Uber: le ultime decisioni delle Corti straniere

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 28 novembre 2017

Nel Regno Unito, in attesa dello svolgimento del processo sulla sospensione dell’autorizzazione della “Transport for London” del servizio Uber, la British Employment Appeal Tribunal ha rigettato l’appello di Uber contro la decisione di considerare gli autisti che effettuano il servizio come impiegati al minimo dello stipendio invece che contrattisti indipendenti. Il giudice inglese ha motivato la sua decisione rispondendo innanzitutto alla domanda cardine del contenzionso, cioè “se i guidatori sono lavoratori, per chi stanno lavorando?” La risposta del giudice di primo grado sostiene che vi sia un contratto tra Uber London LTD (ULL) e i guidatori che fisicamente eseguiscono tale mansione per siffatta società nello svolgimento dei servizi di trasporto dei passeggeri nell’area londinese. I guidatori esercitano le loro mansioni lavorative nell’espletamento del servizio in due specifici momenti temporali: a) quando si trovano sull’area di loro competenza, hanno la app accesa e sono in grado di lavorare ovvero b) quando accettano di svolgere una corsa. Il giudice d’appello concorda con quello di primo grado che gli autisti non abbiano la possibilità di negoziare con i passeggeri una riduzione della tariffa della corsa e che debbano accettare di lavorare secondo le condizioni apposte da Uber, pertanto quest’ultimo non può essere considerato un semplice intermediario.

In Olanda, il College van Beroep voor het bedrijfsleven, in qualità di giudice d’appello, ha affermato che le attività imprenditoriali di Uber, nello svolgimento del servizio di UberPOP, mirino non solo a offrire tecnologia e a facilitare la combinazione di domanda e offerta in un unico luogo, ma anche al reale trasporto di persone verso il pagamento della tariffa a Uber. Sotto un profilo strettamente giuridico, in merito alle fonti applicabili alla controversia, il College ha stabilito che la normativa sulla libera circolazione dei servizi dell’UE e la libertà di stabilimento non riguardano, in linea di principio, le cosiddette situazioni puramente interne, in cui tutti gli elementi hanno luogo entro i confini di uno Stato membro. Nella causa in esame, i ricorrenti hanno sede nei Paesi Bassi, il trasporto attraverso il servizio taxi si svolge all’interno dei confini olandesi ed i conducenti risarciti vivono nei Paesi Bassi. Non è quindi possibile parlare di attività transfrontaliere. Infine, viene altresì rigettata l’ultima impugnazione concernente il servizio di UberX, non paragonabile ad UberPop, il quale rimarrebbe interdetto, in quanto non è stata fornita alcuna prova che Uber abbia cooperato con autisti privati sprovvisti di licenza di taxi.

In Canada, la Cour Supérieure del Quebec ha deciso una controversia tra diverse associazioni di taxisti locali e Uber relativamente all’annullamento dell’accordo per la realizzazione di un progetto pilota che questa società avrebbe intrapreso in quella provincia per l’effettuazione del servizio Uber X. Tale accordo siglato con il ministero e contestato dalle associazioni dei taxisti, riguarderebbe la realizzazione dei servizi di trasporto auto remunerati da richiedersi esclusivamente attraverso una app per smartphone. Secondo i giudici superiori le prove apportate dal Procureur générale du Québec in difesa dell’accordo dimostra che il Ministro ha adottato delle misure appropriate per assicurare il rispetto dell’equità verso i titolari del permesso. Non è quindi compito del tribunale di valutare giuridicamente le misure messe in pratica dal Ministro stesso ovvero la loro efficacia (par. 140).

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Si può opporre all’ex- suocera che rivuole l’appartamento, il provvedimento di assegnazione della casa coniugale?

