nel British Columbia, sia in California. Le difese di Twitter, invece, eccepivano il difetto di giurisdizione e sostenevano che l’azione avrebbe dovuto essere promossa di fronte ai giudici californiani. Il caso rilevante perché per la prima volta i giudici canadesi hanno ritenuto una piattaforma di social media direttamente responsabile per i contenuti pubblicati dagli utenti. La Corte ha sottolineato la necessità di moderazione dei contenuti delle piattaforme sociali, accanto alla necessità di un nuovo quadro normativo al fine di limitare la diffusione di contenuti illegali su Internet.

Tale preoccupazione si sta diffondendo nella dottrina di common law, in particolare per quanto riguardala pubblicazione di commenti diffamatori su siti Web, social media e piattaforme di networking come Facebook, Twitter, Instagram e LinkedIn che possono causare danni devastanti alla reputazione personale e aziendale, nonché provocare gravi perdite aziendali. Detto allarme riguarda la circostanza che il materiale infondato e diffamatorio pubblicato è di natura così estrema che è stato descritto come ispirato “non da mera malizia ma da una sorta di “rabbia stradale” di Internet” (Internet road rage) (Rothe v Scott (No 4) [2016] NSWDC 160).

Alla luce di tali considerazioni, in Australia, la Federal Court ha definito con precisione i criteri relativi alla definizione di una “honest opinion” nel contesto di presunte imputazioni diffamatorie. La fattispecie concerneva informazioni asserite diffamatorie diffuse dall’Australian Financial Review relative al crollo della società di investimento in capitale di rischio Blue Sky Alternative Investments Limited (Blue Sky). La causa riguardava se la condotta dell’editore fosse ingiustificata e impropria in modo da fondare il risarcimento del danno. Sul punto la Corte ha stabilito che i criteri per l’accertamento della diffamazione, ovvero: a) se le affermazioni asserite diffamatorie riguardavano l’espressione dell’opinione del convenuto o concernevano una dichiarazione sul fatto; b) se il parere espresso è relativo a una questione di interesse pubblico; e c) se il parere si fonda su materiale appropriato.

In Irlanda, la causa decisa dalla High Court of Ireland riguardava l’esistenza di un account Twitter che utilizzava il logo e l’handle dell’impresa dei querelanti, i quali ne richiedevano la rimozione dato che avrebbe potuto essere utilizzato per commettere illeciti a loro nome. Le difese dei legali di Twitter sostenevano che l’account in questione fosse stato sospeso da Twitter stesso per alcuni giorni. Tuttavia, successivamente esso veniva ripristinato in quanto non integrava violazioni dei termini di servizio ovvero delle regole di Twitter stesso. In seguito, Twitter ha riferito alla Corte che l’account era stato ora disattivato dal suo stesso titolare. In giudizio la difesa di Twitter aveva sostenuto di non avere alcun obbligo di monitorare e di non essere l’arbitro del materiale pubblicato sulla sua piattaforma e che non avrebbe svelato le informazioni dell’utente senza uno specifico ordine del tribunale. Quanto all’opportunità di emettere siffatto ordine, Twitter non aveva espresso opinioni.

Nel merito, la Corte si era persuasa che l’account Twitter oggetto di causa violasse il marchio dei ricorrenti, i quali potevano essere danneggiati dall’associazione con i commenti pubblicati. Pertanto la Corte ordinava a Twitter di comunicare le informazioni relative alla titolarità dell’account, con l’impegno che tali informazioni fossero utilizzate esclusivamente a tutela dei diritti violati.

Assegno divorzile: il richiedente deve dimostrare che la convivenza non ha migliorato le sue condizioni economiche

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 15 marzo 2021

La solidarietà economica tra i conviventi presume che le disponibilità economiche di ciascuno dei conviventi more uxorio siano messe in comune nell’interesse del nuovo nucleo familiare, restando tuttavia salva la facoltà dell’ex coniuge richiedente l’assegno divorzile di provare che la convivenza di fatto non influisca in melius sulle proprie condizioni economiche e che i propri redditi rimangano inadeguati. Lo stabilisce la Cassazione civile, sez. VI-1, sentenza 4 marzo 2021, n. 6051.

