Patent troll, laches e patent exhaustion: le ultime decisioni delle Corti USA

Pubblicato il 20 ottobre 2017

Negli Stati Uniti, la Corte Suprema si è recentmente occupata di “patent troll”. Per patent troll si intende l’iniziativa di parte attrice (che può essere un’impresa o un singolo individuo) che anziché utilizzare i brevetti per sviluppare innovazioni, semplicemente li accumula al solo fine di lucrare su possibili azioni di contraffazione (J.F. McDonough, The Myth of Patent Troll: An Alternative View of the Function of Patent Dealers in an Idea Economy, 56 Emory L. J. 189 (2007); G. Colangelo, Gli accordi di patent pooling: un’analisi comparata della regolamentazione antitrust, Dir. Industriale, 2009, 1, 51). Nello specifico, i “patent troll” radicavano i contenziosi in difesa dei loro asseriti brevetti presso la Eastern District Court of Texas, una Corte situata in una parte rurale del “The Lone Star State”, dove non esiste una significativa industria tecnologica. Sovente, tali iniziative “frivole” costituivano un costo per il convenuto chiamato ingiustamente a difendersi perché, pur di non rischiare l’aleatorietà del giudizio, comunque si accorda con l’attore “impertinente” per un risarcimento del presunto danno, anche minimo seppure non effettivo, e la partecipazione alle spese legali dell’attore. Infatti, il titolare del brevetto poteva radicare contenziosi relativi al medesimo in ogni giurisdizione federale del Paese in modo da giovarsi di regole e procedure che gli garantissero una posizione di vantaggio. Invece, con la decisione TC Heartland v. Kraft Foods la Corte Suprema ha stabilito che i detentori dei brevetti possono agire contro i convenuti solo dove i convenuti hanno la loro sede d’affari ovvero hanno commesso atti violativi del brevetto ovvero sono registrati. Siffatta decisione rappresenta un significativo limite alle iniziative disturbatrici dei “patent troll” perché questi non possono più agire in una qualsiasi corte distrettuale, ma devono avere una connessione con il luogo dove l’asserita violazione è avvenuta o con il presunto autore.
La decisione della Corte Suprema SCA Hygiene v. First Quality Baby Products, inerisce le conseguenze del “laches”, cioè degli effetti del ritardo nel proporre una difesa in equity da parte del ricorrente. L’importanza di questa pronuncia riguarda il fatto che essa pone termine a un contrasto tra le corti distrettuali sull’applicazione di tale istituto, specie per quel che concerne il lasso di tempo precedente all’instaurazione della causa ma successivo alla scoperta della violazione brevettuale, in particolare per la raccolta delle prove. Infatti, la prassi raccontava di alcune violazioni brevettuali rimaste sospese per diversi lustri prima dell’azione giudiziaria. L’opinione della maggioranza, redatta dal Justice Alito, ha affermato che il “laches” non può essere opposto come eccezione difensiva contro il risarcimento del danno quando la violazione è avvenuta nel periodo prescritto dalla Section 286 del Patent Act (come interpretato dalla stessa Corte Suprema nella causa Petrella v. Metro-Goldwyn-Mayer, Inc. del 2014) ovvero nei sei anni precedenti dal verificarsi della violazione.
La decisione Impression Products, Inc. v. Lexmark International Inc. della Corte Suprema degli Stati Uniti inerisce la c.d. “patent exhaustion doctrine”, la quale afferma che una volta il titolare del brevetto vende un prodotto sul quale egli vanta diritti brevettuali, il venditore non può più agire contro l’acquirente se questi viola le condizioni d’uso o di vendita del prodotto stesso. Questo principio evita che i titolari dei brevetti controllino i beni venduti e interferiscano sulla rivendita e uso dei beni acquistati. Questo caso sorgeva dal fatto che un produttore di stampanti ha tentato di impedire, attraverso l’asserita violazione brevettuale, la rivendita e il riuso delle cartucce di inchiostro che il medesimo produttore vendeva con le sue stampanti. Seppure le sue pretese abbiano trovato ragione nelle corti federali inferiori, la Corte Suprema ha affermato che il produttore ha esaurito (exhausted) i suoi diritti brevettuali una volta che le parti hanno sottoscritto il contratto di vendita. La violazione di tali condizioni, quindi, ricade sotto il diritto contrattuale e non brevettuale. Altresì, la Corte Suprema ha affermato che il venditore-detentore del brevetto esaurisce i suoi diritti brevettuali nelle vendite che effettua all’estero.