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 27 novembre 2017

Il fatto

Il contenzioso risolto dalla Cassazione con la decisione 25835/2017 riguarda l’istanza ex 447 bis cpc presentata nel 2013 al fine di conseguire il rilascio di un appartamento di proprietà della ricorrente, che l’aveva acquistato dal proprio figlio. L’alloggio era stato dato in comodato al figlio e alla nuora per ragioni di solidarietà. Successivamente, la famiglia si è dissolta e il giudice aveva attribuito la casa coniugale all’ex moglie in quanto affidataria della figlia minore, mentre la ricorrente aveva richiesto più volte in via stragiudiziale la liberazione di tale appartamento. Con l’azione in parola, la signora chiedeva il rilascio dell’immobile ai sensi dell’art. 1810 c.c. (in subordine ai sensi dell’art. 1809 c.c.) per destinarlo a sua abitazione.

La resistente, comodataria dell’appartamento, si costituiva ed eccepiva che l’immobile era adibito a casa familiare, essendo la medesima coniuge del figlio della signora e pertanto le era stato assegnato dal Tribunale già nel 2006 in sede di separazione familiare, in antecedenza al contratto di compravendita intercorso tra ex suocera ed ex marito, poiché aveva avuto la figlia in affido.

In primo grado il giudizio volgeva a favore della ex nuora, che poteva continuare a utilizzare l’immobile, poiché parte attrice era rimasta inerte per cinque anni dopo la compravendita, manifestando così un consenso implicito affinché parte resistente potesse continuare a utilizzare il bene oggetto di causa, senza alcun corrispettivo, per i bisogni abitativi suoi e della figlia minore, fino alla revisione del provvedimento di assegnazione, rigettando così l’istanza di rilascio ad nutum. La Corte d’appello, adita dalla parte soccombente, cioè l’ex suocera, confermava il provvedimento, nonostante la parte appellante facesse notare che la trascrizione del provvedimento di assegnazione fosse avvenuta soltanto in corso di causa, a distanza di sei anni dalla sua emanazione.

Le motivazioni della Cassazione

In questa decisione, la Corte di cassazione afferma che l’ eccezione di assegnazione giudiziale della casa familiare in sede di separazione coniugale non rientra né tra i casi per i quali la legge prevede espressamente l’onere di eccezione in capo alla parte né tra i casi in cui l’elemento costitutivo dell’eccezione è rappresentato dalla manifestazione di volontà di esercitare un diritto potestativo. Infatti, l’efficacia impeditiva del diritto dell’attore al rilascio deriva direttamente dal provvedimento giudiziale di assegnazione dell’abitazione coniugale e non dalla manifestazione di volontà dell’assegnatario dell’immobile di volersi avvalere degli effetti di tale provvedimento giudiziale. Si tratta, dunque, di una “eccezione in senso lato”, il cui rilievo non è subordinato alla specifica e tempestiva allegazione della parte ed è ammissibile anche in appello, dovendosi ritenere sufficiente che i fatti risultino documentati ex actis.

Pertanto, in una fattispecie in cui un coniuge separato – pur vedendo riconosciuto in appello il diritto di abitare, con la figlia minore, la casa coniugale nei limiti del novennio dalla data del provvedimento giudiziale di assegnazione dell’immobile – si doleva dell’avvenuto rigetto, sempre in sede di gravame, della propria domanda principale volta ad ottenere il riconoscimento di tale diritto fino al raggiungimento dell’indipendenza economica della figlia, il giudice ha ritenuto che il conflitto con l’acquirente il medesimo bene, che abbia trascritto il suo titolo di acquisto anteriormente alla trascrizione del suddetto provvedimento giudiziale, vada risolto in favore del primo, ma, appunto, solo nei limiti del novennio, secondo il disposto dell’art. 1599, comma 3, c.c.

I precedenti

La giurisprudenza ha molto dibattuto sulla questione affrontata dalla Corte di cassazione e che qui si commenta, cioè l’opponibilità dell’assegnazione della casa coniugale, in particolare in relazione al diritto dell’assegnatario nel caso in cui l’assegnazione non fosse stata trascritta prima dell’acquisto del terzo.

A questo proposito, si ricorda che l’art. 6, co. 6 della legge 898/1970 non prevede l’opponibilità di un’assegnazione non trascritta, e si limita a stabilire che l’assegnazione sia opponibile “in quanto trascritta”. Tuttavia, in tale disposizione si fa riferimento all’art. 1599 c.c., secondo cui la locazione dell’immobile è opponibile al terzo acquirente solo se superiore ai nove anni e se, nel caso, sia stata trascritta.

