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I consanguinei dei pazienti con malattie genetiche devono essere informati della patologia? La risposta dei giudici inglesi

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 4 ottobre 2017

I recenti sviluppi della genetica in ambito sanitario conseguenti al sequenziamento genomico e allo sviluppo della medicina predittiva e della farmacogenetica, in assenza di una specifica legislazione in materia, costringono la giurisprudenza ad occuparsi di delicate questioni etico-giuridiche. In questo caso si tratta della sussistenza o meno del dovere del medico di informare i consanguinei, in particolare le figlie, di un paziente sofferente della còrea di Huntington, cioè una malattia genetica neurodegenerativa che colpisce la coordinazione muscolare e porta ad un declino cognitivo e a problemi psichiatrichi. La mutazione genetica che provoca siffatta malattia ha il cinquanta per cento delle probabilità di colpire la generazione successiva.

La questione cui i giudici inglesi sono stati chiamati a rispondere riguarda il bilanciamento del diritto alla riservatezza del padre, il quale rifiuta che venga rivelata la sofferenza della patologia con il diritto alla conoscenza e alla salute della figlie, una delle quali era incinta al momento della scoperta della malattia paterna. Il caso è reso più complesso tra le parti dalla circostanza che il padre è stato condannato per aver ucciso la moglie. In sede di giudizio penale gli è stata riconosciuta una parziale incapacità di intendere e volere e pertanto gli è stata ridotta la pena.

Di fronte alla richiesta della figlia incinta di accedere alle cartelle cliniche paterne, il padre ha opposto il suo rifiuto sostendendo di aver timore che ciò le avrebbe potuto provocare un aborto o portarla al suicidio. Tuttavia, dopo la nascita della bambina, la donna ha ricevuto conferma della positività paterna alla patologia grazie a una rivelazione accidentale da parte del medico curante.

La figlia ha agito in giudizio contro i medici e l’ospedale per negligence e per violazione dell’art. 8 CEDU per non essere stata informata della diagnosi, perché se avesse saputo della sofferenza di siffatta patologia avrebbe abortito. I convenuti si sono difesi sostenendo che non ci fossero motivi legali, né ragionevoli per rivelare le informazioni sulla salute dell’uomo.

In primo grado la High Court of Justice ha dato torto alla ricorrente sostenendo che la medesima non era parte del rapporto medico-paziente e pertanto né l’ospedale né il medico curante avevano alcun obbligo fondato sul “duty of care” nei suoi confronti. Tuttavia, la figlia soccombente ha presentato ricorso in appello. Seppure non abbia effettuato una dettagliata analisi degli errori nelle argomentazioni del giudice di prime cure, la English and Wales Court of Appeal ha osservato che il genetista clinico è un medico con una posizione differente rispetto a quella degli altri colleghi. Infatti è proprio l’ambito della genetica che rende i terzi consanguinei giuridicamente sensibili e legittimamente interessati all’acquisizione di tali informazioni genetiche critiche, perché questi, spesso, possono diventare a loro volta pazienti. La England and Wales Court of Appeal si rifà a un precedente risalente al 1996 della Supreme Court del New Jersey che aveva stabilito il dovere dei medici di avvisare la famiglia del paziente per il rischio di probabili malattie genetiche.

La decisione di primo grado, ribaltata in appello, era stata presa in considerazione per la soluzione di un caso analogo, dove la High Court of Justice aveva ribadito che i consanguinei, in questa fattispecie i cugini, non avevano diritto all’accesso alle informazioni genetiche del loro parente sofferente di adrenomieloneuropatia, una malattia genetica che colpisce il genoma X e che provoca ripercussioni sul cervello. Il giudice aveva affermato che non fosse ragionevole riconoscere un dovere di cura (duty of care) dell’ospedale nei confronti dei ricorrenti, che erano parenti, ma non consanguinei diretti, né avevano un rapporto con l’ospedale stesso e pertanto non era possibile per l’imposizione dell’obbligo di cura a carico dell’ospedale.

In virtù del principio del precedente vincolante della corte gerarchicamente superiore, propria del common law inglese, la sentenza della Court of Appeal nega autorevolezza e vincolatività a entrambe le decisioni della corte inferiore.

