FRIDA KAHLO

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I successori del de cujus non ereditano il diritto all’esercizio dell’azione di riduzione dei loro aventi causa

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 31 gennaio 2018

Il caso

Parte attrice chiedeva la reintegrazione della quota di riserva spettante, a suo dire, alla di lei madre (deceduta ab intestato) in quanto erede legittimaria della (a sua volta) erede legittimaria del marito/padre premorto. Infatti, l’attrice sosteneva che la quota di eredità riservata alla madre/moglie sull’eredità del de cujus, fosse stata lesa da atti di liberalità compiuti in vita dal defunto coniuge a favore dei fratelli e della cognata. Pertanto, l’istante chiedeva al giudice palermitano di accertare e dichiarare ex art. 566 c.c. il suo diritto di ereditare metà del patrimonio che sarebbe dovuto spettare alla propria madre, condannando i fratelli e la cognata a versarle la somma determinata in virtù della domanda di riduzione.

La difesa dei convenuti, invece, chiedeva il rigetto di tale domanda di riduzione, effettuata dalla loro sorella in qualità di avente causa della madre, poiché quest’ultima aveva posto in essere un comportamento incompatibile con la volontà di esercitare l’azione di riduzione, ma, al contrario, dando seguito alle disposizioni testamentarie paterne contestate dalla figlia attrice.

Le motivazioni del Tribunale di Palermo

Il Tribunale di Palermo, accogliendo le eccezioni delle parti convenute, rigettava l’istanza attorea in quanto nel corso dell’istruttoria si è formata convincente prova del fatto che la madre delle parti, successivamente alla morte del marito, avesse tacitamente rinunciato all’azione di riduzione spettantele quale sua erede legittimaria. Infatti, essa aveva assunto in modo inequivocabile e consapevole un contegno incompatibile con la volontà di far valere il diritto alla reintegrazione.

A sostegno di ciò viene ampiamente citata giurisprudenza che conforta tale posizione (es: Cass. 4230/1987; Cass. 1373/2009, Cass., 8001/2012; Cass. 20143/2013), cioè che il comportamento esternato dal legittimario, per assumere valore concludente, deve esprimere un’indiscussa intezione di rinuncia a far valere il proprio diritto. Nel caso in esame, “diversi elementi inducono a ritenere che la (madre) abbia inteso rinunciare, in vita e senza esitazioni di sorta, al diritto potestativo di agire in riduzione per la reintegrazione della quota di riserva spettantele sulla successione del marito”.

L’aspetto di interesse precipuo di questa fattispecie risiede nella circostanza che la madre, convivente con la figlia parte attrice nella presente causa, fosse stata citata dalla medesima in una antecedente azione di riduzione di legittima per la sucessione paterna proposto contro di lei e gli altri fratelli. Già allora la figlia lamentava, iure proprio, la lesione della quota di legittima dell’eredità paterna attraverso liberalità verso gli altri fratelli, ma la signora non si costituì dando concretezza della sua adesione alle decisioni del defunto marito. In altri termini: seppure consapevole dell’astratta idoneità lesiva dei suoi diritti di riserva, invece di aderire all’iniziativa della figlia, con la quale conviveva, preferì non intervenire. Ulteriormente, dagli atti di causa emerge che la signora attuò le disposizioni del marito modificandole a suo discapito a vantaggio degli altri figli e della nuora.

Si tratta quindi di una serie di elementi presuntivi plurimi, precisi e concordanti (anche sotto un profilo cronologico) che evidenziano come la vedova del de cujus avesse assunto un contegno, successivo alla morte del marito, incompatibile con la volontà di far valere il diritto alla reintegrazione della quota di riserva spettandole per legge.

Un caso di parziale motivazione implicita?

Tuttavia, la lettura del provvedimento in esame suggerisce alcune osservazioni. In punto di diritto, la parte attrice, figlia della erede legittimaria di suo padre, chiede la reintegrazione in suo favore della quota spettante alla madre sull’eredità del genitore, proprio in quanto legittimaria.

