Recensioni pagate, violazioni di marchi e non solo: Amazon sotto la lente dei Giudici stranieri

Pubblicato su IlQG del 20 luglio 2022

In Germania, l’OLG Frankfurt am Main ha stabilito che le recensioni a pagamento di prodotti venduti su Amazon costituisce concorrenza sleale e pubblicità dissimulata ingannevole nel caso in cui non venga dichiarato il compenso erogato. I clienti dell’attore erano rivenditori di prodotti altrui su piattaforme online, in questo caso Amazon. Tale valutazione veniva effettuata attraverso un ranking espresso in numero di stelle definito Early Reviewer Program (di seguito: ERP). Esso consisteva nell’effettuare recensioni di revisori esteri in cambio di pagamenti o buoni per prodotti precedentemente acquistati sul mercato statunitense, britannico o giapponese. Queste valutazioni venivano visualizzate anche dagli acquirenti tedeschi ed erano incluse nel risultato complessivo della valutazione. Parte attrice chiedeva la cancellazione di tali recensioni ERP perché non veniva esplicitato che le medesime erano state retribuite e perciò influivano sul risultato complessivo delle valutazioni.

L’OLG Frankfurt aM ha affermato che tale pratica configura sia una fattispecie di concorrenza sleale sia di pubblicità ingannevole. Gli utenti di Internet fondano sulle recensioni in questione una aspettativa, di rilevenza giuridica, ingiustificata. Inoltre, dato che i revisori dell’ERP ricevono una piccola ricompensa per la recensione, esiste il rischio specifico che una percentuale non trascurabile di partecipanti al programma si sentisse obbligata a valutare un prodotto in modo più positivo di quanto effettivamente pensato per poter continuare a partecipare al programma.

In Francia, il Tribunal Judiciaire di Parigi ha condannato Amazon Europe Core Sarl per violazione del marchio dell’azienda di biancheria per la casa “Carré Blanc”. I giudici parigini hanno ritenuto che la riproduzione nel titolo e nell’indirizzo URL di tale marchio nelle pagine del sito web di Amazon.fr, abbia indotto in errore il consumatore/utentedi Internet circa la disponibilità di prodotti di biancheria per la casa di quel marchio sulla piattaforma di Amazon, che pertanto è stata condannata a pagare a Carré Blanc Expansion 15.000 euro di danni morali e 15.000 euro per le spese sostenute nel procedimento.

L’azienda ricorrente Carré Blanc, che possiede l’omonimo marchio di biancheria per la casa e accappatoi dal 2007, lamentava che le pagine di Amazon.fr menzionavano i termini “Carré” e “Blanc” in combinazione, sia nell’indirizzo URL che nel titolo e nei meta tag associati, e nella descrizione. Invero, i meta tag associati, che hanno lo scopo di ottimizzare il ranking soprattutto sul motore di ricerca Google, non sono immediatamente visibili all’utente di Internet sulla pagina dei risultati. I giudici concluso hanno che l’uso del marchio ‘Carré Blanc’ nel titolo, nell’URL e persino nella descrizione delle pagine contestate ha consentito di aumentare il ranking di queste pagine e quindi il traffico indotto, incrementando la loro comparsa nei risultati di ricerca, anche se non veniva offerto alcun prodotto autentico, il che costituisce la pratica vietata relativiamente all’uso abusivo del marchio in questione. Il tribunale parigino ha applicato lo stesso ragionamento al paid referencing, aggiungendo che “non importa a questo proposito che l’utente di Internet non si sarebbe potuto confondere sul fatto che il sito accessibile tramite questi annunci fosse il noto sito di Amazon e non il sito del marchio “Carré Blanc”, dal momento che è stato indotto a credere di poter ottenere prodotti autentici mentre in realtà gli sono stati offerti solo prodotti concorrenti”.

Negli Stati Uniti, i giudici d’appello californiani stanno delineando i profili di responsabilità di Amazon per i prodotti venduti sulla sua piattaforma. Già nel 2020, nella causa Bolger contro Amazon, la Corte ha stabilito che Amazon può essere ritenuto strettamente responsabile per le vendite sulla sua piattaforma di marketplace, mentre nel 2021 nella causa Loomis contro Amazon, il tribunale ha esteso siffatta regola a titolo di responsabilità oggettiva, mentre nel 2022 i giudici californiani affermano che Amazon può essere obbligata a fornire informazioni obbligatorie per gli articoli del marketplace e incorrere in responsabilità per non aver adempiuto a tale obbligo informativo. In quest’ultima causa Amazon è stata ritenuta responsabile per la vendita di alcune creme per la pelle che presentino livelli eccessivi di mercurio senza fornire le avvertenze richieste dalla legge.