Il cambiamento climatico di fronte alle corti comparate

Pubblicato sul Quotiano Giuridico dell’8 marzo 2021

In Francia, il Tribunal Administratif di Parigi ha condannato lo Stato francese per “inazione climatica”, non avendo intrapreso azioni sufficienti nel contrastare i cambiamenti climatici. Le richieste delle associazioni ricorrenti (Oxfam France, Notre Affaire à tous, Fondation pour la nature et l’Homme, Greenpeace France) riguardavano il risarcimento dei danni morali ed ecologici derivanti dalle carenze dello Stato nella lotta al cambiamento climatico. Tali associazioni richiedevano di stabilizzare le concentrazioni di gas serra nell’atmosfera a un livello in grado di contenere l’aumento della temperatura media del pianeta a 1,5oC rispetto ai livelli preindustriali. Esse sostengono che il mancato riconoscimento da parte dello Stato francese del suo obbligo generale di combattere il cambiamento climatico, quale risulta dai suoi impegni e obiettivi internazionali fissati dall’Unione europea, costituirebbe un difetto tale da affermare la sua responsabilità. Stabilito il nesso di causalità tra siffatte mancanze e l’aggravarsi del cambiamento climatico, in quanto il comportamento dello Stato è una delle cause determinanti dei danni causati all’ambiente e alla salute, le quattro suddette associazioni hanno chiesto e ottenuto un simbolico risarcimento danno morale ed ecologico di un euro.
Sempre in Francia, la Cour Administrative d’Appel di Bordeaux ha riconosciuto il diritto di asilo per motivi climatici a un cittadino del Bangladesh. Secondo i giudici bordolesi, costui non poteva essere rimpatriato nel suo paese di origine a causa delle sue condizioni mediche, dato che soffre di asma allergica e apnea notturna. I giudici hanno specificato che le condizioni di salute del richiedente asilo necessitano di cure mediche e la mancanza di tale assistenza medica potrebbe avere conseguenze eccezionalmente gravi per le sue condizioni e le caratteristiche del sistema sanitario del paese di origine non gli consentirebbero di accedere efficacemente alle cure appropriate.
In Norvegia la Corte Suprema (Norge Høgsterett) ha deciso la controversia People vs Arctic Oil sull’interpretazione dell’articolo 112 della Costituzione norvegese che riconosce il diritto a un ambiente pulito e salubre. Si tratta di un caso rilevante perché riguarda il bilanciamento tra obiettivi climatici e politica energetica, nonché sullo sfruttamento ed esportazione di petrolio. I ricorrenti, tanto cittadini quanto organizzazioni non governative, hanno contestato la legalità della pratica del governo norvegese di concedere licenze esplorative nell’Artico. Sebbene la sentenza si concentri sugli obblighi dello Stato in materia di diritti umani nel contesto del cambiamento climatico, la questione principale individuata dalla Corte è di natura costituzionale, relativamente all’applicazione del principio di separazione dei poteri, nello specifico in che misura i tribunali possano intervenire nell’attività giudiziaria ed esecutiva al fine di salvaguardare l’ambiente. La questione della separazione dei poteri indica da parte della Corte la preferenza per un approccio politico (e non giuridico) sulle strategie energetiche del governo norvegese di sfruttamento petrolifero e sul conseguente impatto ambientale.
In Irlanda, la Supreme Court ha annullato il piano nazionale climatico approvato dal governo irlandese, perché tale piano non specificava come raggiungere l'”obiettivo di transizione nazionale” in materia climatica, come richiesto la legge sul clima del 2015. Secondo i giudici irlandesi, tale obiettivo era definito in maniera troppo vaga dato che si esprimeva in termini di “transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio, resiliente ai cambiamenti climatici e sostenibile dal punto di vista ambientale” entro il 2050.

Si applica il parametro assistenziale all’ex coniuge caduto in disgrazia molti anni dopo il divorzio

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 2 marzo 2021

L’assegno divorzile, ove richiesto per la prima volta nel giudizio di revisione ai sensi dell’art. 9 della legge 1 dicembre 1970, n. 898, va attribuito e quantificato facendo applicazione degli elementi di cui all’art. 5, comma 6, prima parte, della l. n. 898 del 1970 e non del parametro del tenore di vita godibile durante il matrimonio, da valutare secondo il composito criterio assistenziale, compensativo e perequativo, con eventuale prevalenza, a date condizioni, di una delle tre componenti rispetto alle altre. In particolare la funzione assistenziale potrà assumere nuova e rilevante preponderanza tutte le volte in cui il giudice di merito accerti che il sopravvenuto, e incolpevole, peggioramento della condizione economica di vita di uno degli ex coniugi non sia altrimenti suscettibile di compensazione per l’assenza di altri obbligati o di altre forme di sostegno pubblico e che l’ex coniuge, meglio dotato nel patrimonio e capace di fornire una qualche forma di erogazione, abbia in passato ricevuto o goduto di apporti significativi da parte di quello successivamente impoveritosi e bisognoso di un sostegno alimentare in senso ampio.. Lo stabilisce la Cassazione civile, sentenza 24 febbraio 2021, n. 5055.