A questo proposito ci si può chiedere cosa succeda alle locazioni di durata inferiore a quella novennale. Le interpretazioni sul punto si sono divise. Un primo orientamento (riferibile alle sentenze SSUU 11096/02 e n. 20448/14 della Cassazione) si mostra favorevole al coniuge assegnatario della casa coniugale, già comodatario, anche nei rapporti con i terzi, in deroga alla regola generale dell’inopponibilità del comodato ai terzi. Sul punto, si ricorda la decisione della Cassazione n. 664/16, secondo cui “il contratto di comodato di immobile, stipulato dall’alienante di esso in epoca anteriore al suo trasferimento, non è opponibile all’acquirente del bene, non estendendosi a rapporti diversi dalla locazione le disposizioni, di natura eccezionale, di cui all’art. 1599 c.c. , sicchè l’acquirente non può risentire alcun pregiudizio dall’esistenza del rapporto di comodato, atteso il suo diritto di far cessare in qualsiasi momento, “ad libitum”, il godimento del bene da parte del comodatario e di ottenere la piena disponibilità della cosa”.

Una diversa interpretazione (accolta dalla sentenza n. 7776/16 della Cassazione) afferma che l’introduzione dell’art. 155 quater c.c., con la L. n. 54 del 2006 , avrebbe fatto venire meno le ragioni poste a fondamento della summenzionata sentenza delle Sezioni Unite 11096/02 e quindi il coniuge che non abbia trascritto il provvedimento di assegnazione della casa coniugale, sarebbe equiparabile al comodatario nei rapporti con i terzi acquirenti del bene oggetto di comodato.

Vi è un terzo orientamento che espressamente si riferisce all’art. 1599 c.c. secondo cui, al fine di opporre la locazione al terzo acquirente, la trascrizione è necessaria soltanto quando essa abbia una durata superiore ai nove anni. Al contrario, le locazioni di durata inferiore sono opponibili, seppure non trascritte. Tale opinione è accolta dalla decisione in commento che assimila la natura del provvedimento di assimilazione a quello del diritto personale di godimento del conduttore.

Separazione e divorzio: dichiarazioni fiscali e indagini di polizia giudiziaria nell’istruttoria di separazione

