Affidamento figli minori: il giudice non può giudicare la scelta del genitore di trasferirsi per lavoro

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 19 ottobre 2021

Di fronte alle scelte insindacabili sulla propria residenza compiute dei coniugi separati, i quali non perdono, per il solo fatto che intendono trasferire la propria residenza lontano da quella dell’altro coniuge, l’idoneità ad essere collocatari dei figli minori, il giudice ha esclusivamente il dovere di valutare se sia più funzionale al preminente interesse della prole il collocamento presso l’uno o l’altro dei genitori, per quanto ciò incida negativamente sulla quotidianità dei rapporti con il genitore non collocatario: conseguenza, questa, comunque ineluttabile, sia nel caso di collocamento presso il genitore che si trasferisce, sia nel caso di collocamento presso il genitore che resta”. Così ha stabilito la Cassazione civile, sez. I, ordinanza, 6 ottobre 2021, n. 27142.

Principio di autodeterminazione: alcune recenti sentenze delle Corti britanniche

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 1 ottobre 2021

In Inghilterra, la England and Wales Court of Appeals si è pronunciata su un caso riguardante la legittimità della somministrazione dei farmaci bloccanti puberali a adolescenti affetti da disforia di genere di età inferiore ai 16 anni. In primo grado la High Court aveva elaborato un protocollo che avrebbe dovuto essere seguito dai medici nel caso in cui decidessero quale terapia seguire per la riassegnazione del genere. Secondo la corte di primo grado, i minori di età inferiore ai 16 anni non sarebbero in grado di dare il consenso consapevole e informato a ricevere farmaci che bloccano la pubertà. Emettendo la sentenza d’appello unanime, la Court of Appeals ha messo in dubbio la validità e la neutralità delle prove invocate dalla Divisional Court nel prendere la sua decisione e ha ritenuto che fosse “inappropriato” che la corte emettesse linee guida che limitassero le circostanze in cui un minore poteva essere considerato in grado di esprimere il consenso informato su un trattamento medico a lui/lei inerente. Sul punto la Corte d’appello ha affermato che la legge non autorizza il tribunale ad assumersi il compito del medico, ma spetta ai medici che lavorano a stretto contatto con i pazienti adolescenti e alle loro famiglie discernere se le implicazioni che alterano la vita della prescrizione del farmaco siano veramente comprese.

La Family Court invece ha deciso un delicato caso relativo ad una donna di circa cinquant’anni sofferente di diverse commorbilità, ricoverata in terapia intensiva a seguito dal contagio da Covid-19, che le ha provocato una lesione celebrale. La paziente si trova in uno stato di minima coscienza all’Addenbrookes Hospital di Cambridge e sia i familiari sia il personale medico concordano che la donna non ha la capacità di dare o negare il consenso per le cure mediche, anche parenti e personale medico se non sono riusciti a concordare un percorso di cura appropriato per lei, pertanto la questione è stata portata in Tribunale. La domanda sottoposta alla Corte era se costei dovesse continuare o meno a ricevere il supporto alla respirazione, dato che la paziente non riesce a respirare da sola. Il Justice Hayden afferma che la giurisprudenza delle corti britanniche è stabile nonché fortemente a favore del prolungamento della vita ove possibile (ai sensi dell’articolo 2 dello Human Rights Act). Citando il precedente An NHS Trust v Y [2018] UKSC, il giudicante afferma che deve esserci “un pieno riconoscimento del valore della vita umana e del rispetto a cui deve essere tenuta. Nessuna vita può essere abbandonata facilmente”. In diritto, tuttavia, la forte presunzione che sia nell’interesse di una persona rimanere in vita non è un principio assoluto, ma “deve cedere al principio di autodeterminazione. Nonostante l’opinione pubblica su questo specifico punto sia fortemente divisa, ciò che importa, secondo il Justice Hayden è solo cosa vuole la paziente: o meglio, cosa deciderebbe se lei potesse. Ai sensi del Medical Capacity Act, il giudicante ha ascoltato in udienza sia i familiari della donna sia i medici al fine di formare una valutazione del ‘migliore interesse’ della ricoverata che comprendesse l’intero panorama dei suoi bisogni medici, assistenziali ed emotivi. Secondo il giudicante, la ventilazione in terapia intensiva a tempo indeterminato non costituiva il miglior interesse della paziente, in quanto gravosa e inutile dal punto di vista medico perché sta prolungando il dolore fisico ed emotivo evitabile. Inoltre il giudicante ha osservato che se i medici considerano clinicamente sbagliato un trattamento, non possono essere obbligati a somministrarlo: né da un paziente, né dalla famiglia, né dal tribunale. La decisione del giudice Hayden è stata che la ventilazione dovrà cessare entro la fine di ottobre 2021, ma dovrebbe essere continuata per tutto il tempo necessario fino a quella data per consentire alla famiglia della ricoverata di riunirsi e accompagnarla amorevolmente fino alla dipartita.

