Illegittima la richiesta di riconoscimento al Tribunale dell’accordo dei “separati in casa”

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 29 settembre 2017

1. Il fatto
La vicenda riguarda una coppia di coniugi indipendenti economicamente perché lavoratori dipendenti, con un figlio maggiorenne, ma non economicamente autosufficiente perché ancora studente, comproprietari della casa familiare non comodamente divisibile, con alcuni risparmi, che sono stati destinati dalla coppia al mantenimento agli studi del figlio e alla cura di non specificati problemi di salute della moglie. La coppia vive da qualche tempo come “separata in casa”, con spazi autonomi: ciascuno ha la propria camera da letto personale e la fruizione degli spazi comuni è organizzata a turni. Nessuno dei due vuole allontanarsi dalla casa familiare “frutto di tanti sacrifici”. Essi hanno presentato istanza al Tribunale per la formalizzazione giuridica di tale situazione fattuale relativa a una separazione “sui generis”, in quanto i coniugi separanti non accennano ad alcun termine entro il quale porre a termine tale situazione di fatto, per esempio vendendo la casa e andando a vivere ciascuno per conto proprio. Il giudice rigetta l’istanza.

2. Le motivazioni della decisione
Il giudice innanzitutto, condivisibilmente, osserva che seppure sul piano personale le parti possono autodeterminarsi e comportarsi come preferiscono, la loro volontà non può “ piegare gli istituti giuridici” al fine di riconoscere e tutelare situazioni che si pongono in contrasto con le norme imperative che disciplinano la materia familiare.
Infatti, l’ordinamento non riconosce soluzioni “ibride” che contemplino il venir meno tra i coniugi di gran parte dei doveri derivanti dal matrimonio. Nel caso in esame, l’accoglimento dell’istanza comporterebbe una specie di ribaltamento del contenuto del 143 c.c.. La persistenza della coabitazione, che ex art. 143 cc costituisce uno dei doveri coniugali e rappresenta la “cornice” in cui si inseriscono i vari aspetti e modi di essere della vita coniugale al pari di assistenza, collaborazione e fedeltà. Essa può essere derogata solo per ragioni inerenti all’interesse della famiglia, come lavoro ovvero studio.
Al contrario, i richiedenti domandano la sospensione dei doveri di collaborazione, fedeltà e assistenza, ma di veder riconosciuto un diritto di coabitazione in quella che diventerebbe il domicilio della “ex famiglia”, senza che sussista più la comunione materiale e spirituale delle parti.
Il Tribunale di Como rifiuta senza dubbio alcuno tale richiesta. Il giudicante argomenta che se la convivenza è divenuta così intollerabile da dover instare per la separazione, essa è oggettiva e pertanto non è accettabile che una situazione di convivenza, giudicata intollerabile ai fini della richiesta della separazione, possa essere prorogata a tempo indeterminato per varie ragioni di convenienza. Conclude il giudicante che “(A)l desiderio dei coniugi di proseguire una convivenza meramente formale (pur legittimo sul piano personale ed attuabile nella sfera privata), non corrisponde alcun “tipo” di strumento e/o istituto nell’attuale ordinamento, ergo il desiderio non può assurgere a diritto; non può quindi trovare accoglimento la pretesa di attribuire, con il provvedimento di omologa, riconoscimento giuridico, con i conseguenti effetti tipici della separazione coniugale, ad un accordo privatistico che regolamenti la condizione di “separati in casa”; del resto, diversamente opinando, l’istituto della separazione consensuale, se del tutto svincolato da riferimenti oggettivi, si presterebbe fin troppo facilmente ad operazioni elusive o accordi simulatori, per finalità anche illecite”.

3. Sintomo del cambiamento della natura (percepita) del diritto di famiglia?
Questa decisione assume particolare interesse perché il giudice attribuisce a tale accordo elusioni della legge o altro tipo di simulazioni, ovvero situazioni ai margini dell’illegalità. Tuttavia, la presentazione di istanze come quella che ha dato origine al provvedimento in commento consente l’emersione di una realtà che non pare essere isolata nella realtà sociale, sia perché la separazione può ancora costituire un’onta in certe realtà o più semplicemente a causa di problemi economici reali.
A parere di chi scrive, inoltre, si potrebbero suggerire alcune riflessioni sulla possibile “natura negoziale” delle regole che disciplinano il diritto di famiglia, specie a seguito delle recenti riforme in materia di separazione e divorzio. L’introduzione di elementi di natura potestativa nella riforma del 2012 (come per esempio la negoziazione assistita, la possibilità di rivolgersi all’ufficiale di stato civile per la formalizzazione della separazione, seppure in specifici casi) lascia aperti spazi a disposizione delle parti che sembrerebbero aprire una breccia nella inderogabilità del diritto di famiglia. Tuttavia, almeno per quel che concerne l’istanza di separazione consensuale, il giudice comasco rigetta totalmente tali ipotetiche aperture.