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico dell’8 novembre 2017

Il fatto
La vicenda riguarda la separazione di una coppia di coniugi, sposatisi negli Anni Sessanta e con tre figli già adulti e autonomi, a seguito del venire meno dell’affectio coniugalis. Il ricorrente sostiene che la moglie sarebbe titolare di un cospicuo patrimonio composto da immobili e partecipazioni societarie, della cui gestione si è occupato egli stesso, pertanto può affermare che la moglie separanda possa vivere in piena autonomia. La richiesta di parte attrice, il marito, sarebbe quindi di autorizzare i coniugi a vivere separati, disponendo però per sé la casa familiare, da lui condotta in locazione, con l’allontanamento della moglie e la vittoria di spese.
Si è costituita la signora, la quale ha descritto minuziosamente la composizione del ricco patrimonio dell’ex marito, titolare di una affermata impresa commerciale con fatturato espresso in milioni di euro annui e intestatario di molte società immobiliari, tra cui quella proprietaria della casa familiare locata dall’ex marito, nonché di diversi conti correnti, depositi e altri cespiti patrimoniali che avrebbero garantito alla signora, per il solo mantenimento ordinario, importi mensili dell’ammontare da 7000 e 10000€. Dato l’elevato tenore di vita, l’ex moglie ha richiesto un assegno di mantenimento di 7000€ con vittoria di spese.
All’udienza presidenziale, le parti sono comparse dichiarando i propri redditi, minori rispetto a quanto asserito nelle reciproche richieste e affermazioni sul tenore di vita matrimoniale, in particolare per quel che concerne il marito. Nel corso del procedimento viene esperita la c.t.u. con indagini di polizia tributaria per verificare la consistenza reddituale e patrimoniale di entrambe le parti.
La motivazione della decisione
In sede di c.t.u., la parte resistente, cioè la signora ha dichiarato una capacità reddituale superiore ai cinque miloni di euro, mentre parte ricorrente, cioè il marito ricorrente, ha sostenuto di avere una capacità reddituale di circa due milioni e mezzo di euro. Dagli esiti della c.t.u. è emerso che la documentazione fiscale presentata dal ricorrente fosse lacunosa. Di fronte alle omissioni di parte attrice il c.t.u ha tralasciato di sollecitare ulteriormente il ricorrente in quanto, spirato il termine, lo ha considerato decorso senza possibilità di ulteriore rinvio.
Il giudicante censura severamente le dichiarazioni lacunose ritenendole “del tutto inattendibili in quanto provenienti da imprenditore di sicuro successo e di provata abilità, e che pertanto deve presumersi che conosca esatamente il numero dei conti nella sua disponibilità e i saldi degli stessi”. Tale comportamento è riconducibile a un tentativo di celare consistenze che invece risalterebbero dal netto contrasto dei redditi dichiarati di 40.000€ annui con “finanziamenti per le società effettuati dal resistente per circa €1.700.000 in quattro anni (pari a pià di €400.000 annui) senza che sia stata fornita alcuna congrua spiegazione della provenienza di tali importi”.
Sotto un profilo meramente giuridico, i giudicanti osservano che l’imposizione ai coniugi, nei procedimenti di separazione coniugale, di presentare non soltanto la dichiarazione dei redditi, ma anche “ogni documentazione relativa ai loro redditi e al loro patrimonio personale e comune” consiste nell’imposizione di un dovere di lealtà processuale “che giunge sino al dovere di fornire alla controparte elementi contrari al proprio interesse”.
Sotto un profilo costituzionale, tale deroga troverebbe fondamento negli obblighi di reciproca protezione derivante dal rapporto matrimoniale, disciplinato dall’art. 29 della Costituzione. Ne conseguirebbe che la sanzione processuale di siffatto comportamento, lesivo di un obbligo di lealtà così pervasivo, è la valutazione del comportamento del singolo coniuge, da parte del giudicante, ai sensi dell’art. 116 c.p.c., in quanto non consente la determinazione con la necessaria precisione quale sia la proporzione economica tra le due parti.