La questione sottoposta alla Administrative Court è stata promossa da una persona sofferente la sindrome di Down e riguarda la possibile contrarietà dell’Abortion Act 1967 agli artt. 2, 3, 8 e 14 CEDU. Heidi Crowter è una donna di 25 anni con la sindrome di Down, ha proseguito i suoi studi fino al livello NVQ, equivalente a una qualifica professioanle. È impiegata, si è coniugata da poco e vive nel suo appartamento. Ha promosso una campagna per cambiare l’atteggiamento nei confronti delle persone affette dalla Sindrome di Down e in particolare per la rimozione di quelle che considera le disposizioni discriminatorie della legge del 1967. La High Court ha respinto il ricorso affermando che non esistono precedenti della Corte europea dei diritti dell’uomo che riconoscono la protezione ad un feto ai sensi della CEDU La Corte ha proseguito affermando che, anche se si tratta di una tale ingerenza, essa è conforme alla legge ed è oggettivamente giustificata come misura proporzionata che rientra nel margine di giudizio di cui gode il Parlamento nel trovare un equilibrio tra i diritti delle donne in gravidanza e gli interessi del feto.

Ex moglie chiede assegno di mantenimento solo in fase di divorzio: sì alla concessione?

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico dell’11 ottobre 2021

La Cassazione cassa e rinvia la causa di fronte ad altra sezione della corte d’appello in quanto i giudici di merito hanno omesso di prendere in considerazione di fatti storici acclarati: a) l’ex moglie non aveva mai chiesto l’assegno di divorzio a proprio favore in sede di separazione, ma solo in sede di divorzio 10 anni dopo; b) la collaborazione domestica della moglie che avrebbe consentito al marito di acquistare la casa coniugale e tuttavia questa collaborazione è stata compensata – sul piano perequativo – con l’attribuzione alla moglie della metà del ricavato della vendita della casa, con il quale la donna aveva acquistato un’altra abitazione Così ha stabilito la Cassazione civile, sez. VI-1, ordinanza 22 settembre 2021, n. 25646.

Il figlio è affidato in via esclusiva al padre? Non è “PAS” ma incapacità genitoriale della madre

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 1 ottobre 2021

Le doglianze della ricorrente afferenti all’affidamento esclusivo del minore al padre, in quanto disposto in applicazione di principi non aventi dignità scientifica, fondati sulla cd. PAS o sindrome dell’alienazione parentale, sono dirette sostanzialmente al riesame dei fatti, in quanto la Corte d’appello ha pronunciato senza uno specifico o aprioristitico riferimento alla suddetta sindrome, ma ha dettagliatamente argomentato da una complessiva e persistente condotta della ricorrente ritenuta lesiva del principio di bigenitorialità, inquadrata nell’ambito di un lungo e graduale percorso che inizialmente, aveva visto dapprima l’affidamento del bambino ai servizi sociali, con collocamento presso la madre, per poi concludersi con l’affidamento esclusivo al padre una volta constatato l’atteggiamento ostinato della madre volto ad impedire all’altro genitore l’accesso al figlio. Al riguardo, la stessa Corte territoriale ha evidenziato significativamente che il giudizio non è stato condizionato da un’errata diagnosi, fondata su costrutti pseudo-scientifici relativi alla cd. sindrome di alienazione parentale, ma si è svolto perseguendo il miglior interesse del bambino, rilevando che sono stati compiuti molteplici tentativi per non modificare il regime della responsabilità genitoriale e il collocamento del minore. Così ha stabilito la Cassazione civile, sez. I, ordinanza 20 settembre 2021, n. 25339.

Assegno divorzile: quando si ha una motivazione apparente nella decisione del giudice?

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 22 settembre 2021

Si configura una fattispecie di “motivazione apparente” quando il giudice non si limita a ritenere provati, in applicazione del principio di non contestazione, i fatti allegati dalla parte, ma ha esteso siffatto principio anche alla valutazione degli stessi fatti. Nel caso di specie la qualificazione come “rilevante” assegnata al contributo alla vita familiare fornito dalla ex coniuge ed alla formazione del patrimonio comune, non è accompagnato da alcuna argomento motivazionale e comparativo che illustri il percorso logico/giuridico che ha assistito tale conclusione. A stabilirlo è la Cassazione civile, sez. VI – 1, ordinanza 15 settembre 2021, n. 24761.