Covid-19, DPCM e autocertificazioni: la decisione del GIP di Reggio Emilia

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
TRIBUNALE DI REGGIO EMILIA
Sezione GIP-GUP

Il giudice, dott. Dario De Luca, provvedendo in Camera di Consiglio sulla richiesta di emissione del decreto penale di condanna avanzata, come in atti, dal Pubblico Ministero, ha pronunciato e pubblicato la seguente
SENTENZA
nei confronti di:
C. D. e G. M., generalizzato/a/i, difeso/a/i. e imputato/a/i, come da allegata copia della richiesta di emissione di decreto penale di condanna, del delitto di cui all’art 483 CP,
[a) del reato p. e p. dall’art 483 C.P., perché, compilando atto formale di autocertificazione per dare contezza del loro essere al di fuori dell’abitazione in contrasto con l’obbligo imposto dal DCPM 08.03.2020, attestavano falsamente ai Carabinieri di Correggio: G. M. di essere andata a sottoporsi ad esami clinici; C. D. dI averla accompagnata.
In Correggio il 13.03.2020]

MOTIVAZIONE
Procedendo penalmente contro ciascun imputato per il reato in rubrica rispettivamente ascritto, il PM richiede l’emissione di decreto penale di condanna alla pena determinata nella misura di cui in atti.
Ritiene il GIP che la richiesta di emissione di decreto di condanna non possa essere accolta e che debba trovare luogo una sentenza di proscioglimento, ex art. 129 CPP, per effetto delle brevi considerazioni che seguono.
Infatti:
– premesso che viene contestato a ciascun imputato il delitto di cui all’art. 483 CP «…perché, compilando atto formale di autocertificazione per dare contezza del loro essere al di fuori dell’abitazione in contrasto con l’obbligo imposto dal DCPM 08.03.2020, attestavano falsamente ai Carabinieri di Correggio: G. R. di essere andata a sottoporsi ad esami clinici; C. D. di averla accompagnata…», avendo il personale in forza al Comando Carabinieri di Correggio accertato che la donna quel giorno non aveva fatto alcun accesso presso l’Ospedale di Correggio;
– evidenziato che la violazione contestata trova quale suo presupposto – al fine di giustificare il proprio allontanamento dall’abitazione – l’obbligo di compilare l’autocertificazione imposto in via generale per effetto del Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri (D.P.C.M.) citato nell’autocertificazione stessa;
– in via assorbente, deve rilevarsi la indiscutibile illegittimità del DPCM del 8.3.2020, evocato nell’autocertificazione sottoscritta da ciascun imputato – come pure di tutti quelli successivamente emanati dal Capo del Governo, ove prevede che “1. Allo scopo di contrastare e contenere il diffondersi del virus COVID-19 le misure di cui all’art. 1 del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 8 marzo 2020 sono estese all’intero territorio nazionale”, e del rinviato DPCM dei 8.3.2020, ove stabilisce che “Art. 1 Misure urgenti di contenimento del, contagio nella regione Lombardia e nelle province di Modena, Parma, Piacenza, Reggio nell’Emilia, Rimini, Pesaro e Urbino, Alessandria, Asti, Novara, Verbano-Cusio-Ossola, Vercelli, Padova, Treviso, Venezia.
– 1. Allo scopo di contrastare e contenere il diffondersi del virus” COVID-19 nella regione Lombardia e nelle province di Modena, Parma, Piacenza, Reggio nell’Emilia, Rimini, Pesaro e Urbino, Alessandria, Asti, Novara, Verbano-Cusio-Ossola, Vercelli, Padova, Treviso e Venezia, sono adottate le seguenti misure:
– a) evitare ogni spostamento delle persone fisiche in entrata e in uscita dai territori di cui al presente articolo, nonché all’interno dei medesimi territori, salvo che per gli spostamenti motivati da comprovate esigenze lavorative o situazioni di necessità ovvero spostamenti per motivi di salute”.
– Tale disposizione, stabilendo un divieto generale e assoluto di spostamento al di fuori della propria abitazione, con limitate e specifiche eccezioni, configura un vero e proprio obbligo di permanenza domiciliare. Tuttavia, nel nostro ordinamento giuridico, l’obbligo di permanenza domiciliare consiste in una sanzione penale restrittiva della libertà personale che viene irrogata dal Giudice penale per alcuni reati all’esito del giudizio (ovvero, in via cautelare, in una misura di custodia cautelare disposta dal Giudice, nella ricorrenza dei rigidi presupposti di legge, all’esito di un procedimento disciplinato normativamente), in ogni caso nel rispetto del diritto di difesa. Sicuramente nella giurisprudenza è indiscusso che l’obbligo di permanenza domiciliare costituisca una misura restrittiva della libertà personale. Peraltro, la Corte Costituzionale ha ritenuto configurante una restrizione della libertà personale delle situazioni ben più lievi dell’obbligo di permanenza domiciliare come, ad esempio, il “prelievo ematico” (Sentenza n. 238 del 1996) ovvero l’obbligo di presentazione presso l’Autorità di PG in concomitanza con lo svolgimento delle manifestazioni sportive, in caso di applicazione del DASPO, tanto da richiedere una convalida del Giudice in termini ristrettissimi. Anche l’accompagnamento coattivo alla frontiera dello straniero è stata ritenuta misura restrittiva della libertà personale, con conseguente dichiarazione d’illegittimità costituzionale della disciplina legislativa che non prevedeva il