Dal tenore della sentenza risulterebbe che parte attrice avesse già agito in giudizio per ottenere la riserva che le spettava di diritto dall’eredità del padre. Infatti, si legge nella motivazione: “Ella – la madre – fu evocata in giudizio, insieme ai convenuti dell’odierno giudizio, nel procedimento per lesione di legittima che la signora (…) questa volta in proprio, svolse sempre in danno” dei fratelli e della cognata. Pertanto, parte attrice richiedeva il rispetto di una sua ipotetica quota di legittima, ma attraverso i diritti di sua madre, anzi ha agito proprio in qualità di erede legittimaria di sua madre.

Tale azione non può essere accolta. A questo proposito il giudicante giunge correttamente al risultato di rigettare l’istanza di parte attrice, poiché l’unico istituto di diritto successorio attraverso il quale è possibile agire in virtù di diritti altrui è la rappresentazione (artt. 467 s.s. c.c.), ma chiaramente non è questa la fattispecie, in quanto tra i coniugi non vi è discendenza.

È vero che tale argomentazione è ovvia, ciò nonostante il giudicante avrebbe dovuto esplicitarla, invece che lasciarla presupposta. Ciò ha comportato che una parte del ragionamento logico del giudice, relativo alla circostanza che parte attrice non avesse legittimazione ad agire per chiedere per interposta persona il riconoscimento di diritti sull’eredità paterna, è rimasta implicita. Quali possono essere i rimedi giuridici per questo difetto motivazionale? Difficile che, seppure impugnando, la parte attrice/soccombente riesca a ribaltare l’esito della controversia, data la correttezza del risultato finale della decisione, mentre la parte convenuta/vincitrice non ha interesse a impugnare con un ricorso in appello, ma potrebbe avere interesse a chiedere una integrazione della motivazione.

The Marriage of Figaro and the Sunset of Ancien Régime Legacy on Modern Legal Culture

Abstract
The purpose of this abstract is focused on the character of the Count of Almaviva as representative of the transition from the Ancien Régime to the Nouveau Régime. Despite the fact that the opera plot is focused on the adventures of Susanna and Figaro in order to get married, its legal pivot is on the feudal lord who seeks to enforce his status and his rights, first of all his “ius primae noctis” on Susanna, his wife’s lady-in-waiting. He tried to seduce her for all the opera but he fails, proving himself ridiculous and surpassed.

From the private law perspective, the Count exploits Figaro’s promise of marriage to Marcellina in the event of the breach of a debt incurred some time before. Despite his conflict of interest because he is the master, the Count tries to mislead the judgement of his subordinate, unsuccessfully, due to the parent–child relationship between Marcellina and Figaro themselves. However, he does not give up and the final double exchange of role keeps him in a ridiculous situation to obtain forgiveness from his wife, the Countess, quite a proto-feminist in this opera.

From the public law perspective, the crisis of the figure of the Count of Almaviva clearly represents the decline of aristocracy itself. None of his subjects are afraid of him. For instance, Cherubino escapes the mandatory enrollment in the Count’s regiment by dressing up as a girl. This is not only of scenic value, but it could also represent a crisis of social roles on the eve of the French Revolution.

The Marriage of Figaro represents an indispensable inspiration for historical and multidisciplinary reflections to analyze the paradigm shifts which occurred in the late seventeenth century and the legacy they have left on today’s legal culture.

Hai già vinta la causa! cosa sento!

In qual laccio io cadea!

Perfidi! io voglio

Di tal modo punirvi! a piacer mio

La sentenza sarà …

(Atto III, Scena IV)

Museo di Arte Orientale

Come è noto i musei torinesi afferenti alla “Fondazione Torino Musei” non stanno navigando in acque tranquille. Si tratta di scrigni ricchi di opere d’arte, come il Museo d’Arte Orientale, una vera delizia. Sarebbe davvero meritorio che torinesi e visitatori rinnovassero il loro affetto al patrimonio comune, anche nel caso li avessero già visitati, anzi andando a trovarli, come se fossero dei vecchi amici. Ne vale la pena.