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Vaccini e Autismo: la Cassazione nega il nesso ed il risarcimento

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 26 ottobre 2017

Il fatto
Il caso deciso dall’ordinanza n. 24959/2017 della Corte di Cassazione riguarda la controversia sulla domanda proposta dai genitori di un minore al fine di ottenere l’indennizzo previsto dagli artt. 1 e 2 della legge 210/1992(relativa all’ “Indennizzo a favore dei soggetti danneggiati da complicanze di tipo irreversibile a causa di vaccinazioni obbligatorie, trasfusioni e somministrazione di emoderivati”). Le motivazioni addotte dai genitori ricorrenti riguardavano la circostanza che il loro figlio avesse “contratto sindrome autistica, asseritamente a causa della somministrazione ei vaccini (antipoliomielite di tipo Sabin, DTP – antidifterica, antitetanica e antipertossica- e MPR – morbillo parotite e rosolia) e lui praticati dal 1998 al 2003”.
La loro domanda venne accolta in primo grado dal Tribunale di Pesaro, ma siffatta sentenza venne riformata dalla Corte d’Appello di Ancona che, accogliendo le conclusioni del consulente tecnico d’ufficio, escludeva la sussistenza del nesso di causalità tra la malattia e le somministrazioni vaccinali. I genitori soccombenti hanno proposto ricorso in Cassazione sostenendo il vizio motivazionale dei giudici marchigiani d’appello poiché questi avrebbero ignorato le loro critiche alla c.t.u tanto sotto il profilo diagnostico quanto relativamente alla validità sul piano scientifico delle conclusioni.
Con motivazione semplificata, i supremi giudici di legittimità hanno dichiarato inammissibile il ricorso. Vediamo perché.

Le motivazioni dei giudici di legittimità
La polemica sul presunto nesso causale tra la somministrazione dei vaccini e l’insorgenza delle patologie dello spettro autistico è molto nota e risalente nel tempo, ciò nonostante il dibattito su un fatto scientificamente acclarato (ovvero che non vi è nesso causale tra la somministrazione dei cicli vaccinali e l’insorgenza di tali patologie) permane assai vivace, soprattutto sulle fonti informative “alternative” a quelle scientifiche canoniche. Sommariamente, in questo contributo ci si vuole focalizzare proprio sulla coesistenza di tale circostanza, mentre contestualmente una accesa parte dell’opinione pubblica rifiuta nel modo più assoluto, e con motivazoni diverse, siffatto portato scientifico. Infatti, da un lato la Cassazione ha nuovamente riaffermato che non sia confutabile, attraverso la mera contrapposizione di argomentazioni provenienti da “diversa ed ulteriore letteratura”, un dato acclarato dalla ricerca scientifica, ovvero che “in considerazione dello stato delle acquisizioni della scienza medica ed epidemiologica, superando anche nella sostanza le osservazioni critiche alla c.t.u..(…) è pervenuta al convincimento che sussista la mera possibilità di una correlazione eziologica tra le vaccinazioni e la malattia, e non un rilevante grado di probabilità scientifica”.
In altri termini: non è sufficiente per il riconoscimento del risarcimento ex art. 1 e 2 L. n. 210/1992la mera possibilità di una correlazione tra vaccino e malattia, specie in relazione a una possibile successione temporale tra il primo e la seconda, mentre la dimostrazione di un nesso causale tra i medesimi necessita del riscontro di criteri scientifici, i quali – secondo letteratura scientifica costante – non comprovano siffatta causalità. L’orientamento di legittimità è stabile sul punto. Si ricordano infatti, Cass. 17 gennaio 2005, n. 753; Cass. 19 gennaio 2001, n. 1135; Cass. 29 dicembre 2016, n. 27449; Cass. 25 luglio 2017, n. 18358.
Uno dei punti più delicati della questione da un punto di vista giuridico e, pertanto, sociale riguarda proprio l’attribuzione dell’onere della prova, a carico dell’attore, quindi dei genitori di bambini sofferenti patologie molto invalidanti. Tuttavia, la circostanza che l’eziologia delle patologie dello spettro autistico sia ancora sconosciuta, giuridicamente non è adeguata a superare sotto il profilo probatorio l’assenza di nesso causale tra somministrazione vaccinale e autismo con la sola argomentazione dell’insorgenza della patologia successivamente alla vaccinazione.