Facebook: hate speech, responsabilità editoriale e cyberbullismo di fronte alle Corti comparate

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 20 settembre 2021

In Germania, il Bundesgerichtshof (BGH) ha deciso un rilevante caso relativo alla liceità della cancellazione da parte di Facebook di commenti razzisti e il conseguente blocco degli utenti autori dei medesimi commenti. Il caso sorge da un evento occorso nel 2018 quando due utenti tedeschi avevano postato alcuni post contenenti hate speech, successivamente cancellati da Facebook. Altresì, Facebook ha sospeso temporaneamente i loro account perché tali post avevano violato gli standard della community di Facebook per incitamento all’odio. I post in questione definivano come criminali i migranti musulmani in Germania. Durante lo svolgimento del giudizio di merito, le corti di primo grado e di appello si erano pronunciate esprimendosi a favore della liceità dell’operato di Facebook, ma il BGH ha cassato tali sentenze, poiché la policy relativa gli standard comunitari dell’azienda è violativa del diritto alla libertà di espressione degli utenti. Va sottolineato che il BGH non ha affermato il dovere di moderazione dei post sulla sua piattaforma, ma ha sanzionato Facebook perché deve essere più trasparente sull’enucleazione dei criteri violativi gli standard della piattaforma.
È importante sottolineare che il tribunale non ha stabilito che Facebook non può essere autorizzato a moderare i post sul suo sito, ma ha stabilito che la società deve essere più trasparente su come decide cosa viola le sue politiche e cosa no. Il tribunale ha inoltre stabilito che Facebook avrebbe dovuto informare gli utenti che i loro post erano stati rimossi e avrebbe dovuto implementare un processo attraverso il quale gli utenti avrebbero potuto rispondere prima di essere sospesi. rimuovere efficacemente l’incitamento all’odio in Germania”.
In Australia, la High Court of Australia ha rigettato il ricorso degli editori appellanti contro la la decisione emanata dalla Supreme Court of New South Wales, la quale affermava che i post su Facebook sono considerabili pubblicazioni e pertanto da essi scaturisce la responsabilità per diffamazione dei titolari degli account per i commenti di terzi ai suddetti post.
Il caso è nato da una denuncia per diffamazione presentata alla magistratura del New South Wales da Dylan Voller contro gli editori convenuti per i commenti diffamatori scritti dagli utenti di Facebook in calce alle notizie pubblicate su tale piattaforma. La Corte adita ha stabilito che le società editoriali che ospitavano le pagine Facebook ove i materiali diffamatori erano stati pubblicati dovessero essere ritenute responsabili per diffamazione per i commenti inerenti il ricorrente fatti da terzi online. Infatti, ciascuno degli editori gestisce una pagina Facebook pubblica, il cui scopo principale consiste nella divulgazione di collegamenti ipertestuali a notizie con titoli e immagini di supporto. Il ricorrente è un aborigeno-australiano che era stato recluso in un centro di detenzione giovanile nel Northern Territory ed è stato protagonista di un espisodio di una trasmissione televisiva andata in onda nel luglio 2016.
I punti chiave della decisione australiana sono riassumibili come segue: a) tutti gli utenti dei social media devono prestare attenzione quando pubblicano materiale disponibile pubblicamente; b) qualsiasi materiale diffuso pubblicamente, anche su Facebook e sui siti di social media, che possa diffamare o danneggiare la reputazione del destinatario/soggetto del materiale può portare a procedimenti di diffamazione per danni; c) i giornali e altri editori che ospitano pagine pubbliche di Facebook e di social media devono prestare attenzione a monitorare i post di terze parti per evitare la responsabilità per la pubblicazione di argomenti diffamatori; d) la responsabilità per danni derivanti da diffamazione non è limitata esclusivamente all’autore del materiale diffamatorio, ma si estende anche agli editori che consentono la pubblicazione del materiale diffamatorio sulle proprie pagine di social media, incoraggiando e facilitando così la diffusione del materiale.
In Francia, il Tribunal judiciarie di Parigi ha condannato un uomo per cyberbullismo a una multa di 5.000 euro, oltre al risarcimento di 5000€ nonché € 3.000 a titolo di astreinte ai sensi dell’articolo 700 del codice di procedura civile. Il tribunale ha riscontrato un nesso di causalità tra la valanga di messaggi ricevuti sulle piattaforme social Facebook e Instagram e il deterioramento delle condizioni di salute mentale della vittima. Infatti, l’articolo 222-33-2-2 del codice penale punisce il fatto di molestare una persona con osservazioni o comportamenti ripetuti il ​​cui oggetto o l’effetto è un deterioramento delle sue condizioni di vita con conseguente deterioramento della sua salute fisica o psichica. Il caso fattuale che ha dato origine alla vicenda giudiziaria nasce da un infedeltà: la vittima aveva convissuto con un uomo che aveva avuto una breve relazione clandestina un’altra donna, il cui partner ha molestato sistematicamente la vittima per il naufragio della sua unione.