La propaganda

adesso invade anche l’architettura e il restauro.  Macron  banfa che per ristrutturare la cattedrale parigina ci impiegheranno 5 anni. Auguri (solita, inutile, grandeur franzosa).

Le cattedrali notoriamente sono state costruite in secoli ed è questo fatto che le rende belle, affascinati e ci fa affezionare a questi edifici.

Le cattedrali crescono, vivono, bruciano, crollano, vengono bombardate, poi ricostruite. A volte i loro cantieri non si chiudono mai. Per esempio, citofonare Milano o anche Barcellona (che pur essendo fatta con tecnologia moderna è un cantiere aperto da circa un secolo).

La bellezza delle cattedrali sta nell’umiltà di chi le ha costruite, pietra dopo pietra, vetrata su vetrata come se fossero un passaggio di testimone tra le generazioni. Questo è il loro senso, che ci arriva dal Medioevo e che andrebbe mantenuto nel tempo.

 

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Debiti del de cuius: l’indegno deve pagarli?

Pubblicato su Altalex l’8 aprile 2019

Natura giuridica dell’indegnità
Come riferisce la dottrina, l’indegnità è una sanzione civile che comporta l’incapacità successoria dell’indegno [C. M. Bianca, op. cit., 24]. Essa trae il suo fondamento nel ribrezzo sociale verso chi abbia offeso l’ereditando o la sua libertà testamentaria e possa trarre beneficio da siffatto atto.

In quanto incapace di succedere l’indegno, dichiarato tale con sentenza, non consegue l’eredità, la quale va devoluta ai chiamati successivi, né i legati che si estinguono a favore dell’onerato ovvero del sostituito [Cass. 5 novembre 1992, n. 11979; in dottrina, Bianca, op. cit.].

L’indegnità, quindi, opera solo a seguito di una sentenza del giudice poiché essa rappresenta l’effetto costitutivo della pronuncia a carico del chiamato all’eredità. Secondo tale interpretazione, la delazione avrebbe luogo nei confronti dell’indegno anche nei casi in cui questi sia tale al momento dell’apertura della successione, tuttavia la sentenza non sia ancora stata pronunciata. Pertanto, senza una iniziativa giudiziaria di un interessato a far dichiarare l’indegnità, l’indegno conserva integralmente i suoi diritti successori fino a che l’azione di indegnità sia prescritta [C. M. Bianca, op. cit.].

Ai sensi dell’art. 2946 c.c. l’azione di indegnità si prescrive nell’ordinario termine decennale.

Essa può essere oggetto di rinuncia ovvero transazione. Da siffatta circostanza, la citata dottrina [C. M. Bianca] sostiene che in siffatto modo, l’indegnità non costituirebbe una incapacità successoria, piuttosto un impedimento soggettivo alla successione, specificamente un divieto applicabile attraverso una sentenza, su azione di parte.

La restituzione dei frutti
Osserva la dottrina che l’indegno, che sia stato immesso nel possesso dei beni ereditari e successivamente sia stato dichiarato tale, è tenuto alla restituzione dei frutti pervenutigli sin dal momento di apertura della successione. Infatti, gli effetti dell’indegnità retroagiscono fino a tale momento, anche quando essa dipenda da fatti accaduti successivamente [Palazzo, Le successioni, ed. II, in Tratt. Iudica, Zatti, I, Milano, 2000, 222].

Già la giurisprudenza molto risalente affermava anche in giurisprudenza che all’indegno è riservato il medesimo trattamento del possessore di malafede, (Cass. n. 2989/1958). Tuttavia, tale principio conosce un limite, cioè l’indegno non deve restituire i frutti percipiendi – vale a dire i frutti che avrebbe potuto percepire, e che non ha percepiti -, giacché potrebbe ignorare che il suo comportamento lo esclude dalla successione. Infine, viene osservato che siano applicabili all’indegno le altre norme applicabili al possessore di malafede, come quella ex art. 1150, comma 3, secondo cui vadano rimborsate all’indegno le spese per le riparazioni, i miglioramenti e le addizioni nella minor somma tra lo speso e il migliorato [si veda l’art. 464 del Codice commentato; Capozzi, Successioni e donazioni, I, ed. II, Milano, 2002, 129].