Il dibattito sui vaccini: scienza vs social network?
A parere di chi scrive, il dibattito che si sta svolgendo sui vaccini (e soprattutto sul recente obbligo legislativo relativo alla possibile iscrizione scolastica esclusivamente previa vaccinazione obbligatoria) manifesta alcuni problemi che coinvolgono la collettività intera, ovvero da un lato a cosa si è disposti a mettere in gioco della propria autodeterminazione individuale rispetto al benessere collettivo, e dall’altro alla condivisione di informazioni non verificate (c.d. “fake news”) attraverso i social network.
Sotto il primo profilo, viene a rilievo il bilanciamento effettuato dall’art. 32 della Costituzione, spesso citato in causa dalle parti coinvolte nel dibattito sul tema, dove si afferma la salute come diritto fondamentale e interesse della società, contemperando quindi il diritto all’autodeterminazione con la tutela della salute pubblica.
Tuttavia, l’aspetto innovativo della questione vaccinale in particolare, e sulle questioni scientifiche più in generale, concerne lo svilupparsi del dibattito su piattaforme informative non scientificamente validate, lasciando spazio a possibili trattamenti “alternativi”. Ci si riferisce all’emersione di una c.d. “medicina su misura”, dovuta alla maggiore attenzione e accessibilità da parte dei pazienti e dei loro familiari alle informazioni scientifiche attraverso l’accesso a fonti disponibili online su motori di ricerca specializzati in letteratura scientifica come Google Scholar o PubMed, in assenza di competenze per un’appropriata analisi scientifica di siffatti materiali. Questo fatto nuovo si fonda su una applicazione assolutistica e simil-anarchica del principio di autodeterminazione, che quasi si impone sul sanitario curante.
Sul punto vi è chi addirittura parla di una “medicina pretensiva”. Accanto a questa realtà, si manifesta altresì la possibilità per i pazienti e dei loro familiari di unire le proprie (presunte) competenze, assicurata dai social network.
L’estesa diffusione della Rete e l’amplissimo numero di utenti dei social network ha provocato l’esplosione di tali effetti distorsivi, specie per quel che concerne l’autoreferenzalità, l’assenza di controllo e disamina critica. A seguito di ciò, si verifica il fenomeno della chiusura degli individui in gruppi in opinioni polarizzate e concentrate su specifiche narrazioni, le quali ignorano altre possibili voci dissonanti. La combinazione di questi fenomeni provoca principalmente due effetti: da un lato le opinioni simili, seppur false, circolano più velocemente, addirittura in poche ore; dall’altro diventa pressoché inutile ed impossibile contrastarle.
Ciò è dovuto alla polarizzazione dei gruppi, che trovano conferma non nel confronto, ma esclusivamente in loro stessi, “poiché quando le persone scoprono che altri concordano con loro, esse diventano maggiormente confidenti e quindi più estreme”, producendo un circolo vizioso apparentemente senza fine.