controllo del Giudice ordinario sulla misura, controllo poi introdotto dal legislatore in esecuzione della decisione della Corte Costituzionale; la disciplina sul trattamento sanitario obbligatorio, ugualmente, poiché impattante sulla libertà personale, prevede un controllo tempestivo del Giudice in merito alla sussistenza dei presupposti applicativi previsti tassativamente dalla legge: infatti, l’art. 13 Cost. stabilisce che le misure restrittive della libertà personale possono essere adottate solo su «…atto motivato dall1autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge»; primo corollario di tale principio costituzionale, dunque, è che un DPCM non può disporre alcuna limitazione della libertà personale, trattandosi di fonte meramente regolamentare di rango secondario e non già di un atto normativo avente forza di legge; secondo corollario dei medesimo principio costituzionale è quello secondo il quale neppure una legge (o un atto normativo avente forza di legge, qual è il decreto-legge) potrebbe prevedere in via generale e astratta, nel nostro ordinamento, l’obbligo della permanenza domiciliare disposto nei confronti di una pluralità indeterminata di cittadini, posto che l’art. 13 Cost. postula una doppia riserva, di legge e di giurisdizione, implicando necessariamente un provvedimento individuale, diretto dunque nei confronti di uno specifico soggetto, in osservanza del dettato di cui al richiamato art. 13 Cost.
– Peraltro, nella fattispecie, poiché trattasi di DPCM, cioè di un atto amministrativo, il Giudice ordinario non deve rimettere la questione dì legittimità costituzionale alla Corte costituzionale, ma deve procedere, direttamente, alla disapplicazione dell’atto amministrativo illegittimo per violazione di legge (Costituzionale),
– Infine, non può neppure condividersi l’estremo tentativo dei sostenitori, ad ogni costo, della conformità a Costituzione dell’obbligo di permanenza domiciliare sulla base della considerazione che il DPCM sarebbe conforme a Costituzione, in quanto prevederebbe delle legittime limitazioni della libertà di circolazione ex art. 16 Cost. e non della libertà personale. Infatti, come ha chiarito la Corte Costituzionale la libertà di circolazione riguarda i limiti di accesso a determinati luoghi, come ad esempio, l’affermato divieto di accedere ad alcune zone, circoscritte che sarebbero infette, ma giammai può comportare un obbligo di permanenza domiciliare (Corte Cost., n. 68 del 1964). In sostanza la libertà di circolazione non può essere confusa con la libertà personale: i limiti della libertà di circolazione attengono a luoghi specifici il cui accesso può essere precluso, perché ad esempio pericolosi; quando invece il divieto di spostamento non riguarda i luoghi, ma le persone allora la limitazione si configura come vera e propria limitazione della libertà personale. Certamente quando il divieto di spostamento è assoluto, come nella specie, in cui si prevede che il cittadino non può recarsi in nessun luogo al di fuori della propria abitazione è indiscutibile che si versi in chiara e illegittima limitazione della libertà personale.
– In conclusione, deve affermarsi la illegittimità del DPCM indicato per violazione dell’art. 13 Cost., con conseguente dovere del Giudice ordinario di disapplicare tale DPCM ai sensi dell’art. 5 della legge n. 2248 del 1865 All. E.
– Poiché, proprio in forza di tale decreto, ciascun imputato è stato “costretto” a sottoscrivere un’autocertificazione incompatibile con lo stato di diritto del nostro Paese e dunque illegittima, deriva dalla disapplicazione di tale norma che la condotta di falso, materialmente comprovata come in atti, non sia tuttavia punibile giacché nella specie le esposte circostanze escludono l’antigiuridicità in concreto della condotta e, comunque, perché la condotta concreta, previa la doverosa disapplicazione della norma che imponeva illegittimamente l’autocertificazione, integra un falso inutile, configurabile quando la falsità incide su un documento irrilevante o non influente ai fini della decisione da emettere in relazione alla situazione giuridica che viene in questione: al riguardo, è ampiamente condivisibile l’interpretazione giurisprudenziale, anche di legittimità, secondo la quale “Non integra il reato dì falso ideologico in atto pubblico per induzione in errore del pubblico ufficiale l’allegazione alla domanda di rinnovo di un provvedimento concessorio di un falso documento che non abbia spiegato alcun effetto, in quanto privo di valenza probatoria, sull’esito della procedura amministrativa attivata. (Fattispecie relativa a rinnovo di una concessione mineraria)” [Cass. Pen. Sez. 5, Sentenza n. 11952 del 22/01/2010 (dep. 26/03/2010) Rv. 246548 – 01]: siccome, nella specie, è costituzionalmente illegittima, e va dunque disapplicata, la norma giuridica contenuta nel DPCM che imponeva la compilazione e sottoscrizione della autocertificazione, il falso ideologico contenuto in tale atto è, necessariamente, innocuo; dunque, la richiesta di decreto penale non può trovare accoglimento.
Alla luce di tutto quanto sin qui detto, deve pronunciarsi sentenza di proscioglimento, nei confronti di ciascun imputato, perché il fatto non costituisce reato,