Rassegna giurisprudenziale
L’indegnità a succedere di cui all’art. 463 c.c. pur essendo operativa “ipso iure”, deve essere dichiarata con sentenza costitutiva su domanda del soggetto interessato, atteso che essa non costituisce un’ipotesi di incapacità all’acquisto dell’eredità, ma solo una causa di esclusione dalla successione (Cass. civ., sez. II, 5 marzo 2009, n. 5402).
Ai sensi dell’art. 463 c.c. l’indegnità a succedere non integra un’ipotesi di incapacità all’acquisto dell’eredità, ma è causa di esclusione dalla successione; infatti, l’indegnità, come configurata nell’unica disposizione del codice che ne prevede le varie ipotesi, non è uno “status” connaturato al soggetto che si assume essere indegno a succedere, ma una qualificazione di un comportamento del soggetto medesimo, che deve essere data dal giudice a seguito dell’accertamento del fatto che integra quella determinata ipotesi di indegnità dedotta in giudizio, e che si sostanzia in una vera e propria sanzione civile di carattere patrimoniale avente un fondamento pubblicistico (Cass. civ., sez. II, 29 marzo 2006, n. 7266).
L’azione rivolta ad ottenere la pronunzia dell’indegnità a succedere, quindi una sentenza che ha natura costitutiva, si prescrive nel termine di dieci anni dall’apertura della successione; tuttavia, poiché l’art. 2935 c.c., nello stabilire che la prescrizione comincia a decorrere dal giorno in cui il diritto può essere fatto valere, si riferisce soltanto alla possibilità legale di far valere il diritto, quindi agli impedimenti di ordine giuridico e non già a quelli di mero fatto, rientrando in questi ultimi anche l’ignoranza del titolare del diritto, quando la stessa è incolpevole, la prescrizione di detta azione nel caso di indegnità conseguente alla formazione o all’uso di un testamento falso (art. 463, n. 6, c.c.) inizia a decorrere dal giorno in cui il soggetto legittimato ad esercitarla abbia la ragionevole certezza e consapevolezza sia della circostanza che una parte pretenda di essere erede e si qualifichi come tale in forza di un testamento che si ha motivo di ritenere falso, sia del proprio diritto a conseguire l’eredità o il legato, in virtù di indici oggettivamente univoci idonei a determinare detto convincimento in una persona di normale diligenza, il cui apprezzamento è riservato alla valutazione del giudice del merito. (Nella specie, la S.C. ha cassato la sentenza di merito che aveva individuato il “dies a quo” della prescrizione nel giorno di apertura della successione, omettendo di valutare la rilevanza, per detto fine, della circostanza che l’attore aveva proposto l’azione allorché era passata in giudicato la sentenza che aveva accolto la domanda di petizione dell’eredità proposta dall’indegno in base ad un testamento poi risultato falso, da questi formato) (Cass. civ., sez. II, 29 marzo 2006, n. 7266).
Secondo la recente giurisprudenza di legittimità, il giudicato maturato in un distinto processo che abbia negato la qualità di erede, avendo accertato l’esclusione dalla successione correlata alla dichiarazione di indegnità, spiega un’efficacia riflessa anche nei confronti del creditore rimasto estraneo a quel processo, atteso che la pretesa creditoria verso il chiamato all’eredità rimane comunque dipendente dalla situazione ivi definita (Cass. civ., sez. II, 25 febbraio 2019, n. 5411).
Il termine di prescrizione per accettare l’eredità non decorre per i chiamati ulteriori solo nel caso in cui un’accettazione astrattamente idonea ad operare l’acquisto dell’eredità sia intervenuta dai precedenti chiamati e successivamente, per ragioni intrinseche all’accettazione stessa (dichiarazione di nullità od annullamento dell’accettazione) oppure estrinseche ad essa (nullità formale o falsità del testamento, indegnità del chiamato a succedere), sia venuto meno il titolo che legittima i primi chiamati a conservare l’eredità acquistata. Pertanto, la mancanza di accettazione dell’eredità da parte del primo chiamato non impedisce il decorso, nei confronti dei chiamati ulteriori, della prescrizione del diritto di accettare l’eredità nonché dell’azione di risoluzione per inadempimento dell’onere (Cass. civ., sez. II, 19 ottobre 1998, n. 10338).
La sentenza che dichiara l’indegnità ha natura costitutiva e anche carattere retroattivo, com’è testimoniato dal fatto che l’erede indegno che abbia di fatto goduto dell’eredità del de cuius deve restituire non solo l’eredità, ma anche i frutti pervenutigli dopo l’apertura della successione (art. 464 c.c.). La circostanza che la sentenza operi ex tunc, escludendo l’indegno dalla successione, impedisce che il patrimonio del de cuius possa essere ritenuto nel patrimonio dell’indegno, per cui, salvi i casi di successione per rappresentazione, non può l’indegno lasciare ai suoi eredi ciò che non è nel suo patrimonio: è possibile procedere all’accertamento delle condizioni per applicare la sanzione dell’indegnità a succedere anche quando il soggetto asseritamente indegno non sia più in vita (Cass. civ., sez. II, 16 febbraio 2005, n. 3096).
L’art. 464 c.c. – secondo cui l’indegno di succedere è obbligato a restituire i frutti che gli sono pervenuti dopo l’apertura della successione – è impostato essenzialmente sul concetto che l’indegno a succedere dev’essere considerato a tutti gli effetti quale possessore di mala fede. Ne consegue che non altrimenti può essere qualificato il possesso degli stessi beni successivamente acquistato da colui che all’indegno subentra iure hereditatis, in applicazione del principio che – con effetto dall’apertura della successione – il possesso continua nell’erede con le stesse caratteristiche di buona o di mala fede che aveva presso il de cujus, senza che il contrario possa avere rilievo il fatto che in concreto egli ignori oppure no di ledere l’altrui diritto (Cass. civ. 9 settembre 1958, n. 2989).
Pronunziata la sentenza sulla indegnità, alla restituzione dei frutti pervenuti dal giorno dell’apertura della successione sono tenuti l’indegno ed il suo erede (App. Firenze 23 marzo 1953).