Disegni e (auto)ritratti

​Quale migliore occasione per rivedere l'”autoritratto” per eccellenza, quello di Leonardo da Vinci e altri disegni attribuiti ai Maestri del Rinascimento italiano? Nessuna: sono visibili alla Biblioteca Reale di Torino, fino a metà settembre.

 

I costi della giustizia: una prospettiva di giurisprudenza di common law

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 2 agosto 2017

Nel Regno Unito, la Corte Suprema ha emanato una importante decisione in tema di accesso ai tribunali del lavoro, specificamente sui costi per i lavoratori che si rivolgono a tale giurisdizione. Infatti, nella decisione R(on the application of UNISON) v Lord Chancellor [2017] UKSC 51, la Corte suprema ha affermato che le spese legali imposte dal Lord Chancellor per accedere ai tribunali del lavoro e alle relative corti d’appello sono illegali.
La causa è stata radicata nel 2013 dal sidacato UNISON, il quale raggruppa i dipendenti pubblici. Esso contestava l’imposizione delle spese legali dai contribuenti ai fruitori del servizio, in particolare i lavoratori, al fine di incentivare gli accordi tra le parti e cercando di contrastare le cause meramente dilatorie o infondate. Ciò nonostante la Supreme Court of United Kingdom ha condiviso le argomentazioni del sindacato, secondo cui siffatta modalità di attribuzione delle spese legali configurava una ingiustificata interferenza con il diritto di accesso alla giustizia sia alla luce del common law sia alla luce del diritto dell’Unione Europea, oltre a essere discriminatoria nei confronti di particolari categorie di lavoratori, come le donne. Secondo l’opinione di maggioranza l’accesso alla giustizia, in particolare per le questioni in materia di lavoro, deve permanere senza spese poiché si tratta di cause di elevato valore sociale, nonostante spesso abbiano un valore finanziario significativo o possano sembrare pretestuose. Alla luce di decisioni come questa emerge l’importanza dell’impatto del diritto dell’Unione Europea sul common law inglese, specialmente per quel che concerne il diritto antidiscriminatorio, confermando i timori di un detrimento di siffatta protezione successivamente alla compimento del Brexit.
In Canada la decisione dell’Ontario Court of Justice riguarda il computo del ritardo nello svolgimento di un procedimento per molestie sessuali a carico di un soggetto che ha richiesto il legal aid (istituto comparabile al “gratuito patrocinio” dell’ordinamento italiano) per affrontare il processo assistito da un avvocato. Il giudicante analizza tutte le fasi di istruzione processuale da un lato e il relativo comportamento dell’imputato dall’altro affermando che la procedura di concessione del legal aid non ha influito sul il ritardo maturato (più di diciotto mesi) nello svolgimento del procedimento penale.
In Australia, la Federal Court ha rigettato un appello relativo alla richiesta di indennizzo dei costi legali nei confronti della controparte nel caso in cui gli appellati erano difesi in giudizio da un ente rappresentativo degli interessi dei nativi ai sensi del Native Title Act, il quale consente l’accesso gratuito alla giustizia qualora la questione contenziosa riguardi titoli inerenti le popolazioni aborigene.
In India, la Supreme Court ha deciso un caso inerente ai costi legali collegati ad un processo per violenza domestica, seguito da successivo divorzio, esercitata sulla moglie che viveva con il marito in casa degli suoceri. Dato che secondo l’Hindu Marriage Act il divorzio deve essere radicato presso la Corte competente del luogo dove si è svolta la vita coniugale ovvero di residenza dei coniugi, accade molto spesso che le parti deboli, generalmente le mogli, non possiedano abbastanza risorse per recarsi in tribunale, come nel caso di specie. Infatti, la vittima che è tornata a vivere presso la sua famiglia di origine con la figlia, non ha denaro sufficiente per potersi presentare presso la Corte e difendersi. La Corte Suprema indiana osserva che tali situazioni sono molto diffuse e si domanda come questo problema possa essere scongiurato, anche per garantire una maggiore celerità ai procedimenti di questo tipo. In casi come questo la Corte potrebbe, di volta in volta, ordinare al marito il deposito di somme di denaro al fine di assicurare che la moglie non sia menomata nel suo diritto di difesa nel procedimento. In altri casi il marito potrebbe radicare il procedimento di fronte alla Corte dove la moglie si è spostata, ovvero soluzioni analoghe. Per questo la Corte reputa necessario ascoltare all’uopo l’Attorney General al fine che un suo rappresentante possa assisterla nella soluzione di questo specifico caso. A tal fine ha rinviato la causa a una successiva udienza.