P.Q.M.
Visto Part. 129, 530, nonché 459 III CPP,
dichiara non luogo a procedere nei confronti di C. D. e G. M. in ordine al reato loro rispettivamente ascritto perché il fatto non costituisce reato.
Reggio Emilia, 27.01.20211.

(Fonte: Il caso.it)

Quali sono le condizioni che costituiscono un fatto ostativo al rimpatrio del minore?

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 23 febbraio 2021

In caso di sottrazione internazionale di minorenni, il fondato rischio di essere sottoposto a pericoli fisici o psichici o comunque di trovarsi in una situazione intollerabile ex art. 13 lett b) Convenzione dell’Aja del 25 ottobre 1980 costituiscono condizioni ostative al rimpatrio del minore. Lo stabilisce la Cassazione civile, sez. I, ordinanza 17 febbraio 2021, n. 4222.

Ablazione potestà genitoriale e dissoluzione familiare: come si suddivide la competenza tra tribunale ordinario e dei minori

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 17 febbraio 2021

Nel caso in cui sia già in corso un giudizio di separazione ovvero di divorzio di fronte al giudice ordinario nel momento della proposizione di un un successivo provvedimento ablativo o limitativo della potestà genitoriale ai sensi degli artt. 330 e 333 c.c. da parte del giudice minorile si verifica l’effetto attrattivo (c.d. “vis actractiva”) della competenza in favore del giudice di fronte al quale è in corso il suddetto giudizio, nell’ottica (rispettosa della volontà del legislatore del 2012) di concentrazione delle tutele in capo ad uno stesso giudice per le questioni attinenti al rapporto genitori-figli minori, garantendo così l’armonia tra i provvedimenti e scongiurando una loro frammentazione provocata da possibili contrasti. Lo stabilisce la Cassazione civile, sez. VI-1 ordinanza 11 febbraio 2021, n. 3490.