Assegno di mantenimento del coniuge debole in sede di separazione e assegno divorzile
Relativamente al recente revirement della giurisprudenza di legittimità sull’assegno divorzile, sotto un profilo teorico, al fine di verificare come le indagini patrimoniali in sede di separazione abbiano mantenuto il loro rilievo, è opportuno ricordare il diverso ruolo dell’assegno di mantenimento riconosciuto in sede di separazione a favore del coniuge economicamente debole, rispetto a quello divorzile. In particolare, “la separazione personale dei coniugi, a differenza dello scioglimento del matrimonio o della cessazione dei suoi effetti civili non elide, anzi presuppone, la permanenza del vincolo coniugale, deve ribadirsi che il dovere di assistenza materiale, nel quale si attualizza l’assegno di mantenimento, conserva la sua efficacia e la sua pienezza in quanto costituisce uno dei cardini fondamentali del matrimonio e non presenta alcun aspetto di incompatibilità con la situazione, in ipotesi anche temporanea, di separazione. Altrettanto non può affermarsi in merito alla solidarietà post-coniugale alla base dell’assegno di divorzio”. (Cass. civ., 16 maggio 2017, n. 12196). Anche in questo caso, la ratio di tale distinzione risiede nella Costituzione, poiché ‘attribuzione di un assegno di mantenimento al coniuge che non abbia adeguati redditi propri trova la sua fonte nel rilevante ruolo che l’art. 29 Cost. attribuisce alla famiglia nell’ambito dell’ordinamento. Infatti, assume particolare rilevanza “il principio di uguaglianza morale e giuridica tra i coniugi, proprio con riferimento all’obbligo di consentire al coniuge separato di mantenere lo stesso tenore di vita precedentemente goduto, sia pure con la necessità di considerare i mezzi di cui autonomamente disponga in cui si afferma, in tema di rapporti patrimoniali, che l’uguaglianza dei coniugi garantisce l’unità familiare, mentre è la disuguaglianza a metterla in pericolo”.
Invece, altrettanto non può affermarsi in merito alla solidarietà post-coniugale alla base dell’assegno di divorzio. Al riguardo è sufficiente richiamare la recente sentenza di legittimità del 10 maggio 2017, n. 11504, secondo cui con la sentenza di divorzio il rapporto matrimoniale si estingue sul piano non solo personale ma anche economico-patrimoniale – a differenza di quanto accade con la separazione personale, che lascia in vigore, seppure in forma attenuata, gli obblighi coniugali di cui all’art. 143 cod. civ. -, sicchè ogni riferimento a tale rapporto finisce illegittimamente con il ripristinarlo sia pure limitatamente alla dimensione economica del “tenore di vita matrimoniale” ivi condotto – in una indebita prospettiva, di “ultrattività” del vincolo matrimoniale.
Conclusioni
Il comportamento di parte ricorrente, giudicato poco leale e trasparente, viene sanzionato dal giudicante, in sede di attribuzione delle spese di giudizio. Infatti, i risultati non congruenti delle dichiarazioni di redditi rispetto alle spese sostenute dal ricorrente “impongono al Collegio di segnalare la posizione di (…) alla Guardia di Finanza ai sensi dell’art. 36 del DPR 1973 n. 600 (come modificato dall’art. 19, co. 1 lett. d) della legge 413 del 1991)”.
In altri termini, la slealtà processuale nei confronti dell’ex coniuge non riguarda soltanto un comportamento sanzionabile all’interno del processo, come comunque avvenuto nel caso di specie con l’imputazione della quota del 50% delle spese processuali non compensate e dell’intero imposto dei costi della C.T.U. Tale slealtà viene punita con l’iniziativa del collegio di segnalare siffatte omissioni alla polizia tributaria.