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Advertising online: gli ultimi orientamenti delle corti straniere

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 22 settembre 2017

In Germania, l’Oberlandesgericht Celle ha deciso una vertenza inerente la pubblicità occulta fatta dagli “influencer” su Instagram. Secondo i giudici tedeschi l’uso di hashtag da parte di personaggi noti sulla Rete (i c.d. “influencer) costituisce una pratica commerciale che promuove la vendita di beni ai sensi del § 2 par. 1, n. 1 UWG (Gesetz gegen den unlauteren Wettbewerb, cioè la legge sulle pratiche commerciali scorrette). La decisione presenta diversi aspetti interessanti:

1. si occupa della qualificazione giuridica della retribuzione dell’influencer da parte del produttore del bene da lui pubblicizzato;

2. afferma che lo scopo commerciale e pubblicitario del post deve essere comprensibile anche ad uno sguardo superficiale del post, come deve essere individuale il target di consumatori al quale è diretto. Sul punto il giudice chiarisce che non integra tali requisiti l’articolo promozionale che necessiti di attenta lettura da parte del consumatore;

3. chiarisce che l’uso del simbolo “#hashtag” non è da solo sufficiente a chiarire tale scopo.

In Nuova Zelanda, la New Zealand Advertising Standards Authority si è occupata di una pubblicità online apparsa su Facebook e Twitter. Tale pubblicità consisteva in una versione promozionale del video delle pratiche di sicurezza da tenere in volo. I protagonisti del video erano gli attori Katie Holmes e Cuba Gooding Jr, rappresentati come dei e mostrava una serie di scene tra cui un parco con mulini a vento raffigurati come giocattoli, persone che facevano rafting sulle nuvole, un marshmallow gigante immerso nelle sorgenti calde Rotorua e un ciclista gigante in sella al ponte del porto di Auckland. L’annuncio inoltre forniva diverse istruzioni di sicurezza e si concludeva con la dichiarazione sullo schermo: “Grazie per aver fatto questo fantastico viaggio”. Il ricorrente lamentava che questa pubblicità fosse irresponsabile in quanto rappresentava comportamenti pericolosi, come immergere marshmallow giganti in piscine termali bollenti, che avrebbero potuto essere emulati dai bambini. Al contrario, l’inserzionista sosteneva che in consumatori erano in grado di comprendere il contesto fantasioso della pubblicità. Il New Zealand Advertising Standards Authority, seppur comprendendo le preoccupazioni del ricorrente in merito ai pericoli delle piscine termali bollenti, ha rigettato la sua istanza affermando che la pubblicità contestata non incitava all’imprudenza poiché era evidente la natura iperbolica del messaggio pubblicitario.

In Francia, il Tribunal de Commerce di Lione ha vietato una campagna pubblicitaria comparativa per una azienda di ricambi auto effettuata sul proprio sito Internet e ha ordinato la pubblicazione della decisione sul medesimo sito. I giudici lionesi hanno ritenuto che il confronto tra le offerte e i prezzi dell’azienda e quella del suo principale concorrente non fosse oggettivo poiché le affermazioni erano false e ingannevoli per il consumatore. L’azienda condannata aveva lanciato una campagna pubblicitaria ove affermava di offrire il servizio di revisione al miglior prezzo e che tale servizio fosse il più economico di tutta la Francia. Asseriva che la differenza di prezzo con il principale concorrente fosse addirittura più del 40%. Il concorrente diretto di tale azienda aveva agito in giudizio chidendo di fornire i dati numerici e statistici sulla base dei quali siffatte affermazioni erano state elaborate. Lo studio in questione presentava invece una differenza minore dell’1%. Il giudice ha ricordato che per essere legittima, la pubblicità comparativa deve essere conforme alle condizioni di cui all’articolo L. 121-8 del codice dei consumatori. In particolare, deve confrontare oggettivamente una o più caratteristiche essenziali, rilevanti, verificabili e rappresentative di tali beni o servizi, nelle quali può essere incluso il prezzo. Al contrario con i dati divulgati nella sua pubblicità, l’azienda condannata ha ingannato i consumatori, pregiudicando la loro capacità di discernimento. Pertanto, il giudicante condannava l’azienda per aver diffuso una pubblicità comparativa illegittima, ordinava la cessazione di tale pubblicità, imputando alla parte soccombente una sanzione di 600€ per ogni giorno di inadempimento di tale ordine.