Conclusioni
Quali conclusioni è possibile trarre di fronte a questa complessa situazione apparentemente senza via d’uscita? Probabilmente è necessario ricostruire un rapporto di fiducia tra scienza, medicina e i consociati, specie nei confronti di quelli più dubbiosi, che necessitano di risposte concrete, in particolare quando devono prendersi cura di un figlio sofferente di una patologia gravemente invalidante.
Il primo passo di tale confronto dovrebbe essere pre-giuridico, ma medico e divulgativo, espresso in modalità semplici e accessibili, ma non paternalistiche. La posta in gioco è molto alta, cioè la perdita dei benefici sanitari collettivi assicurati nel corso degli ultimi decenni da conquiste scientifiche in ambito medico, come la riemersione di patologie che si credevano definitivamente scomparse sta dimostrando.

Oggi è il Reformationstag 2017

E concerne il Cinquecentenario della Riforma protestante, infatti Martin Luther affisse le sue 95 tesi sulla porta della Schlosskirche di Wittenberg proprio il 31 ottobre 1517.

Quest’anno è giorno di festa in “ganz Deutschland”.

Silenzio, invece, nei paesi della Controriforma.

Ieri sera

​Inaspettatamente ieri sera siamo riusciti ad andare a vedere il film “Loving Vincent“. Mi aspettavo tutt’altra trama (e sotto questo aspetto è stato un po’ deludente, a me non catturano le serie tipo “CSI Miami” o “Cold case”, ma ovviamente è un limite mio).

Invece è davvero bello e stupefacente sotto un profilo puramente estetico. E rendendo omaggio a chi ha avuto l’idea e l’ha disegnata, penso che un’idea simile (fare un film sulla vita di Vincent Van Gogh utilizzando il suo stile pittorico e dipingendo a mano i frame di tutte le scene girate) potesse venire in mente solo a dei polacchi. Infatti è un film denso di malinconia, di rimpianto per ciò che si è irrimediabilmente perduto, ma è osservato da lontano, mentre si è in esilio, con passione amorosa e straziante affetto. Questo, secondo me, è l’aspetto più bello e commuovente dell’opera.

Che c’entra questo collage? quasi nulla, se non che mentre attraversavamo a piedi i Giardini Reali abbiamo alzato lo sguardo e ci ha sorpreso la Mole, nonostante sia una nostra vecchissima conoscenza.