La tutela del miglior interesse del minore prevale sul diritto alla bigenitorialità

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 21 luglio 2022

Il diritto alla bigenitorialità deve essere necessariamente declinato attraverso criteri e modalità concrete che siano dirette a realizzare in primis il miglior interesse del minore: il diritto del singolo genitore a realizzare e consolidare relazioni e rapporti continuativi e significativi con il figlio minore presuppone il suo perseguimento nel miglior interesse di quest’ultimo, e assume carattere recessivo se ciò non sia garantito nella fattispecie concreta. Così ha stabilito l’ordinanza n. 21425/2022 della Cassazione civile.

Revisione assegno divorzile: si modifica solo se si sono alterati gli equilibri economici

Pubblicato sul Il QG del 14 luglio 2022

In tema di revisione dell’assegno divorzile, il giudice, a fronte della prova di circostanze sopravvenute sugli equilibri economici della coppia, non può procedere ad una nuova ed autonoma valutazione dei presupposti o dell’entità dell’assegno, sulla base di una diversa ponderazione delle condizioni economiche delle parti già compiuta in sede di sentenza divorzile, ma deve verificare se, ed in che misura, le circostanze, sopravvenute e provate dalle parti, abbiano alterato gli equilibri sanciti dall’assetto economico patrimoniale dato dalla sentenza di divorzio e ad adeguare l’importo o lo stesso obbligo della contribuzione alla nuova situazione patrimoniale. Così ha stabilito l’ordinanza n. 21051/2022 della Cassazione civile.

GDPR: gli orientamenti giurisprudenziali di UK, Polonia e Paesi Bassi

Pubblicato sul Il QG del 4 luglio 2022

Nei Passi Bassi il Rechtbank Midden-Nederland ha rigettato l’istanza della Stichting BREIN, ente preposto alla tutela della proprietà intellettuale, che ha perso il contenzioso promosso contro Ziggo, il più importante Internet service olandese. Oggetto del contendere era la richiesta di accedere ai dati personali (compreso l’indirizzo IP) relativo ad una open directory contenente più di 200 libri elettronici divulgati senza licenza.

Il Rechtbank Midden osserva che non è possibile stabilire che l’utente dell’indirizzo IP in questione abbia commesso la violazione del copyright. Nell’ipotetica situazione in cui fosse accertata una violazione, la Corte ritiene che Ziggo avrebbe comunque avuto bisogno in primo luogo di un’autorizzazione da parte della Data Protection Authority nazionale, per collegare l’indirizzo IP e i dati personali del presunto colpevole al fine di inviare un avviso e, in secondo luogo, per fornire i dati personali a BREIN. Inoltre, la Corte ha ritenuto che Ziggo avrebbe avuto bisogno di una valutazione d’impatto sulla protezione dei dati (Data Protection Impact Assessment, DPIA) ai sensi dell’articolo 35 GDPR. Ulteriormente, la Corte ha anche respinto l’argomentazione di BREIN secondo cui la richiesta di un solo indirizzo IP, invece che una quantità massiva di dati aventi rilevanza penale, non rende tale richiesta obbligatoria, dato che non è possibile stabilire ex ante sia “quantità” di dati richiesti, sia l’eventuale loro rilevanza penalistica.

Nel Regno Unito, il caso trattato dalla England and Wales High Court riguarda l’acquisto di una Smart TV da parte del ricorrente.

Dopo un certo periodo di tempo, il dispositivo, sul quale l’acquirente aveva memorizzato i suoi dati personali come nomi, dettagli del conto corrente e altri mezzi di pagamento, si è rotto. Parte convenuta ha chiesto la restituzione della TV per la riparazione, ma al ricorrente non era stato chiesto di cancellare i contenuti registrati, dati compresi, né di disconnettersi dalle applicazioni di acquisto come Amazon. In seguito le parti hanno concordato che la riparazione del dispositivo sarebbe stata sproporzionatamente costosa e che quindi il televisore avrebbe dovuto essere smantellato. Il ricorrente aveva capito che il dispositivo sarebbe stato distrutto, mentre il convenuto ha rivenduto l’apparecchio senza eseguire un reset di fabbrica o una cancellazione dei dati. Successivamente, qualcuno ha utilizzato l’account Amazon del ricorrente attraverso l’unità per effettuare un acquisto con l’app. Il ricorrente è venuto a conoscenza della transazione e, a seguito di un reclamo, il convenuto ha rimborsato il costo sostenuto e ha fornito un buono spesa come gesto di buona volontà.