Il dovere del medico di rivelare ai consanguinei le condizioni di salute genetica del suo paziente appare essere ragionevole e in conformità con il tradizionale principio del “duty of care” affermato già in “Donoghue v. Stevenson” nel 1932, anche se si pongono dubbi su come renderlo realmente efficace in situazioni familiari complesse.

Separazione: socio cede immobili all’ex moglie a titolo di mantenimento, si può proporre azione revocatoria?

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 3 ottobre 2017

Il fatto
Tizio, convenuto nella causa che ha dato origine al provvedimento in esame, riveste un duplice ruolo. Da un lato, egli è socio fideiussore di una società che concede ai terzi creditori una fideiussione su cinque suoi immobili a garanzia dei fidi bancari a favore della società. Dall’altro lato, egli è il marito separando che in sede di separazione consensuale attribuisce alla propria moglie Caia i medesimi immobili per il mantenimento di lei. L’accordo di separazione consensuale era stato omologato dal Tribunale e trascritto presso l’Agenzia del Territorio competenti. Nel caso di specie emerge che il verbale della separazione consensuale omologata portava la data del 28 giugno 2013, mentre la fideiussione per la concessione dei fidi erano antecedenti poiché ottenuti con contratti datati il 1 e il 30 settembre 2010, che successivamente hanno originato un decreto ingiuntivo datato 6 dicembre 2013. Vista la posteriorità dell’attribuzione patrimoniale in sede di separazione consensuale, i creditori hanno esercitato l’azione revocatoria ordinaria ai fini di ottenere la dichiarazione di inefficacia ex art. 2091 c.c.

Le emergenze istruttorie
Le emergenze istruttorie hanno consentito lo svelamento di ulteriori circostanze a favore dell’accoglimento dell’azione revocatoria ordinaria. Siffatti elementi possono essere ricostruiti alla luce dei due procedimenti che coinvolgono Tizio: quello di separazione e quello in materia di recupero crediti. Infatti, nel primo procedimento i coniugi dichiararono di essere rispettivamente falegname ed educatrice. Per quanto concerne Caia, i testimoni confermarono che la donna, seppure disoccupata per un anno, godeva della cassa integrazione guadagni. Per questo il marito avrebbe ceduto alla moglie gli immobili a titolo di mantenimento.
Tuttavia, tale rappresentazione non pare al giudicante veritiera in quanto dall’altro lato, cioè nel secondo procedimento, è emerso nella fase istruttoria che l’uomo e i suoi colleghi fossero in rapporti amicizia da una trentina d’anni e che tutti si fossero espressi nei medesimi termini, riportando gli stessi dettagli sui reciproci rapporti. Ulteriormente, il marito fideiussore sosteneva, senza essere credibile, di non conoscere le difficoltà dell’azienda nell’erogare gli stipendi da mesi e che nessuno dei lavoratori (amici e colleghi) se ne fossero mai lamentati.
Siffatta ricostruzione non ha persuaso il giudicante sotto il profilo fattuale, mentre sotto il profilo giuridico il magistrato sottolineava come il comportamento di Tizio integrasse pienamente la fattispecie prevista dall’art. 2091 c.c., cioè il tentativo di sottrarre i propri beni, cedendoli alla moglie, dall’aggressione dei creditori, circostanza evidenziata dalla gratuità dell’attribuizione patrimoniale a Caia, la quale però godeva già di un reddito proprio, poiché in cassa integrazione, e priva di reddito solo un anno dopo la separazione dal marito.