Social Network: la nuova legge tedesca contro le fake news e gli haters

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 10 ottobre 2017

Negli Stati Uniti, la Corte Suprema si è recentemente occupata di “patent troll”. Per patent troll si intende l’iniziativa di parte attrice (che può essere un’impresa o un singolo individuo) che anziché utilizzare i brevetti per sviluppare innovazioni, si limita ad accumularli con l’esclusivo scopo di lucrare su possibili azioni di contraffazione (J.F. McDonough, The Myth of Patent Troll: An Alternative View of the Function of Patent Dealers in an Idea Economy, 56 Emory L. J. 189 (2007); G. Colangelo, Gli accordi di patent pooling: un’analisi comparata della regolamentazione antitrust, Dir. Industriale, 2009, 1, 51). Nello specifico, i “patent troll” radicavano i contenziosi in difesa dei loro asseriti brevetti presso la Eastern District Court of Texas, una Corte situata in una parte rurale del “The Lone Star State”, dove non esiste una significativa industria tecnologica. Sovente, tali iniziative “frivole” costituiscono un costo per il convenuto chiamato ingiustamente a difendersi perché, pur di non rischiare l’aleatorietà del giudizio, comunque si accorda con l’attore “impertinente” per un risarcimento minimo del presunto danno, seppure non effettivo, e la partecipazione alle spese legali dell’attore. Infatti, il titolare del brevetto poteva radicare contenziosi relativi al medesimo in ogni giurisdizione federale del Paese in modo da giovarsi di regole e procedure che gli garantissero una posizione di vantaggio. Invece, con la decisione TC Heartland v. Kraft Foods la Corte Suprema ha stabilito che i detentori dei brevetti possono agire contro i convenuti solo dove i convenuti hanno la loro sede d’affari, ovvero hanno commesso atti violativi del brevetto, ovvero sono registrati. Siffatta decisione rappresenta un significativo limite alle iniziative disturbatrici dei “patent troll” perché questi non possono più agire in una qualsiasi corte distrettuale, ma devono avere una connessione con il luogo dove l’asserita violazione è avvenuta o con il suo presunto autore.
La decisione della Corte Suprema SCA Hygiene v. First Quality Baby Products, inerisce le conseguenze del “laches”, cioè degli effetti del ritardo nel proporre una difesa in equity da parte del ricorrente. L’importanza di questa pronuncia riguarda il fatto che essa pone termine a un contrasto tra le corti distrettuali sull’applicazione di tale istituto, specie per quel che concerne il lasso di tempo precedente all’instaurazione della causa ma successivo alla scoperta della violazione brevettuale, in particolare per la raccolta delle prove. Infatti, la prassi racconta di alcune violazioni brevettuali rimaste sospese per diversi lustri prima dell’azione giudiziaria. L’opinione della maggioranza, redatta dal Justice Alito, ha affermato che il “laches” non può essere opposto come eccezione difensiva contro il risarcimento del danno quando la violazione è avvenuta nel periodo prescritto dalla Section 286 del Patent Act (come interpretato dalla stessa Corte Suprema nella causa Petrella v. Metro-Goldwyn-Mayer, Inc. del 2014) ovvero nei sei anni precedenti dal verificarsi della violazione.
La decisione Impression Products, Inc. v. Lexmark International Inc. della Corte Suprema degli Stati Uniti inerisce la c.d. “patent exhaustion doctrine”, la quale afferma che una volta il titolare del brevetto vende un prodotto sul quale egli vanta diritti brevettuali, il venditore non può più agire contro l’acquirente nel caso in cui questo violi le condizioni d’uso o di vendita del prodotto stesso. Siffatto principio evita che i titolari dei brevetti controllino i beni venduti e interferiscano sulla rivendita e uso dei beni acquistati. Questo caso sorgeva dal fatto che un produttore di stampanti ha tentato di impedire, attraverso l’asserita violazione brevettuale, la rivendita e il riuso delle cartucce di inchiostro che il medesimo produttore vendeva con le sue stampanti. Seppure le sue pretese abbiano trovato ragione nelle corti federali inferiori, la Corte Suprema ha affermato che il produttore ha esaurito i suoi diritti brevettuali una volta che le parti hanno sottoscritto il contratto di vendita. La violazione di tali condizioni, quindi, ricade sotto il diritto contrattuale e non brevettuale.

Tristan und Isolde e Nietzsche

Bellissima rappresentazione, musicalmente davvero meritevole. Ancora di più quando ti accorgi che il tuo vicino di posto è di San Antonio, Texas, che è filosofo e adora Nietzsche. In città per altri fatti suoi, ti svela che è venuto a sentire il Tristan proprio per il legame che il suo filosofo del cuore manifestava con questo capolavoro. Allora tu gli chiedi se ha già visto la lapide apposta su quello che era il palazzo dove ha abitato il Friedrich quando è vissuto a Torino. Lui scuote la testa e durante uno dei due lunghi intervalli tu lo accompagni in Via Carlo Alberto angolo Piazza Carlo Alberto. Gli traduci l’iscrizione, lui fa una fotografia alla lapide (non un selfie, ma una fotografia, proprio come quella del lato destro del mio collage) e tu pensi alla fortuna di vivere in luoghi d’Europa, dove ad ogni passo incroci la Storia.