 

Diritti dei transessuali: le corti e le persone transgender

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 3 novembre 2017

Il transessualismo riguarda quella condizione personale di chi non si sente appartenere al sesso attribuito all’anagrafe al momento della nascita, ma si riconduce al sesso opposto assumendone i caratteri sessuali, anche attraverso operazioni chirurgiche, e comportamentali, finanche ottenendo la variazione anagrafica del sesso allo stato civile.
Negli Stati Uniti, la US District Court for the District of Columbia ha sospeso il divieto presidenziale di arruolamento delle persone transessuali nell’esercito statunitense (annunciato prima con alcuni tweet dal Presidente Trump, poi confermato con il Memorandum del 25 agosto 2017), tuttavia la corte ha mantenuto in vigore la parte dell’ordine che cancella l’allocazione di fondi per gli interventi di riassegnazione del sesso delle persone transgender già arruolate. La Corte distrettuale ha giustificato l’emanazione della preliminary injuction affermando che le cause pendenti contro tale Memorandum hanno buone probabilità di accoglimento. Al momento si ha notizia di tre cause pendenti: oltre a Jane Doe v. Trump, relativa alla citata preliminary injuction, sono pendenti anche Stockman v. Trump e Stone v. Trump.
In Inghilterra, la England and Wales Family Court ha deciso un caso di un membro della comunità ebraica ultra-ortodossa Charedi che, padre di cinque figli (un ragazzo di 12, due gemelli di 8, un bambino di 5 e una bambina di 2 anni) sta percorrendo la transizione MtF (male to female), ed ha richiesto il diritto di visita ai figli. Dopo un matrimonio combinato nel 2001, i genitori hanno divorziato nel 2015, il padre ha lasciato la casa, ha iniziato il trattamento ormonale e, in pendenza di causa, era in attesa dell’intervento chirurgico. Da allora non ha più avuto contatti con i figli. L’ex moglie continua a vivere all’interno della comunità Charedi con i figli, che seguono le regole della comunità e frequentano le scuole religiose secondo la loro età. I tentativi del padre di avere contatti con i figli sono stati ignorati o respinti. Tuttavia, il padre MtF ha agito in giudizio in quanto sostiene di dover rimanere in contatto, seppur protetto, con i ragazzi nonostante il rifiuto della comunità e della madre, la quale aveva addirittura accusato il genitore MtF di aver molestato uno dei minori, accusa ritenuta non credibile dal giudice. In seguito però la madre ha accettato che i figli potessero avere contatti indiretti, temendo quantunque l’ostracizzazione della comunità e pretendendo che i figli avessero contatti con il genitore che era stato e non con la persona che è diventata.
Di fronte alla Corte, i figli sono stati rappresentati dall’Anna Freud Centre che ha espresso diversi ordini di dubbi, in particolare: a) sull’effettivo beneficio di ripresa dei contatti tra i minori e il genitore MtF a causa della possibile reazione negativa della comunità in cui vivono; b) ulteriormente, in relazione al fatto che il genitore MtF non fosse in grado di gestire le sue emozioni e c) che la madre non avesse più parlato con loro del padre. Pertanto, il suggerimento degli esperti del centro concerneva la ripresa lenta e graduale dei rapporti attraverso contatti indiretti tre volte all’anno, con modalità appropriate alle rispettive età, onde evitare conseguenze negative sulla salute psichica e fisica dei minori.
Nella sua decisione, il Justice Jackson ha ritenuto rilevanti le forti influenze culturali della vicenda, con il conseguente rischio per i minori di essere marginalizzati dalla comunità in cui vivono in caso di ripresa dei contatti diretti con il genitore MtF, nonché con un impatto negativo sul loro benessere e sul loro futuro. Seppure esista un rischio significativo per il benessere dei minori, dato dalla perdita della figura genitoriale, secondo il giudice il rischio maggiore riguarderebbe la potenziale esclusione dal loro stile di vita e dalla loro comunità. I minori sono stretti tra due stili di vita tra loro incompatibili, entrambi appartenenti a minoranze protette dalla legge. In questo caso, il peggior risultato possibile per la madre e i figli sarebbe di venire esclusi dalla loro comunità. Tuttavia, il giudice ha accordato al genitore MtF la possibilità di avere contatti indiretti con i figli in occasione dei loro compleanni e delle festività di Pesach, Sukkot e Hanukkah. Nelle frasi finali della sua decisione, il giudice ha sottolineato che “questo risultato non è un fallimento nella conferma dei diritti delle persone transgender, ancora meno una “vittoria” per la comunità, ma la conferma dei diritti dei figli ad avere il risultato per loro meno dannoso possibile in una situazione che non hanno creato loro”.
In Canada, la Ontario Superior Court of Justice ha deciso una controversia riguardante la separazione dei genitori e l’affidamento dei loro figli minorenni: Kirsten di 10 anni e Rosie/James, di nove anni che in questo punto della sua vita si definisce “gender non-conforming”. Dopo quattro anni dalla loro separazione i genitori hanno mantenuto l’affidamento condiviso sui figli, ma tale accordo non risulta più essere nel best interest dei minori a causa del grave disaccordo e mancanza di fiducia tra i genitori e pertanto la Corte, dopo una lunga disamina fattuale del caso, ha disposto nuove condizioni. Queste prevedono la convivenza dei minori con la madre, con visite e soggiorni presso il padre calendarizzati dal giudice stesso, mentre entrambi i genitori devono reciprocamente informarsi e cooperare nell’educazione dei figli e incoraggiarli ad avere ottimi rapporti con l’altro genitore. Il giudice altresì dispone che Rosie/James sia seguito da un centro specializziato relativamente al suo percorso di identificazione di genere.
In Australia, la fattispecie decisa dalla Family Court of Australia si inserisce nella giurisprudenza costante di quell’ordinamento relativamente alla manifestazione del consenso del minore, in questo caso quindicenne, per la somministrazione delle terapie ormonali in caso di disforia di genere.