I precedenti giurisprudenziali
La giurisprudenza afferma che ai fini dell’esperibilità dell’azione pauliana ex art. 2091 c.c. occorrono da un lato l’esistenza di un valido rapporto creditorio (in questo caso i contratti di fideiussione) e dall’altro l’effettività del danno (in questo caso la lesione della garanzia patrimoniale integrata dalla cessione degli immobili alla coniuge separata), attraverso una variazione, anche qualitativa, del patrimonio del creditore che renda incerto o più difficile il soddisfacimento del credito (Sul punto Cass. civ. Sez. III, 17-10-2001, n. 12678, Cass. civ. Sez. III, 27/10/2004, n. 20813; Cass. civ. Sez. III, 27/10/2004, n. 20813). E’ onere del debitore dimostrare che il patrimonio residuo sia “ampiamente sufficiente” a soddisfare le ragioni creditorie (Cass. civ. Sez. III, 29-03-2007, n. 7767; Cass. civ. Sez. III, 04-07-2006, n. 15265), ma ciò non si è verificato nella fattispecie sotto esame. Anzi, la gratuità della cessione postula un beneficio al terzo, in questo caso la coniuge, che ha acquisito un vantaggio senza corrispondente sacrificio e quindi il suo interesse non può comunque prevalere su quello del creditore che agisce in revocatoria (Cass. civ. Sez. II, 17-05-2010, n. 12045; Cass. civ. Sez. III, 03-03-2009, n. 5072).
Il rapporto tra separazione personale, mantenimento del coniuge e azione revocatoria ex art. 2091 c.c.
Nel caso in esame, il giudicante afferma che “quanto all’ulteriore elemento del consilium fraudis, questo può dirsi ampiamente provato per presunzioni” sia per i rapporti coniugali tra i coniugi separandi convenuti, sia per la conoscenza della moglie della situazione di sofferenza relativa alle fideiussioni spiccate tre anni prima. Sulla specifica fattispecie dell’attribuzione patrimoniale, il giudicante fa propria quella giurisprudenza, anche se ormai risalente, la quale afferma che “Gli accordi di separazione personale fra i coniugi, contenenti attribuzioni patrimoniali da parte dell’uno nei confronti dell’altro e concernenti beni mobili o immobili, non risultano collegati necessariamente alla presenza di uno specifico corrispettivo o di uno specifico riferimento ai tratti propri della “donazione”, e – tanto più per quanto può interessare ai fini di una eventuale loro assoggettabilità all’actio revocatoria di cui all’art. 2901 c.c. – rispondono, di norma, ad un più specifico e più proprio originario spirito di sistemazione dei rapporti in occasione dell’evento di “separazione consensuale” (il fenomeno acquista ancora maggiore tipicità normativa nella distinta sede del divorzio congiunto), il quale, sfuggendo – in quanto tale – da un lato alle connotazioni classiche dell’atto di “donazione” vero e proprio (tipicamente estraneo, di per sé, ad un contesto – quello della separazione personale – caratterizzato proprio dalla dissoluzione delle ragioni dell’affettività), e dall’altro a quello di un atto di vendita (attesa oltretutto l’assenza di un prezzo corrisposto), svela, di norma, una sua “tipicità” propria la quale poi, volta a volta, può, ai fini della più particolare e differenziata disciplina di cui all’art. 2901 c.c., colorarsi dei tratti dell’obiettiva onerosità piuttosto che di quelli della “gratuità”, in ragione dell’eventuale ricorrenza – o meno – nel concreto, dei connotati di una sistemazione “solutorio-compensativa” più ampia e complessiva, di tutta quell’ampia serie di possibili rapporti (anche del tutto frammentari) aventi significati (o eventualmente solo riflessi) patrimoniali maturati nel corso della (spesso anche lunga) quotidiana convivenza matrimoniale” ( Cass. civ. Sez. III, 14-03-2006, n. 5473 (rv. 589660).
Tuttavia, va segnalato anche quell’orientamento contrario, seppur più recente, in materia di revocatoria fallimentare il quale afferma che ai fini dell’azione di inefficacia di cui all’art. 64 legge fall., gli atti a titolo gratuito non sono solo quelli posti in essere per spirito di liberalità, che è requisito necessario della donazione, ma anche quelli caratterizzati semplicemente da una prestazione in assenza di corrispettivo. Ne consegue che, l’attribuzione patrimoniale effettuata da un coniuge, poi fallito, a favore dell’altro coniuge in vista della loro separazione, va qualificata come atto a titolo gratuito ove non abbia la funzione di integrare o sostituire quanto dovuto per il mantenimento suo o dei figli. (Cass. civ. Sez. I, 24-06-2015, n. 13087 (rv. 635732)