Eternit, diritto e giustizia

Lo schema della requisitoria del Procuratore Generale della Repubblica presso la Corte di Cassazione, tratto da Diritto Penale Contemporaneo: qui.

Tra i moltissimi spunti di riflessione, questo mi sembra uno dei più rilevanti:

“la sentenza fa cessare il disastro quando saranno cessate le morti in eccedenza
il che significa: finchè dura il processo morboso perdura il disastro
finche la malattia dura, dura il disastro
ma questo non è nella legge
sia perché -ripeto-
la malattia e la morte non fanno parte del disastro
sia perché anche a voler ritenere diversamente
il momento consumativo va individuato nell’inizio della malattia non nella sua
fine”

(…)

Alla fine
la prescrizione non risponde ad esigenza di giustizia sociale
ma stiamo attenti a non piegare il diritto alla giustizia sostanziale
il diritto costituisce un precedente
piegare il diritto alla giustizia oggi può fare giustizia
ma è un precedente che domani produrrà mille ingiustizie
E’ per questo che gli anglosassoni dicono
“hard cases make bad law”:
I casi difficili producono cattive regole (cioè cattivi precedenti)
il giudice deve sempre tentare di calare la giustizia nel diritto
se è convinto della colpevolezza deve sempre cercare di punire un criminale miliardario che non ha neppure un segno di umanità e -prima ancora di rispetto- per le sue vittime
ma ci sono dei momenti in cui diritto e giustizia vanno da parti opposte
è naturale che le parti offese scelgano la strada della giustizia
ma quando il giudice è posto di fronte alla scelta drammatica tra diritto e giustizia
non ha alternativa.
E’ un giudice sottoposto alla legge
tra diritto e giustizia deve scegliere
il diritto”

Privacy: gli ultimi orientamenti delle Corti straniere

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 17 novembre 2014

Il dibattito sulla privacy ha diverse sfaccettature, una delle più interessanti riguarda la natura degli indirizzi I. P. (Internet Protocol) dinamici è stato uno dei più vivaci nel corso del tempo e non si è affatto assopito. Si tratta, come è noto delle sequenze di numeri che vengono assegnati ogni volta che un computer si collega alla Rete per consentire la comunicazine in Internet. A questo proposito, in Germania, il Bundesgerichtshof ha sollevato questione di pregiudizialità di fronte alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea, in particolare se l’art. 2 lettera a) della direttiva sulla protezione dei dati CE debba essere interpretato nel senso che un fornitore di servizi possa memorizzare un indirizzo IP con l’accesso dell’utente al suo sito web e quindi registrare almeno in parte i suoi dati personali, quando solo un terzo (cioè il fornitore di accesso a Internet) ha i dati richiesti per identificare il soggetto in questione. Al fine di argomentare il suo ragionamento il BGH ha assunto che gli indirizzi IP abbiano sempre un riferimento personale, pertanto i giudici supremi federali tedeschi hanno investito la Corte di Giustizia relativamente al fatto che una disposizione nazionale, nello specifico il §15 par.1 della Telemediengesetz, sia contraria alla direttiva europea sulla protezione dei dati nel caso in cui il prestatore di servizi possa solo raccogliere e utilizzare le informazioni personali di un utente senza il suo consenso, nella misura necessaria per garantire la funzionalità complessiva del servizio fornito. Inoltre se tale memorizzazione sia consentita per motivi tecnici ovvero per la fatturazione del servizio, e ciò implicherebbe che non debba essere effettuata la conservazione dei dati IP per le tariffe flat.

Negli Stati Uniti è stato risolto dalla United States Court Of Appeals For The District Of Columbia Circuit il contenzioso che vedeva contrapposte la Sorenson Communications alla Federal Communication Commission in merito all’uso, all’accessibilità ai protocolli telefonici e di tecnologie che supportassero dispositivi di accesso a Internet attraverso smartphone e tablet anche a persone con serio deficit uditivo sensoriale. Il punto della questione concerneva la non discriminazione nell’accessibilità dei servizi e dei costi.

In Francia, in materia di diritto alla riservatezza sul posto di lavoro la Chambre sociale della Cour de Cassation ha confermato la condanna di un datore di lavoro per licenziamento senza giusta causa di un dipendente accusato, ma senza alcuna prova, di download illegali e ripetitivi utilizzando computer e connessione della società. La Corte d’appello di Lione aveva ritenuto che la semplice produzione da parte del datore di lavoro di una dichiarazione su di sola visita al sito allotracker.com della durata di due minuti e trenta visite a Facebook o Meetic-partner durante l’orario di lavoro non fosse sufficiente per dimostrare i presunti ripetuti download illegali per motivi non professionali . La lettera di licenziamento, infatti, non ne faceva espresso riferimento. La Corte d’appello ha quindi ritenuto che il licenziamento non fosse fondato su giusta causa, ordinando al datore di lavoro di risarcire all’ex dipendente i danni subiti per il licenziamento ingiustificato e la Cassazione ha confermato siffatta decisione.

In Spagna il Tribunal Supremo ha emanato due decisioni interessanti (il 24 settembre e il 31 ottobre 2014) in materia di protezione della riservatezza dei rich and famous, nel primo caso relativamente alla diffusione di un servizio giornalistico sulla rivista Diez Minutos nonché sul suo sito Internet relativo alla vita personale e familiare di un personaggio pubblico; mentre il secondo caso concerne la diffusione attraverso la televisione e poi per mezzo del sito Internet di una intervista del programma “Donde estas Corazon” alla ex moglie di un imprenditore con la rivelazione di particolari relativi alle relazioni extraconiugali subite e alle tensioni familiari. Entrambi i ricorrenti hanno trovato soddisfazione delle loro ragioni di fronte ai giudici di merito, sentenze poi confermate dal Tribunal Supremo. Nel primo caso il cuore della decisione concerne il fatto che la ricostruzione proposta dal giornale Diez Minutos fosse lesiva della riservatezza e del diritto all’immagine dei ricorrenti perché alludeva a una relazione sentimentale falsa, ricostruita attraverso l’uso di foto genuine, ma scattate senza autorizzazione. Di fronte alle asserzioni relative alla libertà di informazione sostenute dai ricorerenti il Tribunal Supremo afferma che “La verità è un requisito indispensabile dell’informazione, non importa se inerente alla cultura, alla politica, alla scienza o all’intrattenimento. Se non è vera non può essere considerata informazione”. Nel secondo caso il Tribunal Supremo ha considerato che il bilanciamento tra libertà di manifestazione del pensiero e diritto all’informazione con il diritto alla riservatezza debba essere orientato nella protezione di quest’ultimo poiché i contenuti dell’intervista non avevano rilevanza pubblica, ma riguardavano strettamente la vita familiare delle persone coinvolte.