La storia della pubblicazione del Diario di Anne Frank in inglese

Judith Jones had a taste for what Americans wanted. The legendary cookbook editor died today in Vermont, at 93. Jones was famous for popularizing the cookbooks of Julia Childs in the US. She also did early translation work for writers like Jean-Paul Sartre and edited John Updike. But one of Jones’s earliest literary credits is…

via Anne Frank’s “lovely face” is what nudged an editor to bring her diary to the English-speaking world — Quartz

Risultati delle ricerche online: gli ultimi orientamenti in tema di privacy e diritto d’autore

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 31 luglio 2017

Recentemente, con la decisione Douez v. Facebook, Corte Suprema del Canada si è espressa in una importante decisione relativamente al rispetto della privacy nella segnalazione di “storie sponsorizzate” (“Sponsored Stories”) su Facebook. Secondo parte attrice, che ha promosso una class action, Facebook avrebbe utilizzato nomi e materiali (incluse le foto) dei suoi utenti senza la loro autorizzazione per pubblicizzare prodotti e servizi presso altri iscritti al social network, violando la section 3(2) del Privacy Act del British Columbia. Facebook ha resistito affermando che nell’adesione al social network le parti sottoscrivono una clausola che stabilisce la giurisdizione su questo tipo di controversie presso le corti della California. La Corte Suprema del Canada ha rigettato tale difesa affermando che gli utenti di Facebook sottoscrivono un contratto di adesione, ma in condizione di inferiorità rispetto al potere contrattuale della società di Menlo Park. La Corte Suprema canadese ha stabilito che la libertà di contrarre non può privare i consumatori del rimedio garantito dalla lex loci, in questo caso un rimedio in una materia di natura costituzionale quale è la privacy. La dottrina canadese si domanda se la ratio decidendi di tale decisione debba essere limitata ai soli casi inerenti alla privacy ovvero debba essere estesa in materia di tutti i contratti online, in particolare alle clausole di esclusione e limitazine della responsabilità, non tanto per i c.d. “global player” come Facebook, ma per le imprese online di media dimensione che hanno necessità di certezza giuridica.

Con un decisione interlocutoria presa a maggioranza la Corte Suprema del Canada ha affermato un importante principio di extraterritorialità giudiziaria su Internet imponendo a Google di vietare la visualizzazione dei siti web che pubblicizzano o commerciano prodotti contraffatti, non solo in Canada, ma in tutto il mondo. Parte attrice è Equustek Solutions Inc., una società di tecnologia che produce dispositivi di rete. Uno dei suoi distributori ha iniziato diffondere dapprima i prodotti della società produttrice come propri, successivamente ha utilizzato i segreti industriali di questa per progettare e vendere un prodotto contraffatto in concorrenza sleale. Seppure parte attrice abbia più volte tentato di impedire, attraverso azioni giudiziarie, tale comportamento, chi produceva e commercializzava la merce contraffatta non ha cessato i comportamenti illegali, attuandoli da una località sconosciuta. A questo punto, parte attrice ha chiesto a Google di deindicizzare i prodotti contraffatti dai risultati delle ricerche, ma Google ha sollecitato un ordine giudiziario all’uopo, accettando di conformarsi a tale ordine nel caso venisse emanato rimuovendo i link dalle specifiche pagine. La Corte Suprema canadese ha concesso siffatta ordinanza interlocutoria, Google ha rimosso i risultati, ma la società contraffatrice ha agilmente aggirato il problema spostando i contenuti su nuovi link, raggiungibili da URL differenti da Google.ca. Di fronte a questo risultato Equustek ha chiesto ed ottenuto un nuovo ordine di cancellazione esteso a tutto il mondo, cioè quello confermato dalla Corte Suprema, nonostante l’opposizione di Google. La Corte Suprema del Canada parrebbe aver seguito il modello della Corte di Giustizia dell’Unione Europea nel caso Costeja González, tuttavia la discussione è molto accesa sulla equiparazione giuridica della protezione del diritto all’oblio, come nel caso Costeja González, relativo alla protezione di un diritto fondamentale, possa essere estesa alla tutela patrimoniale della proprietà intellettuale. Seppure la Corte Suprema canadese si è espressa soltanto sul caso esaminato, vi è chi paventa che questo principio possa venire applicato anche ad altri ambiti più sensibili come la libertà di espressione e la tutela dei diritti fondamentali, soprattutto in contesti politici e giuridici non altrettanto aperti come quello canadese.

Negli Stati Uniti, il caso deciso dalla U.S. Court of Appeals for the Ninth Circuit riguarda una controversia tra una agenzia fotograrica (Mavrix Photography) e la piattaforma di social media LiveJournal. LiveJournal consente agli utenti di creare “comunità” basate su temi comuni. Le comunità sono gestite in parte dai moderatori volontari, che esaminano i post (comprese le foto) degli utenti per assicurarsi che questi seguano le regole comunitarie sull’invio dei materiali e relativi commenti. Tra queste vi è na comunità focalizzata sulle notizie di celebrità, chiamate “Oh No They Did not” (ONTD), la quale è diventata molto popolare. L’agenzia fotografica ha trovato pubblicate sulla piattaforma alcuni suoi materiali. Al fine di ottenerne la cancellazione, ha omesso di inviare la richiesta di rimozione dei materiali illecitamente pubblicati ai sensi del Digital Millennium Copyright Act ma ha citato direttamente in giudizio i responsabili della piattaforma per violazione del diritto d’autore. Ricevuto l’atto, LiveJournal ha rimosso immediatamente i contenuti e si è difeso affermando 1. i moderatori sono agenti di LiveJournal, non suoi diretti dipendenti, 2. in quanto tali non avevano un ruolo attivo nella definizione dei contenuti all’interno della comunità ONTD, 3. tali moderatori potrebbero aver acquisito la consapevolezza della violazione che parte attrice attribuisce a LiveJournal. La Corte distrettuale ha accolto siffatte defese e la causa è stata rimessa sul ruolo della corte distrettuale affinché venga deciso da una giuria.