L’attore ha sostenuto che il convenuto ha violato i suoi obblighi di protezione dei dati cedendo il dispositivo senza aver prima cancellato tutti i dati memorizzati su di esso, e ha intentato un’azione di risarcimento danni per abuso di informazioni private, violazione della fiducia, negligence e violazione della legge sulla protezione dei dati ai sensi dell’articolo 82 dell’UK-GDPR del Regno Unito, relativo al risarcimento del danno e responsabilità, e delle sezioni 168 e 169 del Data Protection Act (DPA) 2018.

In relazione alle violazioni del GDPR, la sezione 168 del DPA 2018 prevede che il danno morale di cui all’articolo 82 del GDPR includa il disagio, mentre l’art. 169 DPA 2018 ricomprende il risarcimento del danno morale in relazione alle violazioni di altre normative sulla protezione dei dati personali.

La Corte ha concluso che non c’era alcuna prova che il convenuto fosse effettivamente a conoscenza delle informazioni personali rimaste memorizzate sull’apparecchio televisivo. Nel cedere la Smart TV a terzi, il convenuto non stava facendo uso dei dati o delle informazioni oggetto della richiesta di risarcimento. Ne consegue che non può esservi stato alcun uso (o abuso) non autorizzato delle informazioni da parte del convenuto, mentre era dovere dell’attore avere cura dei propri dati personali cancellandoli prima di cedere il device per la riparazione.

In Polonia, l’Autorità nazionale di protezione dei dati personali ha sanzionato un’azienda produttrice di rimorchi per auto, il cui responsabile del trattamento dei dati personali aveva omesso di denunciare lo smarrimento del certificato di lavoro di un dipendente che conteneva informazioni sensibili quali nome, cognome, luogo di residenza e data di nascita, nonché informazioni sulla procedura e sulla base giuridica per la cessazione del rapporto di lavoro e sul pignoramento delle retribuzioni.

Quando la violazione dei dati è stata scoperta dall’autorità di protezione dei dati nel corso di un’indagine, il responsabile del trattamento ha sostenuto di non averla notificata perché la violazione dei dati non comportava un rischio per i diritti e le libertà dell’interessato. Il responsabile del trattamento ha inoltre dichiarato di aver notificato all’interessato la perdita del suo certificato di lavoro e che questi non ha avanzato alcuna richiesta di risarcimento nei confronti della società. Pertanto, il responsabile del trattamento ha sostenuto di non aver violato l’articolo 33, paragrafo 1, del GDPR. Tuttavia, l’autorità di protezione dei dati ha ritenuto che la violazione dei dati comportasse un rischio di violazione dei diritti o delle libertà dell’interessato e di conseguenza avrebbe dovuto essere notificata all’autorità di protezione dei dati ai sensi dell’articolo 33, paragrafo 1, del GDPR. Tale notifica era necessaria soprattutto perché le informazioni contenute nel certificato potevano rivelare direttamente o indirettamente informazioni sulla vita personale dell’interessato, sui suoi problemi legali e sul suo stato finanziario. L’autorità polacca ha inoltre ritenuto che anche solo un mero rischio di accesso ai dati da parte di una persona non autorizzata potesse essere rilevante. Di conseguenza, la DPA ha emesso una multa di circa 3.492 euro (16.000 PLN) contro il responsabile del trattamento.

La nuova convivenza non esonera l’ex dall’obbligo di mantenimento per i figli

Pubblicato su IlQG del 21 giugno 2022

La prestazione di assistenza di tipo coniugale da parte del convivente more uxorio di uno dei coniugi può assumere rilievo soltanto ai fini della valutazione delle condizioni economiche del beneficiario, ma non può incidere sull’obbligo dell’altro coniuge di provvedere al mantenimento dei figli che, in base al disposto dello art. 147 c.c., grava esclusivamente su ciascuno dei genitori, indipendentemente dall’eventuale apporto di terzi legati ai genitori da rapporti parentali o affettivi, avente carattere necessariamente precario e comunque privo di tutela giuridica. É quanto si legge nella Cassazione civile, sez. I, ordinanza 10 giugno 2022, n. 18862.